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	<title>LeRagioni.it &#187; Storia</title>
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		<title>Una trama sovietica nella &#8220;questione morale&#8221;?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 06:10:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa - Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Gianstefano Milani
Ringrazio Antonio Carioti perché sul Corriere della Sera di martedì, in un pezzo titolato “Quando Nenni chiedeva i quattrini al blocco dell’est”, è riuscito, quasi con nonchalance, e citando la nuova edizione di un libro di Antonio Selvatici “Chi spiava i terroristi”, a informarci che, rovistando negli archivi di Praga, ha trovato tracce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Gianstefano Milani</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/08-bacio-Breznev-Honecker.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4137" title="08 -  bacio Breznev Honecker" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/08-bacio-Breznev-Honecker-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" /></a>Ringrazio Antonio Carioti perché sul Corriere della Sera di martedì, in un pezzo titolato “Quando Nenni chiedeva i quattrini al blocco dell’est”, è riuscito, quasi con nonchalance, e citando la nuova edizione di un libro di Antonio Selvatici “Chi spiava i terroristi”, a informarci che, rovistando negli archivi di Praga, ha trovato tracce di rapporti tra i servizi segreti cecoslovacche  e l’On Vincenzo Balzamo protrattisi dal 1964 al 1981.</p>
<p>Ricordo che l’On. Balzamo fu prima per alcuni anni stretto collaboratore di Giacomo Mancini, e poi amministratore del PSI di Bettino Craxi; i due segretari che con diverse intonazioni e intensità, misero nel mirino della politica socialista il superamento del bipolarismo imperfetto che ha caratterizzato la democrazia repubblicana per mezzo secolo.</p>
<p>La notizia è inquietante e obbliga a porsi interrogativi brutali ma assolutamente leciti e legittimi. Ad esempio: se la battaglia nella sinistra italiana riapertasi nel 1956 dopo i fatti d’Ungheria, e conclusasi con mani pulite, non sia stata una partita giocata dai dirigenti del PCI con carte truccate, con due, anzi tre mazzi: quello legale, quello degli ingenti e illegali contributi in denaro da parte del blocco sovietico, quella del ricorso improprio ai magistrati “organici” o compiacenti che si giovavano probabilmente (lo apprendiamo ora) di informazioni spiate ai nemici socialisti attraverso “i compagni” dei servizi segreti dell’Est.<br />
Se con la scissione dei Carristi del 1964, guarda caso, non sia stato depositato nelle file del nuovo Partito Socialista qualche giovane discreto, ambizioso e con un avvenire sicuro, anzi assicurato dal denaro del Comintern.</p>
<p>Se sia proprio casuale che, ucciso Moro dalle BR e fallita l’unità nazionale politicamente costruita sulla marginalità dei socialisti, Berlinguer abbia scelto di impostare l’alternativa degli onesti che politicamente apparve a prima vista assurda e segno di fallimento e d’impotenza, ma che perseguita per un decennio, anche dopo la sua morte, condusse a mani pulite e all’esenzione del PCI e degli uomini di Fini da ogni responsabilità.</p>
<p>Se non sia la doppia o tripla moralità, cioè l’immoralità della dottrina comunista, anche nella via italiana, ad impedire alla terza generazione di adottare una qualche politica comprensibile che scaturisca da un veritiero e sano esame critico della propria storia. Talché per ironia, i sopravvissuti alla sparizione del PCI per inspiegabili ragioni morali non sanno oggi come districarsi dal moralismo di Di Pietro e compagnia. Per ora bastino questi pochi interrogativi.</p>
<p>Anche se resto persuaso che dovremo tornare sulla questione non solo per approfondire, ma soprattutto per evitare che venga minimizzato o più probabilmente, silenziato.</p>
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		<title>Milano da bere. Ma la politica è organizzare il consenso.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 14:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Speciali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Citta']]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Gianni Cervetti (da Le Nuove Ragioni del Socialismo, Maggio 2010)
Nell’ultimo numero della nostra rivista, Riccardo Terzi ha pubblicato un ampio saggio su “Milano e la politica”. La rilevanza della questione, trattata peraltro con dovizia di argomentazioni nella sua dimensione storica e in alcuni suoi aspetti attuali, stimola e sollecita una discussione alla quale desidero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Gianni Cervetti (da Le Nuove Ragioni del Socialismo, Maggio 2010)</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/05/puzzle.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3456" title="puzzle" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/05/puzzle-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Nell’ultimo numero della nostra rivista, Riccardo Terzi ha pubblicato un ampio saggio su “Milano e la politica”. La rilevanza della questione, trattata peraltro con dovizia di argomentazioni nella sua dimensione storica e in alcuni suoi aspetti attuali, stimola e sollecita una discussione alla quale desidero partecipare. Scelgo, tra i tanti, tre temi che Terzi affronta con logica stringente e suggestiva, anche se a volte, muovendo da premesse non più che solide, può giungere – è solo un parere &#8211; a conclusioni non completamente certe e appieno convincenti.</p>
<p>1) Che Milano abbia una “morfologia sociale” particolarmente connotata, come sostiene giustamente Terzi, da una “struttura policentrica e differenziata, in cui agisce una pluralità complessa di soggetti sociali e di centri di potere” non può essere messo in dubbio. Vero è anche che “qui c’è il problema di proliferare delle funzioni intermedie, c’è un agglomerato composito e variegato di figure sociali non riconducibili al classico antagonismo di classe”. E sebbene non sia esatto concludere, come ha fatto un po’ schematicamente certa sociologia, e come sembra riproporre lo stesso Terzi, che “sul terreno politico”, a Milano, “non si riproduce mai una situazione egemonica” (non c’è bisogno di richiamare l’affermazione del fascismo e, poi, dell’antifascismo per contraddire quel mai), è altresì vero che di norma vige “un equilibrio sempre aperto, nel quale è stato a lungo preminente il ruolo delle forze intermedie, laico-socialiste”, e non solo di questo tipo (il cattolicesimo ambrosiano ha avuto espressioni “intermedie” non irrilevanti). Ma non è senz’altro o del tutto convincente che, pur avendo Milano “una politica locale” capace di “un’azione amministrativa equilibrata ed efficiente”, qui “la politica si ferma a questo livello”.</p>
