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	<title>LeRagioni.it &#187; Bersani</title>
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		<title>Bersani: ecco la squadra</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 05:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Ecco la segreteria Bersani. Coordinatore di segreteria sarà Maurizio Migliavacca, già presidente della Provincia di Piacenza dal 1990 al 1994 e coordinatore della segreteria dei DS. Una scelta solida che mette fine alle discussioni sulle ipotesi del &#8220;partito liquido&#8221; e del &#8220;partito degli eletti&#8221;: comunque vada sarà un partito vero.
I membri della segreteria sono Roberta Agostini, Stella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="alignleft size-medium wp-image-1145" title="bersani" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/11/bersani-300x224.jpg" alt="bersani" width="300" height="224" />Ecco la segreteria Bersani. Coordinatore di segreteria sarà Maurizio Migliavacca, già presidente della Provincia di Piacenza dal 1990 al 1994 e coordinatore della segreteria dei DS. Una scelta solida che mette fine alle discussioni sulle ipotesi del &#8220;partito liquido&#8221; e del &#8220;partito degli eletti&#8221;: comunque vada sarà un partito vero.</p>
<p>I membri della segreteria sono Roberta Agostini, Stella Bianchi, Cecilia Carmassi, Stefano Fassina, Catiuscia Marini, Matteo Mauri, Marco Meloni, Matteo Orfini, Annamaria Parente, Francesca Puglisi, Nico Stumpo, Davide Zoggia. Nessuno di loro è deputato.</p>
<p>Una scelta, questa, non di secondaria importanza. Non solo perché tende a dare autonomia operativa al partito vero e proprio rispetto alle rappresentanze istituzionali, ma anche perché rilancia l&#8217;idea di un partito che si rimbocca le maniche. Non sono gregari, ma neanche primedonne (ricordate chi girava attorno al loft?).</p>
<p>A questi nomi vanno aggiunti i coordinatori dei forum tematici e vale a dire:  Paolo Guerrieri (Economia), Emilio Gabaglio (Lavoro), Maria Chiara Carrozza (Università e ricerca),  Andrea Orlando (Giustizia), Piero Fassino (Esteri),  Enzo Lavarra (Politiche agricole), Umberto Ranieri (Mezzogiorno),  Claudio Martini (Politiche locali), Giuseppe Fioroni (Welfare), Livia Turco (Politiche sociali e l&#8217;immigrazione), Giovanni Bachelet (Politiche dell&#8217;istruzione),  Laura Puppato (Politiche ambientali),  Paolo Gentiloni (Comunicazioni), Carlo Rognoni (Riforma tv),  Luciano Violante (Riforma dello Stato).</p>
<p>Per il Centro studi è stato indicato Gianni Cuperlo. Le nomine dei forum sono di primissimo piano e dovrebbero fare proposta politica anche se, il rischio vero, è che siano state fatte un po&#8217; troppo &#8220;cencellianamente&#8221;. Encomiabile l&#8217;idea di coinvolgere le diverse anime e le diverse mozioni, ma agli Esteri, che sono strategici, forse era il caso di indicare qualcuno più convinto di Fassino dell&#8217;importanza strategica del PSE e dell&#8217;Internazionale socialista. Senza naturalmente nulla togliere all&#8217;ultimo segretario DS.</p>
<p>I nodi da sciogliere sono già moltissimi a partire dalle candidature e dalle alleanze per le regionali. Buon lavoro!</p>
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		<title>[laicità] il volo del Calabrò</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 04:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>di Messer Piero

Interno sera, in una sede tra le tante dell’area Pd, primo partito d’opposizione, nella calda ridotta dell’Italia centrale in cui è ancora di governo. Diciamo ancora egemone.
Conferenza sul Testamento biologico, o piuttosto sulle Dat, disposizioni anticipate di trattamento come da legge Calabrò itinerante in Parlamento.
