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		<title>(milano) Boeri in campo, ma quanto ritardo a sinistra&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 13:01:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Tomaso Greco
Boeri candidato? Questo è almeno quello che si apprende dai giornali, anche se i più sanno che la possibile candidatura dell’architetto Stefano Boeri era nell’aria già da prima della fine di luglio. Certo, qualcuno ventilava un possibile conflitto d’interessi per via della sua consulenza per Expo, ma l’architetto fa sapere che l’incarico è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Tomaso Greco</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/250px-BuildingSite.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4257" title="250px-BuildingSite" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/250px-BuildingSite.jpg" alt="" width="250" height="180" /></a>Boeri candidato? Questo è almeno quello che si apprende dai giornali, anche se i più sanno che la possibile candidatura dell’architetto Stefano Boeri era nell’aria già da prima della fine di luglio. Certo, qualcuno ventilava un possibile conflitto d’interessi per via della sua consulenza per Expo, ma l’architetto fa sapere che l’incarico è in realtà scaduto a maggio e che, d’accordo con l’ad della società Giuseppe Sala, non verrà rinnovato. Boeri, quindi, fa sul serio. E non consideratelo una archistar di grido slegata dal contesto milanese: tutt’altro, Boeri di dimensione urbana se ne intende parecchio, come testimoniano i suoi molti sostenitori, sul versante professionale, che lo considerano non solo un valido e competente architetto, ma anche un uomo capace di ripensare le dimensioni urbane e dell’abitare. Per una città come Milano, dove negli ultimi vent’anni la politica non ha saputo esprimere, spesso messa nell’angolo da interessi di bottega, un progetto di trasformazione della città, delle sue infrastrutture, della qualità della vita, una candidatura come quella di Boeri rappresenta una novità importante.</p>
<p>Come si affrettano a ricordare i più entusiasti, non viene dalla politica. Il che potrebbe essere un bene se rappresentasse un valore aggiunto rispetto alle politiche d’opposizione e di alternativa costruite in un quinquennio. Invece la sua è una condizione obbligata: il centro-sinistra a palazzo Marino ha costruito molto poco e forse ancora meno nella città. Così il Pd si trova a dover prendere atto della candidatura di Pisapia e non riesce a prendere una posizione definita sulla candidatura di Boeri. Decideranno le primarie? Forse, ma in quel caso si è già perso. Perché la candidatura di Boeri può essere vincente o perdente a seconda di che progetto politico interviene a sostenerla. Se Boeri batte Pisapia, cosa peraltro non scontata perché le primarie possono riservare sorprese, si ritrova alla guida di un carrozzone che va Rifondazione Comunista (nelle ultime ore le aperture del partito di Ferrero alla coalizione) all’Italia dei Valori. Questa composizione ha già incassato il “no” convinto dei centristi, che si apprestano a schierarsi con Donna Letizia, e difficilmente potrebbe rappresentare una novità politica. Il miglior risultato al quale potrebbe puntare, con molta difficoltà, è bissare l’exploit dell’ex prefetto Ferrante che, come ricorderete, per quanto notevole, non fu sufficiente a sconfiggere il centro-destra.</p>
<p>Serve una novità politica, anche a sostegno di una candidatura di alto profilo come può essere quella di Boeri, e sembra necessario provare a costruire in pochi mesi quello che non si è riuscito a mettere in campo in questi ultimi anni: una rete di rapporti e relazioni capaci di parlare a tutta la città, soprattutto ai delusi dell&#8217;attuale amministrazione. Senza i voti di chi in passato ha scelto di dar fiducia al centro-destra a Milano non si vince. Bisogna prenderne atto e partire da lì. Se si perderà il miglior senso di discontinuità (e di responsabilità) sarà chiedere conto della sconfitta a chi ha preferito inseguire girotondi, manettari e professionisti del moralismo d’accatto.</p>
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		<title>[EM.MA] Caro D’Arcais, le masse stanno al mare</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 11:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Macaluso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Em.Ma.]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Il Fatto quotidiano, oggi 2 settembre, pubblica un editoriale di Paolo Flores D’Arcais con un titolo che dice tutto: “Se ci fosse il Pd”. E c’è un elenco di assenze di questo partito nelle piazze in occasione di eventi che richiedevano una forte mobilitazione tra cui le indecenti sceneggiate di Gheddafi. Ma parla anche degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Il <em>Fatto quotidiano,</em> oggi 2 settembre, pubblica un editoriale di Paolo Flores D’Arcais con un titolo che dice tutto: “Se ci fosse il Pd”. E c’è un elenco di assenze di questo partito nelle piazze in occasione di eventi che richiedevano una forte mobilitazione tra cui le indecenti sceneggiate di Gheddafi. Ma parla anche degli operai ed è così informato che scrive: “Prendiamo il caso dei tre operai di Pomigliano che vogliono lavorare con la dignità della Costituzione”. Pomigliano? Non si tratta di Melfi? Poi parla anche dei problemi della giustizia e leggi bavaglio ecc. Insomma, c’è il terremoto politico e il Pd non c’è. E dove sono le masse con le sciarpe viola, i seguaci dell’Italia dei Valori e la sinistra di Vendola? Abbiamo visto solo Di Pietro in tv che gridava parole sconnesse e demagogiche. Gli articoli si possono scrivere anche seduti su una spiaggia. Il Pd bene o male fa le feste con la gente. Le masse di Flores sono ancora al mare?</p>
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		<title>Prove riuscite di bellezza. Intervista a Roan Johnson.</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 09:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura - Cinema - Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Prima Pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Massimiliano Coccia
“Prove di felicità a Roma Est” è il primo romanzo di Roan Johnson, scrittore pisano, con nome, cognome e radici anglosassoni.