<p>D’altro canto, se è vero che dalla “struttura policentrica e differenziata” della città ha potuto manifestarsi “dal punto di vista sociale” sostiene opportunamente Terzi richiamando l’esempio relativamente recente del populismo “una funzione anticipatrice di Milano che prepara il cammino per l’intera società nazionale”, non è altrettanto vero che la “città” abbia in tal modo esaurito il proprio ruolo senza mai assumere quello di “guida nazionale sul piano strettamente politico”.</p>
<p>Stiamo ai fatti. Se si guarda all’intero arco della storia unitaria e se ne considera la sua prima metà, quella del Regno, si potranno notare almeno tre eventi nei quali Milano ha giocato un ruolo nazionale, politico e di governo determinante.</p>
<p>Il passaggio del governo dalla Destra storica alla Sinistra storica (1876) ebbe come protagonista un pavese, Agostino Depretis. Ma chi permise e costruì l’operazione fu un “milanese”, Cesare Correnti, uomo dalla sorte politica travagliata, e tuttavia esponente, soprattutto in quel momento, di istanze e ceti politici e sociali non proprio secondari. Dall’altra parte, i governi della Sinistra storica che da allora si susseguirono, se non corrisposero alle speranze suscitate e, viceversa, provocarono non piccoli guasti e guai, un importante merito lo ebbero: costituirono l’humus politico su cui germogliò lo sviluppo economico-sociale di fine ottocento e di inizio novecento.</p>
<p>Questo sviluppo, a sua volta, rappresentò la base materiale su cui il socialismo maturò in movimento sociale e politico, superando la condizione dicotomica fatta, da un lato, di aspirazioni e di ribellioni delle “plebi” e, dall’altro, di elaborazioni di intellettuali. E tale maturazione sociale e politica ebbe il suo epicentro – ecco il secondo evento da rilevare – proprio a Milano.</p>
<p>Al terzo evento abbiamo già accennato. Il fascismo, che pure ebbe vari punti di origine, si formò come realtà politica a Milano. Lo testimonia il fatto, tra gli altri, che la gestazione del Partito Nazionale Fascista – cioè il fascismo come formazione politica atta a conquistare il potere nazionale e a divenire non solo forza egemonica ma dittatura e, poi, totalitarismo – si compì nella “Capitale del Nord” in tempi rapidi e con l’apporto decisivo di una parte, quantomeno, della borghesia.</p>
<p>Ma, si dirà, si tratta fin qui di eventi antichi. Ebbene, pur sfiorando l’albero della retorica del “vento del Nord”, è impossibile sopravvalutare il contributo di Milano a fenomeni politici nazionali quali la Liberazione, la Repubblica e la Costituzione. Si potrebbe, inoltre, obiettare che la incapacità o la difficoltà a svolgere un ruolo politico nazionale sono state evidenti per un settore della sinistra e, in particolare, per il Partito comunista. In effetti, il Pci a Milano è stato per periodi non brevi influenzato da “operaismo”e “radicalismo” e fino agli anni ’70 è stato elettoralmente minoranza anche nei confronti delle altre forze che si richiamavano, in un modo o nell’altro, al socialismo. Il capovolgimento dei rapporti di forze avverrà solo nel 1972. Ciò ci fa dire che l’assunto circa la sua richiamata incapacità contiene una dose di verità. Ma non è tutta la verità. Ragionando della questione, veniamo allora al secondo tema di cui voglio discutere.</p>
<p>2) Nel 1975 si formò a Milano una giunta comunale di sinistra. Il ricordo che io ho delle posizioni e delle dinamiche, nazionale e locali, che precedettero, accompagnarono e portarono a quel risultato è in parte diverso da quello di Terzi. Brevemente: a livello nazionale non si espresse &#8211; nella dirigenza e nella segreteria comunista – solo la posizione secondo la quale “il Pci avrebbe dovuto, tutt’al più, accontentarsi di “un appoggio esterno”, secondo gli schemi previsti dalla politica di solidarietà democratica. Né, per altro verso, la soluzione trovata a Milano venne considerata a Roma -che io ricordi- come il frutto di un atto di disobbedienza dei comunisti milanesi rispetto a una precisa e  univoca indicazione nazionale. Se così si fosse giudicato, proprio la tradizione e la realtà della “della rigida disciplina centralizzata”presente nel Pci avrebbero potuto imprimere un altro corso agli avvenimenti. Ma lasciamo da parte i ricordi e stiamo, anche in questo caso, ai fatti. Primo. La giunta di sinistra, si basò, ovviamente, su comunisti e socialisti. Tuttavia, essa ebbe l’apporto-apporto determinante- di quattro consiglieri appena eletti da partiti di opposizione (due del Psdi e due della Dc), i quali per di più furono immediatamente nominati assessori. Secondo. Questo  sbocco non fu progettato dall’inizio. Subito dopo l’indubbio successo elettorale (il Pci risultò il primo partito con oltre il trenta per cento dei voti nella storia della città) si lavorò, sia in sede locale che nazionale, per una giunta di sinistra formata da socialisti e comunisti con l’astensione dei socialdemocratici che, in un secondo tempo, avrebbero garantito l’appoggio e sarebbero entrati nel governo della città. Questo lavoro produsse un accordo di massima, il quale però non si trasformò in patto siglato per varie ragioni e convenienze che non è qui il caso di esaminare. Piuttosto, è il caso di compiere un esame su un piano più strettamente politico per mettere in luce difficoltà e successi, ambiguità ed errori. Negli anni che precedettero le elezioni amministrative e la formazione della giunta di sinistra, vale a dire tra il ‘68-‘69 e il ’75, la città visse tra due dinamiche: da un lato, l’acuirsi delle tensioni sociali, il manifestarsi di estremismi, spesso opposti, di destra e di sinistra, l’imporsi della cosiddetta strategia della tensione con il suo corredo di bombe e di vittime, la ricerca della distensione, l’affermarsi della cosiddetta controffensiva democratica. Tale “controffensiva”, che si oppone appunto alla “strategia” della tensione, si basò su una consapevole azione unitaria dei comunisti milanesi volta a collegare forze sociali e politiche progressiste con forze sociali e politiche moderato-conservatrici per impedire l’unificazione di queste ultime con strati conservatori-reazionari. L’azione e la controffensiva ebbero sostanzialmente successo (ecco un altro caso in cui Milano svolse un ruolo politico nazionale!) e determinarono, via via, vari consensi al Pci e alla sinistra. Quando poi, nel congresso dei comunisti milanesi che si tenne