Presenti rappresentanze intellettuali, giuridiche, mediche, politiche, istituzionali e no. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Messer Piero</strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-610" title="calab" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/11/calab.jpg" alt="calab" width="152" height="124" /></p>
<p>Interno sera, in una sede tra le tante dell’area Pd, primo partito d’opposizione, nella calda ridotta dell’Italia centrale in cui è ancora di governo. Diciamo ancora egemone.</p>
<p>Conferenza sul Testamento biologico, o piuttosto sulle Dat, disposizioni anticipate di trattamento come da legge Calabrò itinerante in Parlamento.</p>
<p>Presenti rappresentanze intellettuali, giuridiche, mediche, politiche, istituzionali e no. Pacche sulle spalle, schiocchi sommessi di baci promiscui. Una borghesia post rivoluzionaria memore, responsabile, disinvoltamente perbenista.</p>
<p>Pochi giovani, sospetti figli o studenti dei professori presenti, più due dei soliti quattro che si occupano di queste faccende. Già. Due. Perché in questi casi si fa bene attenzione a farsi vedere ‘dove’ e da ‘chi’. Poi naturalmente i soliti incauti (pochi) curiosi, ignari.</p>
<p>I relatori spiegano con dovizia quanto sia complessa la materia, dal punto di vista giuridico, politico, legislativo, religioso nonché umano, nonché dei rapporti con la gerarchia. Tanto complessa che alla fine devono dire ciò che tutti già sapevano, e cioè che in altri paesi si è trovato il modo di trattarla con strumenti di sostanziale semplicità, e che in altri si apprestano a fare altrettanto. Lato positivo: almeno in queste occasioni non ci viene riproposta la tesi che siccome siamo più arretrati andremo più avanti.</p>
<p>Citazioni di Englaro, di Welby. Con la dovuta distanza, perché non è ancora chiaro dove fosse il partito nel momento del bisogno. Né dove sia, anche se Binetti sembra solo un caso di coscienza individuale (ma anche senza vincolo di mandato qualcuno deve pur rappresentare, oltre a quelli che l’hanno ‘nominata’).</p>
<p>Questo mentre Bersani prende la granitica posizione nella seconda Cameretta (quella di Fazio) “Non ci faremo dire da Quagliariello e Gasparri quel che dobbiamo fare”. Consolazione: tutto questo è già un progresso.<span id="more-609"></span></p>
<p>Divagazione opzionale nella biopolitica, ma sulle generali, senza avvicinarsi troppo alla legge quaranta. (A proposito, sapreste dire il nome del ministro che fece sequestrare il felicemente ignaro toro Galileo?)</p>
<p>Si evoca- di sfuggita- un dettaglio forse non marginale. Dietro alle pretese della Chiesa, e alla apparente prostrazione della politica, si cela un pericolo per le fondamenta liberal-democratiche dello Stato, per la Costituzione (nella sua parte liberale, non bolscevica) quando pone la libertà di disporre in esclusiva del proprio corpo come diritto fondamentale.</p>
<p>Di fronte a questa bazzecola catarsi finale: niente paura, perché ci pensiamo noi (neanche fossimo di là dai monti, a Milano- ghe pensi mì), medieremo, emenderemo, li irretiremo e li divideremo. “Cercando convergenze”. Ma soprattutto perché hanno una maggioranza blindata e la legge passerà certo, ma noi sapremo indicare al pubblico i cattivi. Naturalmente occorre far capire alla gente. Domanda: che cosa dovranno far capire?</p>
<p>La gente, a giudicare dai sondaggi che si possono leggere, sembra che abbia già capito perfettamente per conto suo. Quella presente in sala fa seguire uno scarno o nullo dibattito. Forse sente che è inutile dire la propria semplice opinione. Forse non ha niente da dire. Qualcuno se ne va soddisfatto di aver saputo quel che si fa ai piani alti, altri di aver sbirciato in un salotto esclusivo, e di aver origliato i discorsi intelligenti che si fanno. Interrogativo: cultura da Grande Fratello?</p>
<p>P.S. naturalmente il testo Calabrò è impresentabile e incostituzionale. Il terreno di scontro è ben scelto, l’argomento di quelli appassionanti che appena lo senti ti tocchi.</p>
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		<title>Bersani, Fazio e le parole antiche: ne manca una</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 11:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Al battesimo di &#8220;Che tempo che fa&#8221; il neosegretario del Pd se la cava bene. Si dimostra deciso nella proposta e con le idee chiare sul partito che è chiamato a condurre. Fazio lo incalza anche su argomenti non semplicissimi (come la permanenza della Binetti, le questioni etiche ecc..) e il piacentino non si scompone, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Al battesimo di &#8220;Che tempo che fa&#8221; il neosegretario del Pd se la cava bene. Si dimostra deciso nella proposta e con le idee chiare sul partito che è chiamato a condurre. Fazio lo incalza anche su argomenti non semplicissimi (come la permanenza della Binetti, le questioni etiche ecc..) e il piacentino non si scompone, dispensando risposte equilibrate e sorrisi. Dopo Veltroni e Franceschini finalmente si può ascoltare un&#8217;intervista televisiva senza la tentazione di cambiare canale.</p>