E’ un libro maturo e leggero, dolce, gioioso, dove le vite dei personaggi scorrono in maniera veloce, la velocità futurista della gioventù, la velocità bulimica delle metropoli, la velocità di uno sguardo o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Massimiliano Coccia</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/420px-Roan-johnson.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4250" title="420px-Roan-johnson" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/420px-Roan-johnson-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>“Prove di felicità a Roma Est” è il primo romanzo di Roan Johnson, scrittore pisano, con nome, cognome e radici anglosassoni.<br />
E’ un libro maturo e leggero, dolce, gioioso, dove le vite dei personaggi scorrono in maniera veloce, la velocità futurista della gioventù, la velocità bulimica delle metropoli, la velocità di uno sguardo o della penna che scrive sul foglio. Lorenzo Baldacci è il protagonista, un giovane toscano che scende nella Capitale per dare senso alla sua vita tra il diplomificio, Samira, la ragazza che ama tutti e alla fine non ama nessuno, il vecchio professore che gli fa ripetizioni e il suo lavoro di portapizze che lo porta a perdersi tra le pieghe della città. Tutto è normale, sullo sfondo c’è Roma, una città e salata, come i baci e il corpo di Samira, che contamina Lorenzo di un amore diverso, non convenzionale, un sentimento nuovo che gli apre mente e pensieri. Il libro ha una struttura narrativa agile ed è ben strutturato, nulla è banale e nulla è macchiettistico. Roma è descritta e vissuta profondamente e non si manifestano quei crolli strutturali propri di certa letteratura giovanile, dove la storia è poco importante e ad assurgere importanza è il luogo comune.<br />
Roan <strong><span style="font-weight: normal;">Johnson fa scelte coraggiose e non strizza l’occhio a nessuno. Questo libro rientra nella mia personale categoria di libri necessari, ovvero quei libri che si aprono all’esterno perché c’è un impellente necessità del narratore, necessità interiore sempre meno rintracciabile nel panorama culturale italiano. </span><br />
</strong></p>
<p>Abbiamo fatto qualche domanda a Roan Johnson, autore del libro e sceneggiatore.</p>
<p>Per te come per Lorenzo Baldacci, Roma è la città che ti ha accolto, che rapporto vivi con questa metropoli così strana?</p>
<p>Con Roma posso dire di avere una vera e propria storia d&#8217;amore. Una di quelle storie passionali, struggenti, pieni di litigate e scenate di gelosia. Insomma una storia d&#8217;amore complicata. Se dovessi mettere su Facebook il mio stato sentimentale con Roma dovrei mettere it&#8217;s complicated.</p>
<p>E&#8217; stata una storia d&#8217;amore complicata fin dall&#8217;inizio perchè lei mi ha snobbato. Non mi ha considerato per un paio di anni. Era troppo grande, ricca e importante per me. E quindi non me la dava. Non che le facessi una grande corte, anzi la snobbavo anche io, ad essere sinceri. Tornavo sempre dal mio primo grande e irraggiungibile amore che è Pisa. Pensavo che tutto quel che mi chiedeva Roma non valesse la pena. Mi sembrava che fosse piena di sè, incasinata, bella come una statua e quindi neanche troppo sexy. E lei mi lasciava andare, perchè lo sapeva che non mi sarei allontanato troppo. E infatti sono sempre tornato da lei.</p>
<p>E a forza di questo annusarsi e schivarsi, dopo tre, quattro anni, ho iniziato a capirla, a vedere alcuni lati che teneva nascosti, e cioè che era scafata, greve ma anche colta, santa e papalina ma anche puttana, e soprattutto era piena di vita. Pullulava di vita. Aveva vissuto più di me e avrebbe vissuto sempre più di me. E lì è scoppiato l&#8217;amore. Mi ha fatto sentire grande in mezzo a le sue grandi vie, in mezzo ai suoi monumenti e gioielli, ai suoi seni materni e sensuali. Giravo estasiato per le sue vie e pensavo: sono l&#8217;uomo giusto al posto giusto, l&#8217;uomo giusto con la donna giusta. Ed è durata per un bel po&#8217; questa sensazione.</p>