pochi mesi prima delle elezioni del ’75, si trattò sia di dare una valutazione del cammino percorso, della situazione creatasi, sia di indicare una prospettiva politica accanto alla esposizione di molte considerazioni interessanti, si sintetizzò il tutto nella parola d’ordine: i comunisti al governo di Milano assieme a tutte le altre forze democratiche. Lo slogan, di cui mi assumo paternità e responsabilità perché a quel Congresso fui relatore, scimmiottava, almeno in parte, quello nazionale del “compromesso storico”, e, comunque, come questo, conteneva una ambiguità. Confondeva cioè due piani che non dovevano essere confusi: quello della difesa e dello sviluppo della democrazia e quello della costruzione e della partecipazione a una politica di governo con le relative, specifiche alleanze. Non confondere i due piani, e anzi, tenerli rigorosamente distinti, non era affatto facile data la concreta situazione sociale e politica del Paese. Ma andava senz’altro fatto. Paradossalmente, i modi con cui fu costruita la giunta di sinistra al Comune di Milano (la soluzione per la giunta provinciale fu qualitativamente diversa) non favorirono la suddetta distinzione perché crearono varie difficoltà alle forze democratico-moderate, diedero  viceversa fiato a quelle conservatrici a loro avverse (il successo personale di esponenti della “maggioranza silenziosa” nelle  elezioni del 1976 ne fu una spia), resero più arduo il rapporto di alleanza indispensabile sul piano “democratico”, e d’altro canto non “protessero” politicamente l’azione e il governo locali. Questi rappresentarono nella storia di Milano un indubbio successo grazie all’impegno innanzitutto amministrativo dei comunisti e dei socialisti, ma non garantirono alla città quel ruolo più generale e nazionale avuto in altre occasioni. Terzi ha ragione quando sostiene che allora e nei periodi immediatamente successivi è necessario ricercare le cause prime delle difficoltà e, poi, della caduta della sinistra e della stessa città (non solo, se si considerano le vicende nazionali) ma queste cause hanno un’origine nella linea e nei comportamenti politici.</p>
<p>E oggi? Terzi sostiene che “la forbice tra politica e società non è stata superata se non in apparenza”, aggiungendo che Berlusconi non è il portatore di una nuova sintesi politica, ma “è solo l’esposizione di spoliticizzazione (il corsivo è mio ndr) e di una crescente frammentazione sociale”. Coerentemente, forse, con la sua idea dell’incapacità di Milano di svolgere una funzione di guida -o comunque politica &#8211; più generale, Terzi sottolinea che “l’antipolitica è … la palla al piede di cui Milano deve riuscire a liberarsi”. Mi chiedo, però, se queste considerazioni non siano frutto di un equivoco, cioè di una concezione secondo cui la politica è sì “capacità di ‘fare sistema’, di intrecciare le competenze, gli interessi, le particolarità”, unendo però tout court, immediatamente, tutte le componenti e le forze della società. Ma la politica non è questo (o, se si vuole fare una concessione alle visioni integralistiche, non è soltanto questo). La politica è (o è anche) capacità di organizzare il consenso di una parte, possibilmente maggioritaria, della società per riuscire a guidare o a governare la società intera. Quando Berlusconi apparve sulla scena politica ( (la famosa “discesa in campo” preceduta a Milano dall’appoggio da lui fornito a “mani pulite” e alla candidatura a sindaco dell’allora leghista Formentini), furono in molti a pensare, e a dire, che il fenomeno non era politico. E se un simile giudizio poteva avere qualche giustificazione nella prima fase dell’azione politica di Berlusconi, in questa seconda fase, dopo la capacità dimostrata da Berlusconi di organizzare consenso, costruire alleanze e sconfiggere, magari non definitivamente, avversari interni ed esterni, non ne ha più. Naturalmente, tale capacità è complementare alla incapacità dell’avversario di sinistra o di centrosinistra. Ma questo è un altro discorso, che però non intacca la natura politica del fenomeno Berlusconi e del cosiddetto berlusconismo. Terzi ha ragione quando sottolinea che la “riflessione sugli anni ’80 (e noi aggiungiamo anche i 70, ndr), sui limiti e i fallimenti di quella stagione politica” può aiutare, Ma aiuta se non si dimentica di mettere quella riflessione in relazione con l’analisi, finora altrettanto carente, di Berlusconi come fenomeno politico, senza farsi fuorviare dalla (debolissima) categoria dell’antipolitica.</p>
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		<title>Milano da bere: un bicchiere mezzo vuoto</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 14:24:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Speciali</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>E&#8217; sbagliato demonizzare quella stagione. Meglio chiedersi su quali ambizioni si fondava e perchè falli.
di Riccardo Terzi (da Le Nuove Ragione del Socialismo &#8211; Aprile 2010)
Milano e la politica: vorrei tentare di ragionare su questa relazione, ma mi accorgo che è una relazione sfuggente, ambigua, controversa. Milano non si lascia raccontare politicamente, perché il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>E&#8217; sbagliato demonizzare quella stagione. Meglio chiedersi su quali ambizioni si fondava e perchè falli.</p>
<p>di Riccardo Terzi (da Le Nuove Ragione del Socialismo &#8211; Aprile 2010)</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/05/milanodabere.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3453" title="milanodabere" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/05/milanodabere-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Milano e la politica: vorrei tentare di ragionare su questa relazione, ma mi accorgo che è una relazione sfuggente, ambigua, controversa. Milano non si lascia raccontare politicamente, perché il suo centro sta altrove, e la politica vi svolge un ruolo solo secondario, marginale. La sua è una vocazione essenzialmente impolitica, fondata sul primato della società civile, sulla rete degli interessi e delle competenze, e su una visione pragmatica che rifugge dalla compattezza delle ideologie.</p>