<p>Bersani è a tutto campo e si trova quasi stretto nelle domande del bravissimo Fazio. Racconta di come vuole costruire un percorso nuovo partendo da storie antiche e intercettando esperienze recenti, dedica qualche parola alla differenza tra opposizione e alternativa (la seconda parola contiene la prima, la prima non contiene la seconda) e delinea le priorità programmatiche della sua segreteria. Bene.</p>
<p>Senz&#8217;altro è una scelta importante e a prima vista molto complessa quella di tradurre in una nuova soggettività politica le esperienze antiche della sinistra. La storia della sinistra italiana è lastricata di lacerazioni profonde, di scissioni, di fischi reciproci, di grandi conquiste e di dolorose sconfitte. Si possono mettere insieme con una grande fatica, uno slancio progettuale condiviso e, soprattutto, con una profonda revisione delle ragioni storiche e culturali di appartenenza.</p>
<p>Bersani richiama tre parole che definisce &#8220;antiche&#8221;: popolare, sinistra, laicità. Passate le Alpi, queste parole si chiamano Socialismo. Altra parola &#8220;antica&#8221;, gloriosa, che contraddistingue le formazioni della sinistra di governo. In Italia e in particolare nei partiti post-comunisti questa parola è sempre stata usata con il contagocce, per riferirsi all&#8217;Europa, al Mondo e mai al bel Paese.<span id="more-576"></span></p>
<p>Eppure il socialismo italiano ha scritto pagine fondamentali della politica e della storia civile del Paese e oggi ci onoriamo di partecipare allo sforzo per individuarne &#8220;le nuove ragioni&#8221;.</p>
<p>Il rischio è che unire le storie antiche significhi solo trovare una nuova sintesi tra ex-comunisti e ex-democristiani di sinistra, due culture importanti nella sinistra italiana, ma che non risolvono la grande frattura, avvenuta com&#8217;è noto a Livorno nel 1921, tra comunisti e socialisti e mai davvero sanata.</p>
<p>Non lo dico per amore di bandiera o per appartenenza culturale. Come dice Fazio, per andare al governo la sinistra deve convincere un certo numero di elettori che oggi votano l&#8217;altro schieramento. In altre parole recuperare dei voti finiti, da ormai un quindicennio, alla corte di Berlusconi. Una parte consistente di quei voti proviene dalla storia della sinistra riformista e socialista.</p>
<p>Se Bersani non affronta la questione socialista (e l&#8217;antisocialismo ancora presente in parte del partito che lo ha eletto) difficilmente potrà realizzare le priorità che ha delineato l&#8217;altra sera: dare un senso e un futuro alle storie della sinistra italiana e battere Berlusconi.</p>
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		<title>Serve ancora Sinistra e Libertà?</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2009/11/01/serve-ancora-sinistra-e-liberta/</link>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 14:36:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Quando è nata Sinistra e Libertà in molti hanno pensato che potesse iniziare un percorso importante di rinnovamento della sinistra italiana.
Torniamo a quei mesi: la dottrina Veltroni aveva pressoché bandito il termine &#8220;sinistra&#8221; dal vocabolario dell&#8217;opposizione parlamentare, Franceschini si poneva tutto sommato in continuità con questa impostazione.
Storie importanti della sinistra italiana antica e recente erano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="aligncenter size-full wp-image-553" title="cefuturo" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/11/cefuturo.jpg" alt="cefuturo" width="675" height="275" />Quando è nata Sinistra e Libertà in molti hanno pensato che potesse iniziare un percorso importante di rinnovamento della sinistra italiana.</p>
<p>Torniamo a quei mesi: la dottrina Veltroni aveva pressoché bandito il termine &#8220;sinistra&#8221; dal vocabolario dell&#8217;opposizione parlamentare, Franceschini si poneva tutto sommato in continuità con questa impostazione.</p>
<p>Storie importanti della sinistra italiana antica e recente erano state estromesse dal parlamento e lo sbarramento per le europee profilava una nuova esclusione. Socialisti, ecologisti, democratici di sinistra erano forza extraparlamentare, costretti a ritagliarsi angusti spazi sui media per lanciare qualche proposta, per far sentire la loro voce.</p>
<p>Vendola, sulla traccia segnata da Bertinotti prima e da Giordano poi, aveva consumato una dolorosa scissione da Rifondazione. Si chiariva così l&#8217;equivoco, punto di debolezza della precedente esperienza del centro-sinistra al governo, di una sinistra antisistema e nel sistema. Ferrero dava vita a una lista anticapitalista con Diliberto e Salvi, Vendola varava un rassemblement che riportava la parola Libertà a sinistra e che portava in dote la grande speranza di aprire una riflessione profonda sull&#8217;identità e le prospettive di tutta la sinistra italiana.</p>
<p>Oggi la situazione è radicalmente cambiata: le primarie hanno indicato per il Pd il percorso dell&#8217;alternativa di governo passando per un ricollocamento nel suo alveo naturale (e magari, perchè no, per una revisione degli obiettivi a breve e lungo termine di una sinistra riformista e di governo). Come dicono i centristi: è un bene, si sciolgono dubbi e ambiguità (e dal canto loro si apre più spazio al centro ndR).<span id="more-552"></span></p>
