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[racconto] il pranzo è marcito

Saggi, talkshow, statistiche, omelie, ci parlano di famiglia in questi tempi di crisi economica, del suo ruolo di walfare sussidiario, del suo rifugio duraturo per “bamboccioni”. Al tempo stesso apprendiamo che la stragrande maggioranza delle violenze, soprattutto sulle donne, avviene tra le mura domestiche. Molti politici che esaltano la famiglia, non sono esenti dal sarcasmo di chi li accusa d’averne più d’una. E’ davvero la famiglia ancora la primaria cellula-perno della società globalizzata? O invece proprio al suo interno matura subdolo il big ben di una utopica futura società dove tutti avranno l’opportunità del benessere? Ci piacerebbe aprire un dibattito su questo tema. Per intanto, ospitiamo un racconto inedito di Nuccio Abbondanza, polemista, scrittore, opinionista nonché nostro collaboratore celato dal nom de plume. Il racconto ci proietta in una dimensione allucinata e drammaticamente negativa, ma non senza crudele speranza.

Il pranzo è marcito di Nuccio Abbondanza

Due triglie sole nel piatto bianco fissavano i mangiatori. Una danza di farfalle notturne animava la luce gialla del lampadario, che incombeva sulla lunga tavola apparecchiata. C’era il cristallo brillante dei bicchieri e delle bottiglie con il rosso del vino e i pezzi di pane con le briciole. Una sola mosca si muoveva lenta fra i resti di quel pranzo interrotto.

La finestra stava spalancata sulla campagna scura.

Diego non ricordava che cosa aveva detto il padre o Antonia o la madre o forse lui stesso.

C’era stato uno di quei tanti momenti di disagio cocente che gli serravano il cuore in un nodo stretto da soffocare.

La sorella l’aveva fissato e continuava a guardarlo negli occhi. “Che cosa era stato detto? Chi l’aveva detto?” si chiedeva Diego, mentre sosteneva lo sguardo di Antonia.

Sentiva, più che vedere, le loro mani posate sulla tovaglia e, con la coda dell’occhio, scorgeva il fumo verticale della sigaretta tra le dita del padre, sfiorargli la fronte china.

La madre, di fianco ad Antonia, di fronte a lui, stava appoggiata allo schienale con gli occhi immobili.

Diego le conosceva bene quelle situazioni; tutti loro le conoscevano bene. Si può dire che era l’aria che respiravano. Il loro rapporto era quello, chissà da quanto. Forse da sempre. Dopo un po’  che stavano assieme ecco che aleggiava sulle loro teste, si posava, si nutriva di parole, di atteggiamenti, di gesti e vegetava malato, contorto, disperato, più forte di loro stessi. Ma questa volta era successo qualcosa di più. Il disagio li aveva morsi ferocemente in un dolore fisico che Diego accusava particolarmente. “Di che cosa si stava parlando?” si sforzava di ricordare quasi interrogando, con gli occhi immobili, gli occhi immobili di Antonia.

“Bisogna far qualcosa, far qualcosa! Diventa insostenibile!” cercava di convincersi “ma che cosa?”

Scorse vertiginosamente una serie di parole o di gesti che avrebbero potuto dare un po’ di respiro ma gli morivano tutti addosso ancor prima di nascere.

La mosca si muoveva ora lenta, ora veloce tra le briciole; si specchiò  a lungo nel cristallo d’un bicchiere soffregandosi le zampette rapide infine si avviò cautamente verso una delle mani posate sulla tovaglia.

“Non voglio prendermi l’iniziativa” si disse Diego “non è mia la colpa!”

“Non voglio?” ripensò già stretto dal dubbio

“Non voglio o non posso?” sillabò mentalmente con lo sguardo sempre avvinto a quello di Antonia.