<p>Tutto ciò ha una spiegazione nella stessa morfologia sociale della città, nella sua struttura policentrica e differenziata, in cui agisce una pluralità complessa di soggetti sociali e di centri di potere, senza che emerga una forza dominante. A differenza di Torino, strutturata intorno alla grande industria fordista, dove è chiara la linea divisoria tra capitale e lavoro, qui c’è il proliferare delle funzioni intermedie, c’è un agglomerato composito e variegato di figure sociali non riconducibili al classico antagonismo di classe. E anche sul terreno politico, come riflesso di questa struttura sociale, non si produce mai una situazione egemonica, ma c’è un equilibrio sempre aperto, nel quale è stato a lungo preminente il ruolo di cerniera delle forze intermedie, laico-socialiste, che hanno saputo meglio adattarsi , col loro eclettismo culturale, allo spirito pragmatico della città. Non è certo un caso che non ci siano mai stati né sindaci democristiani nè sindaci comunisti, il che rappresenta una assoluta anomalia nel panorama nazionale. E questa anomalia dimostra come Milano abbia cercato una sua via autonoma, cercando sempre di non lasciarsi invischiare nei conflitti politici nazionali.</p>
<p>Milano diffida della politica, e se ne difende. C’è una politica locale, che ha solo il compito di tenere le relazioni funzionali  con il governo centrale  e di regolare il traffico della società civile, con un’azione amministrativa equilibrata ed efficiente. La politica si ferma a questo livello. Ci sono i sindaci, alcuni di grande popolarità e prestigio, ma la loro dimensione è solo amministrativa, locale, senza una proiezione politica nazionale. C’è come una sorta di preventiva spartizione dei ruoli: Milano punta su se stessa, sulla sua forza economica, sulla robustezza della sua società civile, e alla politica chiede solo di non interferire, mentre accade l’inverso nelle realtà dove la struttura sociale è più debole, le quali, proprio per questa loro debolezza, investono tutto sulla politica. Si determina così una meridionalizzazione della politica, e in questo c’è l’origine di un conflitto che successivamente finirà per esplodere, per i costi pagati dall’intero sistema in termini di efficienza e di competitività.</p>
<p>Si parla spesso della funzione anticipatrice di Milano, del suo essere il punto più avanzato che prepara il cammino per l’intera società nazionale. Ciò è sicuramente vero dal punto di vista sociale. Milano è già, in grande anticipo, una società post-fordista: sviluppo del terziario, della finanza, delle comunicazioni, integrazione internazionale, struttura a rete, e grande flessibilità nelle relazioni sociali. Ma a questo non corrisponde un ruolo di guida nazionale sul terreno più strettamente politico. Solo con Craxi c’è il tentativo di fare di Milano la capitale politica, mettendo in opera una linea spregiudicata e aggressiva per scalzare il ruolo tradizionale dei grandi partiti di massa, e per affermare un nuovo modello di leadership , fatto di decisionismo e di personalizzazione. Ma questa operazione ha un successo solo temporaneo, di breve durata, e infine va incontro ad un clamoroso fallimento. Il fatto sorprendente è che il craxismo riesce ad espandersi al sud, dove compete con le vecchie clientele democristiane, ma ha proprio a Milano il suo punto debole, ed è qui che si mette in moto  il processo che lo porta alla definitiva sconfitta.</p>
<p>La magistratura ha un ruolo determinante, ma può svolgere questo ruolo perché può contare su un ampio consenso dell’opinione pubblica. Non ha quindi nessun fondamento la tesi del complotto delle “toghe rosse”, perché non di un complotto si tratta, ma di un sommovimento civile, il quale ha di mira non questo o quel partito, ma l’intero sistema. È una crisi  che investe direttamente tutta la struttura istituzionale, in quanto viene revocato il rapporto di fiducia su cui si regge la legittimità rappresentativa delle istituzioni. E accade sempre, in tali situazioni di crisi, che prevalga l’aspetto emotivo, con le sue pulsioni semplificate e distruttive. L’esito, come si sa, è devastante per l’intero sistema politico, e un’intera classe dirigente viene rapidamente delegittimata, liquidata, sacrificata come un capro espiatorio. Milano è l’epicentro di questo cataclisma politico. Si può forse interpretare tutto ciò come una rivincita della società civile sulla politica e sulle sue ambizioni egemoniche.</p>
<p>Ma cerchiamo di vedere meglio le tappe di questo processo. Nel 1975 si forma a Milano una giunta di sinistra,presieduta dal sindaco Aniasi, con la partecipazione diretta dei comunisti: non accadeva dall’immediato dopoguerra. È una svolta importante nella storia della città, ed essa è accompagnata da tutta una serie di polemiche, di vario segno. Sono in molti a considerarla come una inopportuna forzatura, uno strappo avventuroso e velleitario, privo di una base sufficiente di consenso, in una città di tradizioni moderate, e in presenza di una forte corrente popolare nella DC e nella Chiesa ambrosiana, con cui si trattava di trovare un realistico punto di equilibrio. Non dimentichiamoci del contesto politico di quegli anni, in cui comincia a prendere forma la strategia del “compromesso storico”, la quale condizionerà tutto il corso successivo della politica nazionale. Accade così un fatto del tutto singolare: la formazione di una giunta di sinistra, nel centro nevralgico della città di Milano, viene apertamente osteggiata dai gruppi dirigenti nazionali sia del PCI che del PSI, che cercavano in ogni modo, attraverso i responsabili degli Enti locali Cossutta e Labriola, di tenere la situazione di Milano nel quadro della “solidarietà nazionale”, il che voleva dire, nel concreto, che il PCI avrebbe dovuto, tutt’al più, accontentarsi di un appoggio esterno. Ma accade un altro fatto singolare, soprattutto per il PCI, da sempre strutturato secondo una rigida disciplina centralizzata: i dirigenti locali non obbediscono.</p>
<p>Io, che ero allora il segretario della federazione di Milano, continuo a pensare, nonostante tutto, che quella scelta fosse giusta, perché poteva aprire una nuova stagione politica e un nuovo rapporto con la società milanese. Nel PSI è stata decisiva la forte determinazione del gruppo autonomista di Martelli e Tognoli, il quale puntava , evidentemente , a rafforzare la funzione egemone dei socialisti, scalzando la DC dalle sue tradizionali posizioni di potere. L’intesa si costruisce quindi su due premesse: in primo luogo l’autonomia di Milano, il rifiuto di adattarsi al gioco politico nazionale, in secondo luogo l’idea che la società civile milanese sia ormai matura per un processo di compiuta laicizzazione, che qui sia possibile dar vita ad un nuovo laboratorio per una politica che si apre alle nuove domande di libertà, di modernizzazione, di efficienza, andando oltre le tradizionali appartenenze ideologiche. Questo è il terreno che cementa la nuova alleanza tra socialisti e comunisti, e sul quale si apre, tra  loro, una competizione per l’egemonia, per la conquista di un ruolo centrale nel tessuto della società milanese.</p>