<p>Di fronte a questo cambiamento, che indica una strada non semplice e irta di insidie, Sinistra e Libertà ha due opzioni. Può chiamarsi fuori, fare l&#8217;alleato del Pd (cosa che alle scorse amministrative ha fatto un po&#8217; dappertutto) mantenendo allo stesso tempo un rapporto di interesse reciproco a corrente alternata con Rifondazione e forse addirittura Di Pietro.</p>
<p>Oppure può accettare la sfida e contribuire a costruire in Italia una forza del socialismo europeo a vocazione maggioritaria. La prima ipotesi può essere utile ai gruppi dirigenti di SeL, soprattutto in vista delle prossime regionali. La seconda può servire al Paese, anche in considerazione che, senza l&#8217;apporto delle storie e delle culture politiche della sinistra che hanno animato fino ad oggi SeL, costruire un partito del lavoro diventa un&#8217;impresa un po&#8217; più difficile.</p>
<p>Cosa farà SeL? Il paradosso potrebbe essere che proprio SeL, nata per essere momento di scelte importanti per la sinistra italiana, non sappia compiere con decisione una scelta sul suo futuro.</p>
<p>I Verdi hanno già scelto e a giudicare dal fermento in casa PSI (fatto di documenti e di posizioni meno esplicite) sembra che Nencini non sia insensibile ai cambiamenti attuali e futuri del Pd.</p>
<p>Una curiosità: la campagna di adesione a SeL è stata lanciata, sul sito ufficiale, con una foto eloquente dal titolo &#8220;C&#8217;è futuro&#8221;. Un corteo di studenti, festanti. Uno tiene uno striscione, è completamente bardato e si vedono solo gli occhi. Le immagini sono importanti e certe volte valgono più di mille parole. &#8220;C&#8217;è futuro&#8221;: speriamo proprio di sì, ma forse da un&#8217;altra parte.</p>
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		<title>Dite quello che volete, ma la riforma Gelmini non sembra male</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 15:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>L’università e più in generale il sistema universitario è uno di quegli argomenti che periodicamente dividono il Paese. Le discussioni proliferano, accesissime perché (quasi) tutti gli italiani pensano di avere una soluzione valida per ciascuno dei tanti problemi che affliggono le università della penisola (che, è bene ricordare, sono da adeguare ai tempi, ma hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="alignleft size-medium wp-image-501" title="univ" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/10/univ-300x199.jpg" alt="univ" width="300" height="199" />L’università e più in generale il sistema universitario è uno di quegli argomenti che periodicamente dividono il Paese. Le discussioni proliferano, accesissime perché (quasi) tutti gli italiani pensano di avere una soluzione valida per ciascuno dei tanti problemi che affliggono le università della penisola (che, è bene ricordare, sono da adeguare ai tempi, ma hanno fino ad oggi registrato punte di eccellenza notevoli) e così la polemica rimbalza dalle commissioni parlamentari alle sale d’attesa dei rettorati, dalle Camere alle pagine dei quotidiani e dalla carta stampata ai bar dove, tra un cappuccino e un cornetto, il confronto si fa tanto più serrato quanto più si ha la consapevolezza che, nel bene o nel male, la situazione è destinata a non cambiare.</p>
<p>In realtà l’esistente è silenziosamente dilaniato dalla calma piatta, da un clima di immobilismo dove le carriere dei giovani ricercatori o aspiranti tali, spesso in realtà sulla soglia dei quarant’anni, non conoscono particolari evoluzioni.</p>
<p>Ogni tanto arriva qualche scandalo, che viene preso a pretesto per estendere una situazione anomala locale alla situazione nazionale. Segreti di pulcinella sbandierati ai quattro venti, cavalcati per questa o per quella causa e poi riposti nell’armadio dei luoghi comuni.</p>
<p>Il vero scandalo, infatti, è non aver messo mano con tempismo a una riforma universitaria seria, profonda, meritocratica e moderna.<span id="more-500"></span></p>
<p>Il centrosinistra non l’ha fatta quando era al governo e men che meno ha provato ad avanzare una proposta dai banchi dell’opposizione.</p>
<p>Ora tocca al centrodestra e molti tra coloro che avrebbero dovuto pungolare la sinistra (e non lo hanno fatto) arricciano il naso: come si permette la destra di toccare le università?</p>
<p>Brava invece la Gelmini a pensare una riforma larga dell’università, pensata per non essere un rattoppo buono a ritardare l’implosione di un sistema universitario che ormai mostra qualche cedimento e il suo volto agé.</p>
<p>Non me ne vogliano gli studenti dell’onda che avevano, lo scorso anno, convogliato un dissenso forte più verso il governo Berlusconi che contro una proposta specifica (che nei fatti non era stata avanzata): messi di fronte all’opportunità di una controproposta avevano formulato una carta di principi vaghi (anche se in buona parte condivisibili), senza specificare quali potessero essere le fonti di rifinanziamento.</p>
<p>La riforma sembra avere molti passaggi di buon senso, come l’eliminazione (o l’accorpamento) dei corsi di laurea a bassissima frequentazione, l’attenzione ai bilanci, un nuovo sistema di concorsi, per dirne alcuni.</p>