<p>Poi, invece, piano piano, i dubbi sono riaffiorati, il suo abbraccio da sensuale è diventato soffocante. Ho capito il suo gioco: mi aveva sedotto, mi aveva detto che sarei potuto andare via quando volevo e non era vero. Mi aveva fatto credere di essere libero e mi aveva rinchiuso. Era puttana sì ma più per soldi che per passione. Era piena di vita sì ma era anche una vita caotica, nervosa, piena di lamenti e di rancori.</p>
<p>Ecco, ora siamo due fidanzati di lungo corso. Io so che non farò mai figli con lei. Lei sa che non la abbandonerò mai. Litighiamo in continuazione, e rifacciamo pace appena ci allontaniamo di quel tanto così.</p>
<p>La gioventù intesa nel suo senso più profondo è al centro del romanzo, una gioventù diversa, precaria, che già ha un codice di vita da adulti, quanta innocenza hanno i personaggi del tuo libro?</p>
<p>Direi che c&#8217;è molta innocenza nei miei personaggi. Baldacci potremmo dire che parte con un grado cento di innocenza. Poi, piano piano la sua innocenza si corrompe. Ma non è un percorso che potremmo connotare come negativo. E&#8217; un processo naturale. E&#8217; la distanza che si crea fra l&#8217;infanzia e l&#8217;età adulta. Nel mezzo c&#8217;è, appunto, l&#8217;adolescenza. Che per Baldacci è una fase che è rimasta congelata per troppo tempo. E&#8217; più comodo sedersi sulla tranquillità, sul perder tempo con entusiasmo, non mettere il naso fuori dal proprio guscio. E&#8217; troppo facile essere innocenti quando ci si tiene lontano dalle acque sporche e torbide. Invece se ti immergi nella metropoli, nei posti più difficili, se ti sporchi con quel gioco che è la vita allora l&#8217;innocenza assume un connotato diverso. Forse solo allora ti confronti con l&#8217;innocenza per la prima volta. In fondo direi che Samia e anche Baldacci hanno una qualità dell&#8217;innocenza migliore del Baldacci dell&#8217;inizio. Forse c&#8217;è anche una qualità dell&#8217;innocenza e non solo una quantità.</p>
<p>Hai raccontato tante cose tutte insieme, la periferia, i diplomifici, il lavoro precario, l’amore, la ricerca di una stanza in affitto, da che punto di osservazione li hai analizzati e soprattutto come ti sei calato in queste realtà?</p>
<p>Le realtà che ho raccontato sono diverse e diverso è stato il grado di conoscenza che ne avevo. Alcune le conoscevo in prima persona, altre ci avevo vissuto, altre ne avevo sentito parlare e sono andato ad indagarle per scrivere il romanzo. Alcune sono mie esperienze personali che ho reinserito in contesti diversi. Mi sembrava però che fossero tutte importanti, che valesse la pena di raccontarle e ho provato a farlo senza cadere mai in un teorema, o negli stereotipi.</p>
<p>Ti occupi principalmente di cinema, come ti sei trovato in questa prima esperienza narrativa?</p>
<p>L&#8217;esperienza narrativa che ho vissuto per questo libro la potremmo definire un parto. Ha avuto una gestazione lunga, una fase molto dolorosa, e dopo di quella, il mio cervello &#8211; come accade per la memoria delle donne dopo il parto &#8211; si è così tanto nutrito di tutte quelle soddisfazioni della nascita di quel figliolo, dei complimenti degli amici e dei giornalisti e dei premi, che non ricorda più il dolore. Ora, poi che sono in una fase molto difficile perchè dovrei iniziare a girare un film, mi sembra proprio un&#8217;esperienza meravigliosa, assolutamente preferibile, sia professionalmetne che artisticamente che soprattutto, personalmente, al cinema. La colloco in una zona paradisiaca, onirica, meravigliosa. Rispetto alla macchinosità, alla grassezza, ai compromessi del cinema mi sembra un posto libero e proficuo, leggero, agile, e quindi più fertile. Ma se tu mi rifacessi la domanda fra un anno, la mia domanda potrebbe essere molto diversa.