<p>Si trattò, dunque, di una scommessa su un possibile processo di innovazione della politica: tutte le carte furono puntate sulle risorse di una società civile che si stava profondamente trasformando negli stili di vita, nei riferimenti culturali, nell’affermazione della propria autonomia e nella difesa delle libertà individuali:  un’operazione complessa, difficile, ma non velleitaria, non priva di un fondamento nella realtà. Ma mancarono, nei protagonisti che avrebbero dovuto realizzare questo disegno politico, la lucidità e la perseveranza necessarie per portare a termine il processo: la scommessa è andata perduta. Le ragioni sono molteplici, e proverò ora ad analizzarle.</p>
<p>Anzitutto, Milano si è lasciata schiacciare nella morsa della politica nazionale, e la sua vocazione di autonomia non ha retto l’urto di una politica che stava andando in tutt’altra direzione. Questo riflusso avviene, con modalità diverse, in tutti i principali partiti politici. Nel PSI il quadro cambia radicalmente nel momento in cui Craxi assume la guida del partito, e soprattutto quando ne diviene il leader assoluto e indiscusso. A quel punto, Milano non è più per i  socialisti un laboratorio autonomo, ma è solo una pedina del gioco politico nazionale. È tutta la tradizione dell’autonomia municipale che viene rovesciata, e ciò fa vacillare uno dei fondamenti dell’alleanza. Si accentuano inoltre tra i socialisti, convinti di essere avviati ad un ribaltamento dei rapporti di forza nella sinistra, posizioni di arroganza, di intolleranza, e anche di spregiudicatezza nella gestione del potere. Tutto ciò determina un preciso contraccolpo all’interno del PCI, dove già erano molto diffuse le posizioni di critica e di diffidenza verso la nuova esperienza di governo. D’altra parte, anche nel PCI ci si avvia verso una direzione personalizzata, carismatica ed accentratrice, e gli spazi per il pluralismo interno si fanno sempre più stretti. La partita politica di Milano aveva, agli inizi, una potenzialità strategica, in quanto poteva tenere aperta una linea di sviluppo diversa da quella del compromesso storico. Ma questa è rimasta una potenzialità inespressa, e alla fine tutto è stato ricomposto, e la giunta di sinistra è sopravvissuta solo come una anomalia tollerata, circondata da un clima di sospetto.</p>
<p>Si arriva più volte sull’orlo della crisi, non per l’esplodere di diverse posizioni programmatiche sul destino della città, ma per un effetto di rimbalzo  dei sempre più tesi e conflittuali rapporti politici nazionali che si scarica su Milano. Il mio ultimo intervento in Consiglio comunale, lo ricordo assai bene, si tenne nel momento della rottura sul decreto per la scala mobile, e servì, momentaneamente, a scongiurare una crisi, tenendo distinto il quadro milanese da quello nazionale. Ma una storia si andava concludendo. L’esperienza milanese avrebbe avuto bisogno, per potersi sviluppare, di un suo autonomo spazio vitale, ma è proprio questo spazio che è stato rapidamente prosciugato, sacrificato alle strategie nazionali.</p>
<p>Nella DC, d’altra parte, non si apre nessuno spiraglio, ma al contrario si affermano vistosamente le correnti più conservatrici, con l’exploit personale di De Carolis,  le iniziative della “maggioranza silenziosa”,  il ritorno ad un clima di scontro frontale. Non c’è quindi nessun margine per una politica di solidarietà nazionale, non c’è dunque nessuna strategia alternativa praticabile. Per il PCI, si tratta solo di decidere se continuare a scommettere sull’esperienza di sinistra, cercando di rivitalizzala, o se dichiarare la resa. Alla fine , dopo un lungo travaglio, sembra a tutti imporsi come inevitabile il riallineamento di Milano al quadro politico nazionale, e questa conclusione è avvertita dal PCI più come una liberazione che come una sconfitta, come la riconquista di una autonomia di movimento e come il recupero di una identità troppo a lungo offuscata.</p>
<p>Il PCI milanese era, in quegli anni, uno strano impasto di moderatismo e di ideologismo, spesso tra loro intrecciati e convergenti.  Entrambi questi elementi concorrevano a determinare un approccio del tutto strumentale alla nuova esperienza di governo, vista da un lato solo come un’occasione di legittimazione del partito, e dall’altro come una parentesi, come un passaggio tattico provvisorio, in attesa di un definitivo rovesciamento dei rapporti di potere.  Mancò lo slancio riformatore  necessario per dare un senso e una prospettiva alla nuova esperienza. La destra e la sinistra del partito, per quanto può valere questa sommaria semplificazione, erano infine concordi su un punto: l’esperienza amministrativa non poteva essere il centro di una scommessa strategica, restava quindi in qualche modo periferica, secondaria, un momento della tattica, e non l’occasione per mettere alla prova, fino in fondo, la propria identità.</p>
<p>Valutando oggi, a distanza, tutta questa vicenda politica, ne traggo la conclusione che il PCI era già, nonostante la sua forza apparente, in una condizione di crisi, perché immobilizzato dalla sua interna forza di inerzia, e incapace di una iniziativa di movimento. Non è il crollo del muro di Berlino che ci mette fuori gioco, né la tempesta di Tangentopoli: la crisi era già virtualmente aperta, solo in apparenza compensata dal prestigio personale di Berlinguer. Si può anzi azzardare l’ipotesi che fu proprio quel carisma, quella personalizzazione, l’effetto indiretto di una involuzione: spicca la figura del leader, perché dietro quella figura non c’è più un corpo vitale. In questo, il destino di Berlinguer e quello di Craxi non sono tra loro così dissonanti come comunemente si crede. Rappresentano entrambi il momento conclusivo e declinante di una storia politica. E rappresentano anche, su opposte sponde, l’illusione di un comando della politica sulla società, nel momento in cui tutta l’evoluzione sociale spinge nella direzione opposta, verso una autonomia del sociale, r di determina un massiccio spostamento dalla dimensione collettiva a quella individuale.</p>
