La sinistra e la questione meridionale (Gramsci and beyond)
di Giacomo Giugliano
La nascita nel 1924 de“l’Unità”, giornale fondato da Antonio Gramsci, rispondeva a due fondamentali esigenze: una di carattere storico l’altra di carattere politico.
Alla necessità di dare vita in Italia a uno spazio libero di riflessione e di profondo dissenso nei confronti del nascente regime fascista, si accompagnava l’urgenza di affrontare la questione del forte arretramento economico, sociale e culturale del Sud del Paese, che richiedeva, secondo Gramsci, appunto, una politica di unità nazionale tra le masse contadine del Sud e la classe operaia del Nord. Quella parte d’Italia, che da anni, ormai, soffriva di questo enorme divario con la parte più ricca e prospera, assurgeva, quindi, a perno centrale della sfida delle forze socialiste per il riscatto democratico e il rilancio economico dell’intera nazione.
La questione meridionale, ha rappresentato, per più di mezzo secolo fino ai primi anni 90’, un tratto storicamente essenziale e dominante della sinistra italiana in particolar modo del PCI. Da Gramsci ad Amendola, da Nenni a Togliatti, passando per Saragat, fino ad arrivare a Berlinguer e Craxi, il Sud e la spinta per un suo possibile riscatto, sono state il centro dell’azione politica delle principali forze della sinistra italiana.
Tuttavia, va ricordato, che il principio intorno al quale ha ruotato l’intero pensiero meridionalista della sinistra italiana, è stato un principio di unità dell’Italia a partire proprio dal Mezzogiorno, e non il suo contrario, tant’è, che la parola “secessione”, non ha mai trovato posto nel lessico comune – come, invece, accadrà alla metà degli anni 90’ con il fenomeno leghista – ma al contrario la vera Unità d’Italia si fondava proprio sul superamento di questo annoso dualismo.
La lotta della sinistra italiana per la rinascita e il riscatto del Sud, è stata assunta a simbolo generale dell’affermazione dei principi di eguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, pilastri portanti dell’idea socialista della società. Il risultato è dato dal largo consenso politico ed elettorale delle forze della sinistra democratica non solo nelle regioni del Sud.
Lavoro, diritti, sviluppo economico e sociale divenivano battaglie che trovavano senso e logica solo se agganciati al superamento degli enormi problemi del Sud.
Ma a partire dalla seconda metà degli anni 80’, la centralità della questione meridionale, si è andata via via offuscando, fino a scomparire del tutto dall’agenda politica della sinistra con il terremoto giudiziario della stagione di mani pulite e la caduta del muro di Berlino, eventi che hanno segnato da un lato l’ingloriosa fine politica del PSI e dall’altro la scioglimento “affrettato” del PCI.
Nel frattempo, il vuoto politico creatosi, stava per essere riempito dal fenomeno del tutto inedito della Lega Nord, la quale traeva la sua linfa vitale proprio da un arretramento del pensiero meridionalista, riuscendo, oltremodo, a divenire in breve leva elettorale e al tempo stesso sponda politica per la discesa in campo di Berlusconi e del suo partito azienda.
Negli ultimi mesi, le drammatiche vicende delle morti bianche e la recente crisi economica, che sta causando la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, soprattutto nel mezzogiorno, hanno riportato alla luce con estrema enfasi la mai sepolta questione meridionale. Ma l’uscita dalla fase di recessione e l’affermazione, ad esempio, di una cultura che difenda le più elementari regole della sicurezza sui luoghi di lavoro, non può avvenire senza un riscatto culturale e sociale del Mezzogiorno. Senza il contributo del Sud, ciò avverrà con più lentezza e con costi sociali elevati. Nel caos ideale e politico che stiamo vivendo, il rilancio della questione meridionale, consentirebbe di spostare l’attenzione dagli eccessi ideologici e particolaristici della Lega di Bossi e dall’usurato accanimento personalistico verso Berlusconi, al problema vero, quello cioè dell’unità e del rinnovamento dell’Italia come stato unitario e nazionale.
Per questo, dunque, è indispensabile, oggi più che mai, che la questione meridionale faccia ritorno con connotati nuovi sulla scena del dibattito pubblico, ponendosi al centro dell’ azione politica delle forze della sinistra democratica.

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discutere sulle questione meridionale accumunando acriticamente la posizione del psi con quelle del pci con il termine della sinistra mi sembra ancora una volta continuare a dire alla gente le solite bugie che il partito comunista ha detto in tutta la sua azione politica. Il pci non ha mai avuto una linea politica autonoma italiana e ed in particolare sulla questione meriodionale ha speculato sulle sacrosante rivendicazione dei meriodionali senza volerne seriamente le soluzioni. Il suo impegno lo ha profuso nella regione Toscana con il modello cooperativo piantato per dimostrare agli italiani il comunismo possibile in caso di vittoria. in nome di ciò ha contrambadato il resto del paese (meriodione).