<p>Soprattutto sembra lodevole il tentativo di premiare il merito nella ricerca (finalmente!) e di ringiovanire il corpo docente. Al 3+3+tempo indeterminato spetterebbe di spezzare il sortilegio della precarietà che ha colpito, in assenza di un intervento della politica, una generazione e forse più di nuove leve della scienza.</p>
<p>Soprattutto verrebbe meno, per chi si avvicina alla ricerca con un dottorato o con una borsa, la sensazione di essere in una “terra di nessuno” in cui la sua carriera dipende da una serie di fortunate circostanze. Legare le carriere alla produzione scientifica e alla didattica (compreso il giudizio degli studenti che ne sono fruitori) non è un provvedimento né liberista né statalista: è un atto dovuto, inevitabile se si guarda al resto d’Europa.</p>
<p>In un intervista al Tempo la Gelmini lancia una proposta di collaborazione con il retrogusto della sfida: “Bersani collabori”.</p>
<p>E Bersani non si sottragga, offra la collaborazione per l’iter parlamentare che è tutto fuorché scontato e che potrebbe stravolgere la base di partenza, facendosi carico di due modifiche sostanziali: la prima riguarda la riforma dei CdA degli atenei, perché fatta così, al netto della retorica sulla privatizzazione delle università, rischia di creare situazioni complesse, diventare una fucina di conflitti d’interesse (ve la immaginate una casa farmaceutica che deve decidere sui progetti della facoltà di farmacia o di medica?) e mettere a rischio la terzietà delle strutture; la seconda riguarda gli investimenti, perché se la Gelmini ha ragione quando sostiene che ottimizzando la spesa si recuperano fondi importanti per lo sviluppo e l’innovazione, è anche vero che a costo pressoché zero una vera riforma non si può fare, perché se è vero che (di tanto in tanto) spendiamo male per l’università, è anche vero che spendiamo poco, troppo poco, in rapporto al PIL, almeno rispetto ad altri paesi europei.</p>
<p>Serve una svolta che permetta di guardare a un futuro di qualità per la ricerca italiana, e la riforma Gelmini è di gran lunga meglio dell’immobilismo ammantato di retorica compassionevole e a buon mercato. La sinistra prenda nota e, se possibile, rilanci.</p>
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		<title>I (cattivi) consigli di Walter</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2009/10/28/i-cattivi-consigli-di-walter/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 12:37:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Walter Veltroni ritorna prepotentemente per dare un consiglio, peraltro non richiesto, al neo-segretario del Pd Bersani.Non è chiaro da dove intervenga Walter, se da New York, dall&#8217;Africa o dal Loft. Ma la sua voce arriva forte, chiara e inquietante: parla di suicidio. Lui che di suicidi se ne intende (ricordate quando nel giro di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Walter Veltroni ritorna prepotentemente per dare un consiglio, peraltro non richiesto, al neo-segretario del Pd Bersani.<img class="alignright size-full wp-image-485" title="veltroni-schifato" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/10/veltroni-schifato.jpg" alt="veltroni-schifato" width="300" height="225" />Non è chiaro da dove intervenga Walter, se da New York, dall&#8217;Africa o dal Loft. Ma la sua voce arriva forte, chiara e inquietante: parla di suicidio. Lui che di suicidi se ne intende (ricordate quando nel giro di un paio di mesi diede la spallata al governo Prodi e regalò Roma e l&#8217;Italia alla destra?) lancia l&#8217;allarme: &#8220;un suicidio rifluire nel socialismo&#8221;.</p>
<p>Rifluire? E quando mai Veltroni è stato socialista? (a suo dire neppure mai comunista, ma qui almeno sono i fatti che si incaricano di smentirlo). E se il socialismo sarebbe un suicidio, la strategia dell&#8217;<em>indistintismo</em> di Veltroni cos&#8217;è?</p>
<p><span id="more-484"></span></p>
<p>Veltroni che ha sfasciato la sinistra e santificato Di Pietro, che ha tergiversato sulla collocazione europea e incassato batoste elettorali a ogni pié sospinto (tre tornate, tre sconfitte&#8230;mica male!) ricorda quel bel testo di De André &#8220;..si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio..&#8221;</p>
<p>Quanto a Bersani il segretario del Pd è partito bene. Ha messo da subito l&#8217;accento sul tema del lavoro e ha detto no grazie al &#8220;no Berlusconi day&#8221; promosso da Ferrero e Di Pietro. Su quest&#8217;ultima manifestazione il segretario del Pd ha commentato:&#8221;Non aderiamo ma abbiamo grande rispetto per l&#8217;iniziativa&#8221;. Un po&#8217; di coraggio segretario, quella manifestazione è una porcheria e va detto. E potrebbe essere lo spartiacque tra chi della prossima coalizione farà parte (UDC compresa) e chi invece farà i girotondi.</p>
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		<title>Sunset Boulevard: Rutelli e Di Pietro con la valigia</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 05:50:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bersani]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Bersani lo aveva detto: ripartiremo dal lavoro. E lo ha ribadito all&#8217;indomani della sua elezione a segretario del Pd. Bene. Quella che però una volta si sarebbe definita &#8220;una dichiarazione di indirizzo&#8221; e che oggi definiamo un buon presupposto, deve aver creato agitazioni e mal di pancia tra alleati che rischiano di diventare ex.