</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>[EM.MA] Leggi di Stato contro organi di Stato</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 15:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Macaluso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Bisogna  dare atto a Vittorio Feltri e ai suoi redattori che sul Giornale ci fanno leggere le reali intenzioni e posizioni del Cavaliere che altri coprono con frasi fatte in politichese. Oggi primo settembre, il condirettore Alessandro Sallusti  attaccando, come ogni giorno, Fini ricorda che anche il presidente della Camera in passato aveva parlato di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Bisogna  dare atto a Vittorio Feltri e ai suoi redattori che sul <em>Giornale</em> ci fanno leggere le reali intenzioni e posizioni del Cavaliere che altri coprono con frasi fatte in politichese. Oggi primo settembre, il condirettore Alessandro Sallusti  attaccando, come ogni giorno, Fini ricorda che anche il presidente della Camera in passato aveva parlato di “accanimento” da parte della magistratura nei confronti di Berlusconi. E gli rinprovera il fatto che oggi solleva dubbi sulla legge che parla di “processo breve”. Sallusti senza mezzi termini dice: “Che si chiami processo breve, lodo Alfano o con altro nome poco importa”. Il problema è impedire, con qualsiasi mezzo, che i tribunali, non i Pm ma i giudici, possano giudicare sulle accuse mosse a Berlusconi da una procura presente la legittima difesa del Cavaliere. Se il mezzo per impedire il processo a Berlusconi è la cancellazione di migliaia di altri processi non importa. Ma la cosa incredibile è la confessione che leggi dello Stato possano bloccare organi dello Stato, i tribunali, perché strumenti di persecuzione del presidente del Consiglio! In quale Stato siamo?</p>
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		<title>Fantasia autunnale: la cena tra D&#8217;Alema, Bersani, Di Pietro e Fini</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 06:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>di Guelfus
Dopo essersi intrattenuto a lungo in una caffetteria romana con Casini, D&#8217;Alema invita a cena, con Bersani, Fini e Di Pietro e spiega loro il suo piano per sbarazzarsi di Berlusconi “Tu Fini ti devi dimettere-Fini lo guarda esterrefatto-devi dimetterti per farti rieleggere da una nuova maggiornaza” continua D’Alema. Di Pietro storce il naso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Guelfus</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/casini-dalema.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4243" title="casini-dalema" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/09/casini-dalema-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo essersi intrattenuto a lungo in una caffetteria romana con Casini, D&#8217;Alema invita a cena, con Bersani, Fini e Di Pietro e spiega loro il suo piano per sbarazzarsi di Berlusconi “Tu Fini ti devi dimettere-Fini lo guarda esterrefatto-devi dimetterti per farti rieleggere da una nuova maggiornaza” continua D’Alema. Di Pietro storce il naso, ma D&#8217;Alema lo incalza “Vuoi o no far fuori Berlusconi?” Di Pietro abbozza, ma domanda se esiste una nuova maggioranza. Mentre Fini stranito si stringe nelle spalle, D&#8217;Alema lo guarda e sentenzia “Tu e i tuoi non voterete i 5 punti di Berlusconi”. Di Pietro assente vigorosamente, ma rifà la domanda sulla maggioranza. D&#8217;Alema deciso: “Bisogna offrire a Casini qualcosa in più di quanto gli potrà offrire Berlusconi”. Di Pietro drizza le orecchie, mentre Bersani gli suggerisce di ascoltare.</p>
<p>“Il massimo che gli potrà offrire il Cavaliere, al di là di Bossi -continua D&#8217;Alema-è il ministero degli esteri o persino la vice-presidenza, ma noi possiamo offrirgli di più!”</p>
<p>“E cioé??” quasi urla Di Pietro</p>