<p>A questo proposito, torna il discorso su Milano, perché è proprio qui, nel punto più alto dello sviluppo, che si manifesta con più forza questo mutamento dello spirito pubblico, questo emergere di un nuova soggettività. L’operazione da tentare era quella di mettersi in comunicazione con le nuove forme della soggettività, e di elaborare un nuovo tipo di politica, meno invasivo e meno decisionista, capace di suscitare una mobilitazione delle energie della società civile. Ma è proprio questa saldatura del sociale e del politico che fallisce o, per meglio dire, non viene neppure seriamente esplorata. La politica si avvita su se stessa, e si costituisce come una sfera del tutto separata, con le sue regole, con le sue rigide gerarchie, e anche con un suo sistema ormai collaudato di illegalità. È contro questa separatezza irresponsabile che si indirizza un movimento di opinione pubblica del tutto informe e indeterminato nei suoi possibili sbocchi politici, ma estremamente radicale nella denuncia di un sistema politico non più legittimato dal consenso popolare.</p>
<p>Perché c’è questa esplosione, e perché è proprio Milano a pilotare questo sommovimento? La spiegazione sta in parte nelle cose fin qui dette: nella vocazione impolitica di Milano, da un lato, e  nei limiti di fondo che hanno condizionato tutta l’esperienza dei governi locali dall’altro.  Ma c’è qualcosa di più profondo, c’è una rottura che scardina le basi della convivenza civile e mette a rischio la tenuta unitaria  della comunità. Il fatto è che non si sono visti per tempo gli effetti del movimento di secolarizzazione che ha investito l’intera società e ha dato luogo a una nuova forma antropologica, a una nuova percezione di sé, a una nuova relazione del soggetto con i valori e con le regole della vita collettiva. La sinistra ha visto solo i lati progressivi di questo movimento, non i suoi contraccolpi, non i suoi possibili esiti distruttivi. Forse è solo Pasolini, in quegli anni, a vedere, con uno sguardo profetico, il sottofondo minaccioso in cui rischiano di impantanarsi le stesse battaglie per le libertà civili, che hanno in sé un doppio significato, il rifiuto del dominio autoritario, certo, ma anche il possibile rifiuto di ogni regola e di ogni forma di eticità.</p>
<p>Il paradosso degli anni ’80 è che la politica incoraggia la secolarizzazione e apre alla società civile nuovi spazi di libertà, ma alla fine tutto questo processo le si ritorce contro e la travolge. Ed è in particolare il PSI al centro di questo paradosso, perché più di altri ha cercato di dare rappresentanza politica al nuovo individualismo e più di altri ha pagato il prezzo della rivolta della società civile. In realtà, più che di un paradosso si tratta di una contraddizione, di una incoerenza, perché alle inquietudini di una società che cerca un nuovo ancoraggio, in se stessa, nella sua autonomia, non si è offerto nessun percorso reale di crescita, di partecipazione, di maturazione democratica, per cui era inevitabile , alla fine, l’esplosione di un conflitto. Il PSI di quegli anni, nel momento in cui conquista una posizione centrale nel sistema politico, è liberale e libertario nel messaggio, nell’ ideologia, ma nella realtà realizza un sovrappiù di centralizzazione politica e di gestione autoritaria del potere. Nessun altro, però, sa mettere in campo un modello davvero alternativo. È la politica nel suo complesso che utilizza solo le risorse della retorica, senza  cambiare in nulla i meccanismi sostanziali del proprio funzionamento. Ed è in questo scarto tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra la rappresentazione della realtà e la pratica reale, che irrompe la forza negativa di una critica a tutto campo al sistema politico, preso nel suo complesso, senza distinzioni, e senza che nessuno riesca ad opporre la forza di un progetto democratico alternativo.</p>
<p>Il risultato è solo la corporativizzazione del corpo sociale, la sua segmentazione, il venir meno di qualsiasi principio di regolazione, il venir meno non solo dei partiti, in gran parte responsabili della loro crisi, ma della dimensione politica in quanto tale, con il conseguente aprirsi di tutta una serie di falle nel tessuto della convivenza civile.</p>
<p>Milano è il luogo esemplare di questo mutamento e di questa crisi. E tutti questi processi hanno la loro accelerazione negli anni ’80, prima della grande cesura storica dell’89. Sono anni di intensa trasformazione sociale, che vanno valutati nella loro complessa e contraddittoria dinamica. Non è possibile una lettura unilaterale. A me pare che il senso complessivo  del decennio vada ricercato in questa incapacità di costruire una relazione virtuosa tra la società e la politica, in questa crescente divaricazione delle due sfere. C’è quindi un fallimento su entrambi i lati: sul lato della politica, che non riesce a produrre una vera innovazione, e sul lato della società, che si rinchiude in una posizione puramente negativa, senza produrre una nuova progettualità. Ma questo giudizio, così fortemente critico, non vuole essere un giudizio liquidatorio: segnala, piuttosto, i limiti e le contraddizioni di una modernizzazione incompiuta, che non ha saputo trovare le forme e gli strumenti di una sua regolazione democratica. Anche l’esperienza del governo cittadino della sinistra va valutata con questo metro, come un’operazione rimasta a metà strada, ma che ha comunque rappresentato un momento dinamico nella storia politica di Milano. Il mio giudizio è largamente critico e autocritico, ma non condivido affatto una posizione di semplice liquidazione. C’è stata in quegli anni una crescita, democratica e civile, c’è stata un’azione amministrativa efficace, ma è mancato un progetto che sapesse incanalare le energie della società civile verso un traguardo condiviso, verso una nuova identità collettiva.</p>
<p>Il problema resta aperto. Milano non ha avuto, negli anni successivi, una risposta ai suoi problemi, non ha ritrovato un’identità. Continua ad essere una realtà incerta , problematica, incapace di riconoscersi in un comune tessuto connettivo, in un progetto, in una rappresentazione del suo futuro. La forbice tra politica e società non è stata superata, se non in apparenza. Berlusconi non è il portatore di una nuova sintesi politica, ma è solo l’espressione di un processo di spoliticizzazione e di una crescente frammentazione sociale. C’è un vuoto, e ci si illude che esso possa essere riempito da una figura carismatica, ma dietro questa figura c’è solo il deserto, popolato da individualismi e da strategie di corto respiro, da calcoli di convenienza e da un meccanismo di competizione in cui tutti sono contro tutti, riproducendo così il “bellum omnium contra omnes” di cui ci ha parlato Hobbes, senza che vi sia un’autorità politica capace di tenere sotto controllo questa logica distruttiva. Berlusconi rappresenta, in questo senso, il definitivo decadimento del ruolo di Milano, la sua incapacità di essere un punto di riferimento e di guida per la comunità nazionale. La forza di Berlusconi è solo il riflesso della debolezza di Milano. Sono le società deboli, malate, non strutturate, che si affidano al deus ex machina e  si lasciano penetrare dalle ideologie populiste. Per questo, non penso che siamo alla conclusione di un ciclo, ad una stabilizzazione, ad un equilibrio conservatore ormai consolidato, ma che tutto sia ancora aperto, e che il conflitto tra politica e società possa nuovamente esplodere, in forme nuove e imprevedibili.</p>