“Lui naturalmente non fa nulla” si disse furioso pensando al padre. Sulla madre non contava: non poteva affrontare la situazione perché non la capiva; Antonia capiva ma non voleva confessarsi partecipe di quell’atmosfera e intanto non riusciva a distogliere lo sguardo dal fratello. Un odore di bruciaticcio stimolò le nari di Diego, un odore un po’ nauseante, noto ma non precisabile. Il fumo della sigaretta tra le dita del padre filava ora veloce verso l’alto, ma d’un azzurro men limpido, quasi brunastro. Il sospetto colse Diego come un’esplosione lacerante e divenne certezza.

“Ma questo è orgoglio pazzo!” pensò disperato “E’ follia pura!” “E’ un ricatto schifoso!” Il fumo s’era fatto più lento e decisamente bruno mentre si sentiva appena crepitare la pelle delle dita del padre.

Entrò la domestica a chiedere se doveva sparecchiare, Uscì imbarazzata senza aver ricevuto risposta. La mosca s’era trasferita sul volto immobile della madre. Diego poteva seguirla nelle sue evoluzioni: dall’attaccatura rossastra dei capelli tinti aveva seguito l’arco d’un sopracciglio depilato e rifatto; poi, percorrendo il naso incipriato, aveva continuato il suo squallido viaggio fino al rossetto della bocca amara, isterica.

“Perché non la caccia? Perché non la caccia?” Si chiese Diego furibondo.

“Antonia, non guardare così!” pensava pazzamente “non è mia la colpa! Tu lo sai che non è mia!”

Si ribellò astioso “Non potrebbe essere tua invece? Lui non sa qual è la tua vita, ma lo sente. Per questo tormenta anche te”.

La sigaretta s’era spenta, ma aleggiava ancora nell’aria quell’odore terribile, insinuante.

Diego odiò più la madre che quell’insetto che le percorreva scrupoloso i lineamenti disfatti e ricostruiti con astioso accanimento.

Improvvisamente dal ciglio materno rotolò inaspettata, quasi arbitraria, una lacrima, una sola. Solcò la cipria della guancia poi si arenò prima di arrivare alle labbra.

“Piange” considerò cautamente Diego “una lacrima sola”

Era abituato a vederla piangere urlando piena di ribellioni isteriche, che il pianto stesso le provocava.

Non poteva vederla bene perché teneva gli occhi fissi negli occhi di Antonia.

“Forse ora ha capito anche lei” si disse Diego tristemente.

“Dovrei forse gettarti le braccia al collo? Piangere con te? Portare un unguento per le dita di questo disgraziato testardo? Abbracciare Antonia e tutti insieme piangere, e intonare un lungo lento canto di lacrime e di speranza? Ora sappiamo che non servirebbe a niente. Il giorno dopo, forse un attimo dopo, ciò che è vecchio come noi ritornerebbe immancabile a riprendere in mano la guida delle nostre parole, dei nostri gesti. E’ il nostro rapporto. L’abbiamo fatto noi ma è più forte di ciascuno di noi stessi.

Quella lacrima! E’ facile commuoversi. Ma quella lacrima non è stata pianta per commuovere né te, né quelli che ti vedono. Forse è la prima così. Te l’ha spremuto lui: questo impasto maligno che ci lega, che ci unisce intorno a questa tavola, questo legame che forse è più vecchio ancora di noi, forse molto più vecchio. E’ morto e rinato chissà quante volte e ora qui marcisce…….” Quell’intuizione gli bloccò i pensieri.

“Marcisce” si ripeté.

“Marcire è una parola che ha un odore” considerò “un odore e anche un sapore.

Le foglie e i fiori per terra sotto la pioggia marciscono”. Il sarcasmo, amico spietato, gli gorgogliò dentro e gli suggerì: “Anche una carogna al sole marcisce”.

Su quella tavola, in quel momento, Diego concluse con disperata franchezza “Noi stiamo marcendo”.

Capì che aveva capito. Ci pensò con una certa indifferenza: “Antonia marcisce. Mamma marcisce. Papà marcisce. Io marcisco. Noi si marcisce insieme. L’insieme marcisce”.