E che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Bersani lo aveva detto: ripartiremo dal lavoro. E lo ha ribadito all&#8217;indomani della sua elezione a segretario del Pd. Bene.<img class="alignright size-medium wp-image-440" title="sunset-boulevard-poster" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/10/sunset-boulevard-poster-206x300.jpg" alt="sunset-boulevard-poster" width="206" height="300" /> Quella che però una volta si sarebbe definita &#8220;una dichiarazione di indirizzo&#8221; e che oggi definiamo un buon presupposto, deve aver creato agitazioni e mal di pancia tra alleati che rischiano di diventare ex.</p>
<p>E che &#8220;ex&#8221;, a dirla tutta, lo sono già. Rutelli, ex radicale, ex verde, ex sindaco di Roma, si affretta a dichiarare a Bruno Vespa che guarda altrove: andrà da Casini ma non ora e non da solo. Con questi presupposti dovrebbe abbandonare il Pd seduta stante, rifiutando l&#8217;invito di Bersani a non &#8220;sottrarsi alla sfida&#8221;.</p>
<p>Rutelli, che aveva ipotizzato un affraternamento europeo del Pd con i centristi francesi, potrebbe accasarsi con i centristi italiani. Solo un anno fa i romani, nella stessa giornata in cui hanno eletto Zingaretti alla guida della Provincia, hanno chiaramente fatto sapere di non rivolere Rutelli alla guida della città. L&#8217;augurio è che il partito di Casini, che dovrà farsi carico dell&#8217;ex primo cittadino della capitale, sappia riconoscere il giusto ruolo a Rutelli e alla sua pattuglia (quale ruolo possa essere, non ci permettiamo di suggerirlo per evitare ingerenze con l&#8217;UDC).<span id="more-439"></span></p>
<p>Il secondo è l&#8217;ex p.m. Tonino Di Pietro. All&#8217;idea che Bersani si confronti con la maggioranza (l&#8217;opposizione del resto si confronta con le forze di governo in tutte le democrazie, altra cosa è se il confronto debba essere costruttivo o duro, confinato a determinati provvedimenti o allargato a riforme significative) Tonino tuona &#8220;Bersani decida: o con noi o con Berlusconi&#8221;. E se Bersani, di fronte all&#8217;autorevole aut-aut, preferisse confrontarsi con Fini e Tremonti piuttosto che con Di Pietro e Berlusconi?</p>
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		<title>Vince Bersani, ma il vero sconfitto è Scalfari</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 23:07:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>Con la buona affluenza alle urne delle primarie e, soprattutto, con la netta affermazione di Pierluigi Bersani, tramonta un’epoca.