<p>“La presidenza del consiglio” sibila sulfureo baffino.</p>
<p>Di Pietro è sul punto di esplodere, ma butta lì collerico “e al Senato?”</p>
<p>“Pisanu controlla tre voti -incalza freddo D&#8217;Alema- gli ridiamo il ministero degli interni che Berlusconi gli ha tolto”</p>
<p>Fini obietta, guardando Di Pietro “Chi mi garantisce che avrò la maggioranza per essere rieletto presidente?” Di Pietro gira il testone ma si fa pensoso. D&#8217;Alema mettendo una mano sulla spalla di Fini “Qualche rischio in politica bisogna correrlo e tu ne hai corsi anche troppi inutili. Questo invece vale la candela finalmente. Se non passano i cinque punti, Berlusconi, come ha detto, si dimette, perché non ha più la maggioranza e Napolitano dovrà dar l’incarico ad un altro: appunto Casini, che è il centro perfetto di questa nuova maggioranza.”</p>
<p>Di Pietro, nascondendo l’imbarazzo, si rivolge a Bersani “ma il tuo Pd non si spacca su Casini?”</p>
<p>“E’ un meccanismo che può reggere” sussurra Bersani.</p>
<p>“Neanche se Berlusconi propone una Finocchiaro per la Presidenza della Camera?” obietta Fini in apprensione.</p>
<p>D&#8217;Alema spazientito: “Allora si tengano Berlusconi Capo del Governo e poi, magari, Presidente della Repubblica”.</p>
<p>“E chi lo fa il Presidente della Repubblica, caduto Berlusconi?” interroga timidamente Fini.</p>
<p>“Questo lo possiamo decidere dopo, insieme a Casini!” chiude seccamente D’Alema sottolineando sardonico che si tratta solo di una fantasia autunnale.</p>
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		<title>[EM.MA] Legge elettorale: non solo Pd</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 10:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Macaluso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Em.Ma.]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Il Pd, ci dicono i giornali di oggi, si divide sulla legge elettorale. Secondo questo schema Veltroni guida uno schieramento che vuole conservare il bipolarismo: ieri Giannini su Repubblica definiva Walter “schematico”. Lo schieramento propone il maggioritario di collegio che presuppone un bipartitismo. D’Alema, definito da Giannini “pragmatico”, propone il sistema tedesco con sbarramento e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Il Pd, ci dicono i giornali di oggi, si divide sulla legge elettorale. Secondo questo schema Veltroni guida uno schieramento che vuole conservare il bipolarismo: ieri Giannini su Repubblica definiva Walter “schematico”. Lo schieramento propone il maggioritario di collegio che presuppone un bipartitismo. D’Alema, definito da Giannini “pragmatico”, propone il sistema tedesco con sbarramento e clausola antiribaltone. Quindi verrebbe salvaguardato da un bipolarismo pluripartitico. I centristi dell’Udc e altri sono su questa linea. Pdl e Lega non vogliono cambiare la legge attuale: premio di maggioranza e niente preferenze. Stando così le cose non sarebbe più utile capire intanto come liquidare questo governo e questa maggioranza? Da questa crisi si vedrebbe con più chiarezza e più realismo quale legge elettorale è possibile. Anche perché a deciderlo non sarà solo il Pd, ma un insieme di forze politiche che debbono aggregarsi e progettare un nuovo governo. E’ chiaro?</p>
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		<title>Paradossi siriani</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 10:13:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa - Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=4236</guid>
		<description><![CDATA[<br/>di Tommaso Canetta
Damasco, Aleppo, Latakia o Tartous, ovunque in Siria campeggia l’immagine del leader di Hezbollah, Nasrallah. Sui muri, sulle auto, sui portachiavi, è seconda per numero solo a quella di Assad Bashar, il presidente apparentemente molto amato della Siria. Questo sorride, guarda l’orizzonte, saluta; quello indica, incita, ammonisce.