<p>Il problema è ancora quello che abbiamo cercato di affrontare, con scarsi risultati, negli anni Ottanta; il rapporto con la società, la mobilitazione democratica delle risorse sociali, la riforma della politica in un nuovo quadro di responsabilizzazione e di coesione sociale. Il problema di Milano è la mancanza di un centro ordinatore. Ci sono dei sottosistemi, ma non un sistema unitario e coordinato. La Chiesa ambrosiana è uno di questi sottosistemi, e dà luogo ad una rete di solidarietà e di accoglienza, importante ma parziale, un punto di riferimento etico che non riesce a superare la sua parzialità. Ed è la parzialità a caratterizzare anche le istituzioni del movimento operaio, a partire dal sindacalismo confederale, che è una presenza attiva nella città, ma non può essere, in un tessuto sociale così composito, il centro regolatore dell’intero sistema. Più in generale, osserviamo in tutti i diversi campi un processo di specializzazione e di separazione, nella cultura, nell’attività produttiva, nella rete associativa, per cui convivono tante parzialità che non entrano tra loro in relazione. Questa pluralità delle forme non è di per se stessa una ragione di debolezza, anzi, può essere al contrario una risorsa, ma a condizione che si risolva il problema della regolazione dei sistemi sociali complessi. Regolazione vuol dire politica. L’antipolitica è quindi la palla al piede di cui Milano deve riuscire a liberarsi. Ma la politica può assumere diverse forme. Può essere il decisionismo, il comando, la verticalizzazione del potere. Ma può essere anche un nuovo sistema di governo, che tiene uniti i diversi soggetti in un lavoro comune di progettazione sociale, facendoli uscire dalla loro parzialità. Mettere in relazione ciò che oggi è separato e diviso: questo è il compito della politica. La politica è la capacità di “fare sistema”, di intrecciare le competenze, gli interessi, le particolarità, mettendole tutte all’opera nella costruzione di un disegno comune.</p>
<p>Si può ripartire su nuove basi solo se si restituisce senso a un progetto di democratizzazione del sistema politico. E Milano resta comunque il luogo in cui tutte le ipotesi politiche e strategiche devono essere verificate, perché è qui che tutti i nodi si sono aggrovigliati, ed è qui che dobbiamo cercare di scioglierli. La riflessione sugli anni ’80, sui limiti e sui fallimenti di quella stagione politica, ci può aiutare , per impostare tutto il problema in termini davvero innovativi, per riaprire gli spazi della politica, e per scongelare le risorse sociali, il loro dinamismo, e anche il loro conflitto, in un nuovo sforzo progettuale.</p>
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		<title>Partiti per Bergamo. I quindici martiri di piazzale Loreto.</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 16:07:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Citta']]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Ci sono dolori e ferite che segnano, per sempre, la storia e il volto di una città. Ci sono dolori profondi che sono vissuti compostamente, forse fin troppo di fronte alla gratuità disumana del male, della violenza, alla lacerazione netta e insanabile tra uccisori e uccisi. E gli uccisi, a ben guardare, non sono solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/loreto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3313" title="loreto" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/loreto-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a>Ci sono dolori e ferite che segnano, per sempre, la storia e il volto di una città. Ci sono dolori profondi che sono vissuti compostamente, forse fin troppo di fronte alla gratuità disumana del male, della violenza, alla lacerazione netta e insanabile tra uccisori e uccisi. E gli uccisi, a ben guardare, non sono solo i corpi fucilati, ma tutti coloro che sentirono e sentono quella ingiustizia efferata come perpetrata sul loro stesso corpo. Così sessantasei anni fa, meno di un anno prima della liberazione di Milano, quindici uomini venivano strappati ai loro affetti, alle loro vite, alle loro storie.</p>
<p>Non serve ripercorrere in questa sede i fatti che tutti conoscono. Una presunta azione partigiana pochi giorni prima. Nessun tedesco rimase ucciso. La rappresaglia però fu violentissima. Theodor Saevecke, capo della Gestapo di Milano, ordinò la fucilazione sommaria di 15 prigionieri anti-fascisti. I quindici, fatti salire su un camion all’alba della mattina del 10 agosto con un finto ordine di trasferimento per Bergamo, furono portati in piazza Loreto e fucilati a sangue freddo. I loro corpi rimasero esposti fino a sera.</p>
<p>Un film-documentario, con soggetto di Sergio Fiorini e regia di Marco Pozzi, intreccia questa pagina dolorosa di storia e di resistenza civile alle testimonianze e alle immagini. Il progetto ha coinvolto oltre all’associazione e i famigliari delle vittime gli studenti del corso di Laurea specialistica in Comunicazione, media e pubblicità dell’Università IULM, un gruppo di storici (Luigi Borgomaneri, Roberto Cenati, Mimmo Franzinelli, Antonio Quatela) e gli Istituti Storici qualificati INSMLI di Milano (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia) e la Fondazione ISEC (Fondazione Istituto per la Storia dell&#8217;Età Contemporanea) di Sesto S. Giovanni.</p>
<p>“Ci sono due episodi di piazzale Loreto: uno ha cannibalizzato l’altro” racconta Sergio Foganolo, figlio di uno dei quindici, Umberto Fogagnolo, “quello che vogliamo rivendicare è il significato storico particolare, la reazione di popolo contro un regime oppressivo e terroristico. Ci auguriamo che questo filmato possa contribuire a informare le giovani generazioni, con una diffusione nelle scuole, nelle associazioni e nei circoli.”</p>
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		<title>Reportage Aldo Moro -parte 1- Elena Improta</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 09:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>di Massimiliano Coccia
L’assassinio di Aldo Moro è una delle parentesi più dolorose della nostra storia, un evento che ha sconvolto e cambiato per sempre generazioni intere, diverse per censo, classe e professione.