Non certo quella di Dario Franceschini, che di quest’era si è trovato a essere, come il Pu Yi di Bertolucci, l’ultimo imperatore, investito di un ruolo scomodo e costretto a essere epigono e continuatore delle scelte di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="aligncenter size-full wp-image-424" title="bersani" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/10/bersani.jpg" alt="bersani" width="599" height="270" />Con la buona affluenza alle urne delle primarie e, soprattutto, con la netta affermazione di Pierluigi Bersani, tramonta un’epoca.</p>
<p>Non certo quella di Dario Franceschini, che di quest’era si è trovato a essere, come il Pu Yi di Bertolucci, l’ultimo imperatore, investito di un ruolo scomodo e costretto a essere epigono e continuatore delle scelte di chi lo ha preceduto.</p>
<p>Non si chiude con questa votazione neppure la stagione Veltroni, che aveva incarnato lo spirito del partito liquido, <em>ma-anchista</em>, della forza politica che non deve fare i conti con nessuna storia perché è sufficiente voltare pagina, fingere di eliminare con un colpo di spugna qualsiasi passato per candidarsi a guidare il futuro.<br />
<span id="more-420"></span></p>
<p>Anzi, Veltroni è e rimane l’unico leader possibile per quel Pd così come si era proposto alle scorse primarie. Un partito che anziché scegliere, affianca, che dribbla le questioni politiche con l’estro di un Careca, che si sceglie gli alleati non in base a un’idea di governo, ma una volta individuato il nemico comune. Un partito lontano dagli italiani, imposto come un’unica alternativa a Berlusconi, un partito fatto di loft e conferenze stampa.</p>
<p>Un partito che ha subito il fascino e per certi versi l’egemonia di Largo Fochetti, a partire dal lungo dibattito dell’estate del 2006 sulla fine della socialdemocrazia e della sinistra.</p>
<p>La Repubblica e il suo direttore, Eugenio Scalfari, hanno infatti svolto un vero ruolo di guida politica della segreteria del Pd. Non pensiate che questo sia potuto accadere per una supposta debolezza politica di Veltroni (prima) e Franceschini (poi). Anzi, Scalfari ha rappresentato per tanti versi il collante politico tra il partito e una certa idea di opposizione a Berlusconi. Basterebbe riprendere la registrazione di Ballarò del 21 Ottobre di un anno fa per comprendere il rapporto tra Scalfari e Franceschini (allora vice-Veltroni). Si è così delineata un’opposizione che, fatto singolare per un paese ormai ridotto a pochi partiti, metteva il primo partito della sinistra nella condizione di essere sì di opposizione, ma mai di alternativa.</p>
<p>L’accordo con Di Pietro nasce dagli stessi presupposti, da un malinteso concetto di società civile che svilisce gli strumenti di partecipazione (le sezioni, i circoli, il sindacato) a favore di momenti di assenso acritico.</p>
<p>E’ la storia recente di una fetta della sinistra italiana: così davanti al Raphael, così in piazza Navona più o meno un decennio dopo.</p>
<p>La speranza è che il voto di oggi abbia definitivamente chiarito l’equivoco. Perché gli sfidanti di Bersani, preso atto del risultato del voto tra gli iscritti, avrebbero dovuto ritirarsi dalla competizione e permettere al neo-segretario di insediarsi con qualche settimana d’anticipo.</p>
<p>Invece queste primarie sono state vissute come l’ennesimo tentativo di ribaltare il voto dei militanti a colpi di umore dei simpatizzanti. Una tentazione che ha origini lontane e che ha avuto nei girotondi la stagione più acuta.</p>
<p>Non a caso Franceschini nel rush finale ha incassato la pubblica adesione di Nanni Moretti, che dei girotondi fu uomo simbolo, e allo stesso tempo ha indicato come suo vice designato Touadi, eletto (in questa legislatura, non vent’anni fa) nel partito di Di Pietro. Anche il “non si deve tornare indietro” più volte agitato da Franceschini come argomento a sostegno della propria candidatura, suonava come un pregiudizio etico e un po’ arruffapopoli contro Bersani e i suoi sostenitori. Non ha funzionato.</p>
<p>Ora si tratta di voltare pagina e di ricominciare a fare politica per il Paese. Per farlo bisogna riprendere in mano i fili interrotti della politica del fare, riannodare i rapporti con quella parte di società che chiede alla sinistra una spinta pragmatica e, allo stesso tempo, una visione d’insieme e un’idea di futuro.</p>
<p>Potrà farlo Bersani? La sfida è dura e i problemi da affrontare sono moltissimi.</p>
<p>Per ora ci si dovrà limitare ai complimenti per l’ottimo risultato ottenuto e augurargli buona fortuna.</p>
<p>Tra le grane che Bersani dovrà affrontare immediatamente ci sarà il caso Marrazzo. Si potrebbe liquidare in fretta e invece rischia di rivelarsi una perdita di tempo e magari anche di voti. La questione, naturalmente, non sarebbe di competenza del neo-segretario del più grande partito della sinistra se il suo predecessore e parte del gruppo dirigente non si fossero fatti, a più riprese, sedurre dalla campagna scandalistica e accusatoria condotta per un’estate intera dal quotidiano di Scalfari contro Berlusconi. Si fosse fatta politica, anziché perbenismo, ora si avrebbe un problema in meno.</p>