Hezbollah, il partito di dio, è una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Tommaso Canetta</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/08/Siria_clip_image001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4237" title="Siria_clip_image001" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/08/Siria_clip_image001-300x235.jpg" alt="" width="300" height="235" /></a>Damasco, Aleppo, Latakia o Tartous, ovunque in Siria campeggia l’immagine del leader di Hezbollah, Nasrallah. Sui muri, sulle auto, sui portachiavi, è seconda per numero solo a quella di Assad Bashar, il presidente apparentemente molto amato della Siria. Questo sorride, guarda l’orizzonte, saluta; quello indica, incita, ammonisce.</p>
<p>Hezbollah, il partito di dio, è una formazione politica, e non solo, libanese, sciita, fondamentalista islamica. Una simile ammirazione diffusa, ai limiti della venerazione, per un suo leader da parte di una popolazione, quella siriana, sunnita e sottomessa ad ormai due generazioni di presidenti laici e alawiti (una minoranza da molti considerata eretica nell’ambito dell’Islam), in un primo momento potrebbe lasciare perplessi. Decenni di dittatura baathista (il Ba’th è il partito socialista arabo) e di vicinanza politica all’Unione Sovietica, hanno comunque fatto progredire la Siria sulla strada della modernizzazione e della laicizzazione della società, seppur in modo incompleto e con metodi spesso brutali, e ampie fasce di popolazione che sostengono Hezbollah non sono definibili come fondamentaliste da un punto di vista religioso.</p>
<p>Questa anomalia, piuttosto rilevante considerato l’odio secolare tra sunniti e sciiti, trova le sue radici nella questione palestinese. La popolazione siriana, come quella di molti altri Stati arabi, la sente vicina, urgente, di primaria importanza. Il sentimento viscerale fatica ad accettare i compromessi raggiunti dalle leadership dei diversi Paesi, e in Siria, nonostante ogni edificio pubblico affianchi alla propria bandiera quella palestinese, e nei ritratti di Assad, nei bar, nelle dogane, l’una s’intrecci sempre con l’altra, la sensazione è che troppo poco venga fatto. I campi profughi sono spesso malsopportati dalle popolazioni circostanti (Giordania e Libano, che ospitano rispettivamente quasi il triplo e il quadruplo dei profughi ospitati dalla Siria, hanno dimostrato in passato a che punto possa deteriorarsi la situazione), e le azioni di Israele, debitamente presentate dalla propaganda, sono motivo di rabbia e umiliazione.</p>
<p>In questo contesto l’opinione diffusa, e che sempre più va diffondendosi, è che Hezbollah sia l’unico soggetto che veramente si fa carico della questione palestinese, l’unico che porti aiuto e che vendichi le offese subite. La guerra  del Libano del 2006 ha, ovviamente, ingrossato le fila dei suoi sostenitori, e anche i recenti avvenimenti della “freedom flotilla” sono una ferita aperta in cui germina il consenso per chi alla violenza risponde con violenza.</p>
<p>L’idea che un partito che trae consensi dal conflitto, e che ha ogni interesse a soffiare sul fuoco, possa essere di un qualche aiuto alla popolazione palestinese può apparire strano in Occidente, ma in una situazione che, a dispetto dei numerosi tentativi di trattative, sembra essere senza sbocchi ormai da anni, vedere qualcuno che agisce, indipendentemente dai suoi mezzi o dai suoi risultati, alimenta (false) speranze e appaga in parte la voglia di vendetta.</p>
<p>Il <em>metus hostilis</em> è un collante tanto forte da superare le divisioni tra siriani e libanesi, tra sciiti e sunniti, tra chi ha approfittato della laicizzazione dello Stato e chi vorrebbe imporre la legge coranica. Il compito più arduo, ma che nessuno dei protagonisti della scena sembra in grado di assolvere, è disinnescare questo continuo appiattimento delle maggioranze sulle posizioni più estreme, tanto forte da essere in grado di sacrificare le antiche, e altrove ancora sanguinose, divisioni.</p>
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		<title>Gheddafi ex “dannato della terra”</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 05:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa - Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prima Pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Guelfus
Prima della sua rivoluzione e che piantasse la sua tenda beduina rococò sui giacimenti di petrolio, Frantz Fanon l’avrebbe, e lo era, classificato tra i suoi “dannati della terra” oppressi dal colonialismo europeo ed in lotta per la loro emancipazione.