L’urlo gli nacque di lontano, come da un abisso da cui si scatenasse fuggendo. Era un urlo di ribellione pazza, travolgente, come quello della bestia colpita, come la vita che vuol vivere.

Gli echeggiò atrocemente nel cervello, ma le labbra serrate lo fermarono e scivolò, ricadde nel fondo dov’era nato.

L’alba improvvisa abbagliò le due triglie sole nel piatto bianco.

Antonia provò un senso di vomito. “vanno a male” pensò.

Aveva capito fin dalla sera la situazione e ci si era abituata.

Fissava il fratello con gli occhi inerti, stanchi “lui sicuramente” pensò “vorrebbe far qualcosa. In fondo crede che qualcosa si possa fare”

Provava un’ironica irritazione per certe istanze costruttive del fratello, certi entusiasmi, certe disperazioni.

Antonia era convinta che ci fossero due tipi di cose: quelle che si dicevano e quelle che c’erano.

Questa convinzione le dava sicurezza e al riparo di essa guardava gli altri, li vedeva muoversi, agitarsi, parlare e poi fare esattamente le cose che s’aspettava.

Il fatto che ora stesse marcendo insieme alla sua famiglia, era per lei perfettamente normale, non solo, ma le pareva che nello sviluppo dei fatti, com’erano, c’era stato un che di giusto, di onesto.

La cameriera s’era già alzata e s’era affacciata alla porta stupita di trovarli ancora lì, nella stessa posizione della sera prima.

S’era avvicinata timidamente e s’era resa conto. Ma non sela sentì di dire ai padroni che stavano marcendo e preferì tacere e tornarsene in cucina.

Antonia non aveva visto la lacrima della madre, che le stava di fianco; vedeva solo lo sguardo cupo, profondo del fratello fisso nel suo e con la coda dell’occhio aveva seguito la sigaretta spegnersi tra le dita bruciate del padre.

Ma aveva dominato la scossa che il fatto le aveva procurato. “Lo fa perché non può fare diversamente” aveva pensato.

“Chissà lei come l’ha presa?” si chiese pensando alla madre, di cui scorgeva a stento le mani con le unghie laccate e il pesante bracciale d’oro al polso. “certamente non ha ancora capito” concluse.

Antonia non faceva colpe. Le cose capitavano a prescindere da quel che si diceva. L’unica colpa era quella di ribellarsi a questa regola.

Per questo Diego la irritava. Vedeva il suo sguardo carico di agitazione, d’interrogativi. Sentiva il suo cervello cercare una soluzione, che modificasse tutto, così, di colpo, improvvisamente.

Diego si stava ponendo questo problema: si poteva salvare tutto con un colpo di mano? Arrivare ad una denuncia improvvisa, folgorante, che fosse capita da tutti? Fare insomma il discorso sul fatto? O meglio entrare nel fatto con il discorso in modo che facendone parte lo modificasse?

Sentiva che cercare una strada era già vivere, almeno per lui. Non credeva nel colpo di mano risolutore, ma era certo che, a furia di tentare, qualcosa sarebbe cambiato, qualcosa si sarebbe mosso.

Era sempre più convinto che non marcivano uno per uno, ma nel rapporto. Che, anzi, la lenta decomposizione proprio da esso si irradiasse fino a raggiungere le singole persone che lo componevano.

Allora, quasi senza sforzo, risolutamente, mosse una mano, poi l’altra, vi poggiò tutto il peso del corpo e si alzò.

Ora guardava dall’alto gli altri immobili: si convinse che ormai non erano più persone, ma simulacri, manichini.

Si avviò lentamente verso un angolo della stanza e afferrò il bastone del padre che vi stava poggiato.

Incominciò a vibrare colpi su quelle figure immobili che andavano pian piano sfaldandosi sotto il bastone.

Quando ebbe finito chiamò la cameriera e la pregò di scopare per terra.

Quindi si avviò lentamente verso la veranda che dava sui campi. Scese i tre gradini accendendosi una sigaretta e si sedette sul muretto a fumare.



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