<p>Non è che al posto di Marrazzo sarebbe bene convincere Scalfari a prendersi una pausa?</p>
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		<title>Primarie: rischio ribaltone?</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 10:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Bersani]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>Il 25 Ottobre si votano le primarie del Pd. Se tra gli iscritti al Pd Bersani ha fatto il pieno di consensi, vale a dire la maggioranza assoluta dei voti espressi, questa nuova consultazione potrebbe anche ribaltare il risultato. Oppure potrebbe confermarlo, ma desta preoccupazione la considerazione che neanche questo secondo round potrebbe mettere la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Il 25 Ottobre si votano le primarie del Pd. Se tra gli iscritti al Pd Bersani ha fatto il pieno di consensi, vale a dire la maggioranza assoluta dei voti espressi, questa nuova consultazione potrebbe anche ribaltare il risultato. Oppure potrebbe <img class="alignleft size-full wp-image-352" title="primarie" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/10/primarie.jpg" alt="primarie" width="230" height="153" />confermarlo, ma desta preoccupazione la considerazione che neanche questo secondo round potrebbe mettere la parola &#8220;fine&#8221; al macchinoso processo di elezione del prossimo segretario del Pd.</p>
<p>Il regolamento, più complesso di quello di un conclave, parla chiaro: non basta arrivare primi, è necessario ottenere il 50%. Questa regola, che sia Bersani che Franceschini avrebbero voluto eliminare, resiste grazie alla tenacia con cui è stata difesa da Marino. Che da outsider potrebbe diventare ago della bilancia. Da chi e da quanti è composto il corpo elettorale delle primarie? Non è dato sapere. Di fatto ha elettorato attivo chiunque passi dai seggi e abbia voglia di contribuire alla causa del Pd con una moneta da due euro.<span id="more-349"></span></p>
<p>Ora: immaginate che festa se per la scelta del leader del PdL si fosse proceduto con lo stesso cerimoniale. Un primo turno dove una votazione tra gli iscritti si limita in realtà a decidere la griglia di partenza, la <em>pole</em>. E un gran premio deciso da un elettorato imprevedibile per numero e verdetto. Rimanendo nell&#8217;ipotesi, pensiamo che al primo turno Berlusconi abbia superato di molto il 50%, mettiamo poi che Sacconi sia arrivato secondo con il 30% e magari Borghezio terzo.</p>
<p>Se chiudete gli occhi potrete immaginare seggi della PdL presi letteralmente d&#8217;assalto da girotondi, giustizialisti, anime belle a vario titolo, antiberlusconiani ante-finivest e spensierata compagnia, tutti pronti a versare i due euro per eleggere Borghezio leader del PDL. Adesso, è così difficile immaginare che alle primarie del Pd accorreranno anche simpatizzanti del PDL, dell&#8217;IDV, della Lega e persino di Grillo, non certo mobilitati da un ordine di partito, ma sospinti dal desiderio di ribaltare il verdetto della votazione degli iscritti o quantomeno di destabilizzarla?</p>
<p>Qualcuno potrebbe obiettare che infondo la colpa è di chi ha concepito queste modalità di elezione del segretario, che è assurdo mettere sullo stesso piano le scelte del primo che passa per strada e dei militanti che dedicano intere giornate della propria vita alla dimensione sociale di un partito. Tant&#8217;è.</p>
<p>Posto che è difficile ipotizzare che l&#8217;ordine di arrivo sia diverso da quello di partenza (l&#8217;ultimo che ricordo capace di simili sorpassi in curva era Ayrton Senna), il vero rischio è che chi arriva primo si trovi anche ad essere, per un pugno di voti, sotto il 50%. Un 49,9% magari.</p>
<p>Che si dovrebbe fare in quel caso? Perdersi in infiniti riconteggi? Aspettare che il secondo in classifica si dichiari sconfitto e legittimi così la vittoria del primo?</p>
<p>Ora, è chiaro che un accordo tra primo e secondo, magari tra Bersani e Franceschini (giusto per attenersi all&#8217;esito dei voti tra gli iscritti) delegittimerebbe lo strumento delle primarie, suonerebbe come una solenne presa in giro alla fine di questa stagione congressuale lunga, macchinosa e non priva di affondi.</p>
<p>Lo stesso vale per le ambizioni malcelate dei mariniani. Se fossero loro a fornire i voti di supporto a Bersani per superare la soglia del 50%, l&#8217;ex ministro piacentino dovrebbe rifiutarli per un principio di coerenza con la propria mozione congressuale. Se corressero in sostegno a Franceschini (se un candidato arriva al 49,9% va da sé che la somma degli altri due è pari al 50,1%) ribaltando in un sol colpo ben due verdetti (interno ed esterno al Pd) si avrebbe uno scenario da caricatura degli aspetti meno condivisibili della tanto vituperata prima repubblica.</p>
<p>C&#8217;è da augurarsi che queste previsioni si rivelino superflue alla luce della netta affermazione di uno dei candidati. Chiunque esso sia, avrà due priorità: dare una fisionomia al partito e dotarlo di strumenti elettivi interni meno fraintendibili.</p>
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