E’ lontano, per Muammar Gheddafi, quello scenario ancora recante indelebili le tracce del velleitario, ancorché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Guelfus</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/08/ghedd.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4233" title="ghedd" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/08/ghedd.jpg" alt="" width="225" height="204" /></a>Prima della sua rivoluzione e che piantasse la sua tenda beduina rococò sui giacimenti di petrolio, Frantz Fanon l’avrebbe, e lo era, classificato tra i suoi “dannati della terra” oppressi dal colonialismo europeo ed in lotta per la loro emancipazione.</p>
<p>E’ lontano, per Muammar Gheddafi, quello scenario ancora recante indelebili le tracce del velleitario, ancorché operoso, colonialismo italiano, ma non così lontano nel tempo da non deflagrare nella memoria per il suo contrasto con l’oggi.</p>
<p>Gheddafi è certo uomo d’affari, grandi affari, spesso convinto d’essere più abile e maramaldo dei suoi partner europei, a cominciare da Berlusconi, per cui proclama quasi ancestrali affinità elettive. In ciò esibisce quella vena di trattativismo un po’ lestofante che s’invera nel luogo comune attribuito a certo arabismo. Ma quanto è sciocco ridurre l’arabismo, in generale, a quel luogo comune, altrettanto lo sarebbe, come fece la sbrigativa e manichea Fallaci, a quello di Gheddafi, anche se si manifesta con quella pompa risibile e provocatoria (l’abbigliamento, il fasto, le amazzoni).</p>
<p>E’ la rivincita del suo arabismo nei confronti di quel mondo che aveva oppresso i dannati della terra (compresi i libici) e da cui è ora in grado di dimostrare di far riverire ed ossequiare le sue stranezze (ammirevole l’impeccabile ossequio dell’accogliente Frattini) tra cui però colloca un impegno serio assai nel predicare l’Islam con spregiudicata determinazione nel cuore stesso della cristianità vaticana, al di là del giudizio sulle 500 hostess affollanti la predica. Certamente la sua provocazione è rivolta anche, se non soprattutto, a sollecitare l’immaginario e l’orgoglio del mondo arabo, in particolare sunnita, alla cui leadership morale e politica non ha mai rinunciato così come invece pare aver rinunciato ad ogni protezione nei confronti delle frange terroriste di Al Quaeda (il che non è poco).</p>
<p>Ha ragione il cattolicissimo Messori, oggi sul Corriere, a sconsigliare “invettive scandalizzate e appelli a crociate per profezie alla Gheddafi” ma, per contro, non si può opporre la ragion di Stato a chi giustamente pretende che il rais renda conto del trattamento riservato a quei dannati della terra rinchiusi nei campi libici in condizioni disumane dopo essere stati respinti in mare dalla civilissima e cristianissima Italia del guardasigilli Maroni con il beneplacito del cavalier Berlusconi.</p>
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		<title>[EM.MA] I rottami di Renzi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 11:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Macaluso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Ieri la Repubblica ha pubblicato una intervista al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, con questo titolo: “Il nuovo Ulivo fa sbadigliare, è ora di rottamare i nostri dirigenti”. E’ come dire che il Pd è in  mano a dei rottami politici e forse anche umani. Chi ha proposto ed eletto sindaco di Firenze un arrogante, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Ieri la Repubblica ha pubblicato una intervista al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, con questo titolo: “Il nuovo Ulivo fa sbadigliare, è ora di rottamare i nostri dirigenti”. E’ come dire che il Pd è in  mano a dei rottami politici e forse anche umani. Chi ha proposto ed eletto sindaco di Firenze un arrogante, ambizioso oltre misura, e presuntuoso di queste dimensioni dovrebbe riflettere. La corsa al “nuovo”, al “giovane spigliato”, anche se ignorante, dà questi risultati. Il ricambio generazionale è necessario, ma dovrebbe verificarsi con una lotta politica, in cui si ritrovano persone di ogni generazione. Anch’io, che sono molto vecchio, e non sono iscritto al Pd, penso che D’Alema, Veltroni e Fassino, non possono più avere il ruolo che hanno assolto negli ultimi vent’anni. Ma sono da rottamare? Il Renzi vuole rottamare anche Bersani che è stato eletto segretario del Pd con le primarie. E’ un caso che tra quelli da rottamare il sindaco di Firenze non fa un nome che provenga, come lui, dalla Margherita?</p>
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		<title>Legge elettorale: quella tentazione uninominale&#8230;.</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 10:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Tomaso Greco

&#8220;La legge elettorale non deve essere uno strumento di riforma dell’elettorato, ma del sistema elettorale&#8221;
Con la crescente difficoltà, all&#8217;interno del centro-destra, di mantenere una maggioranza stabile alla Camera e al Senato, si è tornati a parlare di legge elettorale. Perché se il porcellum, che doveva garantire, come tutte le leggi elettorali nei proclami [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Tomaso Greco</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_Senate_election_map.svg_.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-4219" title="2010_Senate_election_map.svg" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/08/2010_Senate_election_map.svg_-300x185.png" alt="" width="300" height="185" /></a></p>
<p><em>&#8220;La legge elettorale non deve essere uno strumento di riforma dell’elettorato, ma del sistema elettorale&#8221;</em></p>
<p>Con la crescente difficoltà, all&#8217;interno del centro-destra, di mantenere una maggioranza stabile alla Camera e al Senato, si è tornati a parlare di legge elettorale. Perché se il porcellum, che doveva garantire, come tutte le leggi elettorali nei proclami dei loro estensori, governabilità e stabilità, possiamo dire che ha fallito, regalando al Paese in quattro anni due maggioranze a scadenza biennale (ben inteso, il governo Berlusconi può anche durare fino alla fine della legislatura, ma non si può dire che lo farà sull&#8217;onda degli equilibri usciti dalle urne nel 2008), il dibattito di questi giorni ha riacceso le più varie ipotesi e nutrito le più diverse fantasie sul voto che verrà.</p>
<p>Il porcellum si è dimostrato essere fin troppo versatile. All&#8217;esordio, nel 2006, vedeva ai nastri di partenza un&#8217;offerta politica bipolare con un numero di partiti, liste, simboli e scudetti da far invidia a un album Panini. Nel 2008 il sistema era diventato sostanzialmente bipartitico con Casini a fare da outsider, se Veltroni non avesse teso la mano a Tonino Di Pietro a quest&#8217;ora i partiti rappresentati nei due rami parlamentari sarebbero solo quattro. Senza contare che i deputati e i senatori non sono scelti dagli elettori, ma collocati in lista, cooptati e nominati in partiti dove spesso alla democrazia interna si sostituisce il führerprinzip: il criterio di selezione è la fedeltà al capo. Vi risparmio la digressione su quanto questo esautori gli elettori dal loro diritto di scelta, mi limito a constatare che, se il porcellum non ha assicurato governabilità, difficilmente il problema può considerarsi solo di legge elettorale.</p>
<p>Il dibattito sulla sistema elettorale, in realtà, è un leitmotiv del dibattito politico italiano. La governabilità è il molok attorno al quale ogni legittima ambizione di democrazia deve farsi più sottile, più stretta, più discreta. Eppure siamo in un sistema di democrazia rappresentativa, dove si dovrebbe, appunto, rappresentare.</p>
<p>Inutile dire che la legge elettorale caratterizza molto un sistema democratico, al punto che si parla di sistema di voto americano, inglese, francese, tedesco. Non esiste una legge elettorale in assoluto migliore, certo quelle buone valorizzano l&#8217;intenzione di voto e l&#8217;appartenenza politica dell&#8217;elettore, quelle meno buone ne forzano la scelta fino a distorcerla del tutto. In Italia abbiamo avuto, dal 1994 al 2006, un sistema elettorale uninominale al 75%, un ibrido che aveva, come principale scopo, quello di trasformare la democrazia dei partiti nella sfida tra due poli. Il bipolarismo però, forse anche a causa del 25% di seggi riservati al proporzionale, non si è mai trasformato in bipartitismo, anzi: ha conosciuto due strappi pesanti (Lega 1996 e Rifondazione 2001) e ha visto la proliferazione di partiti e partitini, molto spesso nati nella speranza di ottenere un seggio uninominale sicuro.</p>
<p>Ora ci sono diverse strade che si possono percorrere per riformare la legge elettorale. Si può continuare a pensare che la legge elettorale debba trasformare il sistema politico, anche a costo di forzature, trasformandola nell&#8217;acceleratore di un bipartitismo controvoglia, coatto e, allo stesso tempo, polemico (senza bipolarismo forse non avremmo avuto un Paese diviso tra pro e anti Berlusconi). Oppure prendere atto che, in Italia, esistono una pluralità di posizioni politiche difficilmente riconducibili in un sistema binario e dicotomico.</p>
<p>La legge elettorale non deve essere uno strumento di riforma dell&#8217;elettorato, ma del sistema elettorale. E la politica non può crearsi in vitro, su misura dei desiderata, senz&#8217;altro legittimi, di autorevoli saggisti e critici. Si garantisca la governabilità, senza immolare al suo altare il pluralismo delle idee. E se non riusciamo a costruirlo in casa, non disperiamo. Vorrà dire che il made in Italy resterà imbattibile in altri settori e che per la legge elettorale importeremo il modello tedesco. Proporzionale, sbarramento al 5%, sfiducia costruttiva, forte valorizzazione del territorio. E un&#8217;economia che va nonostante la crisi&#8230;.</p>
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