Vogliamo con questo piccolo reportage narrativo raccogliere le tantissime storie che si sono incrociate con quella dello statista democristiano, vogliamo cercare di raccontare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Massimiliano Coccia</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/03/improta2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2987" title="improta2" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/03/improta2-300x194.jpg" alt="" width="300" height="194" /></a>L’assassinio di Aldo Moro è una delle parentesi più dolorose della nostra storia, un evento che ha sconvolto e cambiato per sempre generazioni intere, diverse per censo, classe e professione.<br />
Vogliamo con questo piccolo reportage narrativo raccogliere le tantissime storie che si sono incrociate con quella dello statista democristiano, vogliamo cercare di raccontare la storia dell’agguato in via Mario Fani, del sequestro e dell’omicidio con i semplici racconti di tanta gente comune.</p>
<p>Questa settimana cominiciamo con Elena Improta, figlia di Umberto Improta, questore di Roma, Napoli e Milano, a cui dedicheremo una piccola monografia. Elena nel 1978 è semplicemente la figlia di un servitore dello Stato, un uomo fedele alle istituzioni, ma quell’episodio modificherà la sua vita.</p>
<p>“Loro sono ovunque”<br />
testimonianza di Elena Improta.</p>
<p>“Era anche per me il 16 marzo 1978, frequentavo la quinta ginnasio al Liceo Mameli nel cuore del quartiere Parioli a Roma . Eravamo in aula, c’era l’interrogazione di Latina. Ma il mio pensiero e il mio cuore era ancora lì legato alla mia amata Via dei Colli Portuensi ,ai miei amici del cortile, al mio grande amore Paolo, ai fantastici compagni della mitica Scuola Media Bennicelli.<br />
Ma da un anno ci eravamo dovuti trasferire per motivi di sicurezza a Via Guido d’Arezzo, nell’abitazione di servizio del Commissariato Salario Parioli.<br />
Le BR avevano colpito a morte l’autista e ferito il braccio destro di mio padre, Alfonso Noce.</p>
<p>Mentre la Professoressa di Latino interrogava pensavo che i migliori anni della mia vita erano segnati dal terrore, dalla paura per me stessa, per i miei fratelli, la mia famiglia i nostri amici (che avevano paura di frequentarci…).<br />
Avevo tanta rabbia dentro, tanta voglia di cambiare il mondo, di fare una buona politica.E poi pensavo che eravamo caduti dalla padella alla brace, visto era già un anno che ci ritrovavamo nel cuore di un quartiere di destra. Non potevo mettere piede a piazza Euclide, che mi gridavano “Ah infame! Tu e tu padre!” (che aveva fatto chiudere tutte le sezioni dell’MSI di zona) .</p>
<p>Per non parlare del Pipe. Ho sempre amato ballare, ma appena mi presentavo alla cassa mi facevano capire che non era gradito il mio ingresso.</p>
<p>Mentre la mia mente vagava su tutto quello che sarebbe stato il mio futuro entrò all’improvviso Il Preside che disse: “Un attimo di attenzione : la scuola chiude, le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro! Si mise a piangere ed insieme a lui anche noi”.</p>
<p>Tornai di corsa a casa, con il viso nascosto tra i capelli, con i miei jeans rotti, le superga bianche e il vecchio maglione a V grigio di papà, la tolfa a tracolla ed una lacrima che scendeva sul mio viso struccato da maschiaccio (come mi dicevano sempre) pensando: “Siamo scappati da Monte Verde, ma non cambierà mai nulla ! Loro sono ovunque e noi saremo sempre in pericolo”.</p>
<p>Giorni bui ci aspettavano, un mese d’inferno, papà era sempre fuori per le indagini e noi chiusi nel commissariato e scortati a vista ad ogni nostro movimento.</p>
<p>Una sera era più o meno verso la metà di Aprile , in piena notte mi alzai per bere e trovai mio padre in cucina , con il viso tra le mani, anche Lui aveva una lacrima che gli scendeva! Come ?! – pensai – Lui non può piangere , Lui è forte, Lui li troverà e Lo libererà! No &#8211; mi disse – vai a dormire, la questione è molto più intricata di quanto non si percepisca all’esterno…”</p>
<p>Moro fu trovato assassinato il 9 maggio del 1978. Cambiò la vita non solo nella nostra famiglia , cambiò la storia del nostro Paese e scorrono ancora tante lacrime dentro di me al solo ricordo di quegli anni ed alla paura che possano tornare ora più che mai.</p>
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		<title>Quando c&#8217;era Sandro, quando c&#8217;era l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 15:27:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Jacopo Perazzoli
Il 24 febbraio 1990 Sandro Pertini si spegneva a Roma nella sua mansarda affacciata sulla Fontana di Trevi, lasciando un vuoto mai colmato nel popolo italiano. Non so quanto sarebbe potuto piacere al settimo Presidente della Repubblica la tipica corsa alla commemorazione fatta in questi giorni da diversi partiti e personaggi politici, Partito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/03/6PERTINI87gr.jpg"><img class="size-medium wp-image-2674 alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px;" title="6PERTINI87gr" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/03/6PERTINI87gr-300x239.jpg" alt="" width="220" height="175" /></a>di <strong>Jacopo Perazzoli</strong></p>
<p>Il 24 febbraio 1990 Sandro Pertini si spegneva a Roma nella sua mansarda affacciata sulla Fontana di Trevi, lasciando un vuoto mai colmato nel popolo italiano. Non so quanto sarebbe potuto piacere al settimo Presidente della Repubblica la tipica corsa alla commemorazione fatta in questi giorni da diversi partiti e personaggi politici, Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà da un lato, Filippo Penati e Beppe Grillo dall’altro, in quanto lui stesso, a precisa domanda, si definì come “un socialista tipo Turati, Filippo Turati, Claudio Treves. […] Cioè sono per un socialismo che deve essere basato sulla libertà”.<br />
Non volendo dunque correre il rischio di un errore così grave, preferisco lasciare spazio, nel tentativo di ricordare una figura così alta della nostra storia repubblicana, alla bella descrizione del Pertini Presidente lasciataci da Vittorio Foa in “Questo Novecento”:<span id="more-2673"></span> “era un socialista ligure noto per il suo coraggio personale nella lotta antifascista e per il suo forte richiamo ideale. Nella vita del partito socialista era un seguace fedele di Pietro Nenni, non senza qualche vivace scontro umorale. Nessuno avrebbe chiesto a Pertini un forte contributo nel dibattito politico e invece non appena arrivato al Quirinale la sua prestazione fu smagliante. Il suo linguaggio, in contrasto con quello sempre più involuto degli addetti alla politica, era diretto, toccava nel modo più semplice il cuore dei problemi. Gli italiani, nella loro grande maggioranza, ne furono affascinati. Egli parlava il loro linguaggio alzandolo però sempre al livello del rispetto civile reciproco e dell’attenzione verso i più deboli e i sofferenti. Quando andava all’estero offriva un’immagine dell’Italia limpida e, pur nella sua modestia, aperta alla cooptazione. Se commetteva qualche errore tutti capivano che era per eccesso di generosità. La presidenza di Pertini, in una fase difficile di terrorismo, di scandali e di inadempienze dello Stato, fu un forte richiamo ai sentimenti comuni”.<br />
Da queste parole del celebre esponente del Partito d’Azione, nonché compagno del socialista ligure nella lunga militanza contro il regime mussoliniano, risulta chiaro che la miglior commemorazione di Pertini, invece di una fugace celebrazione, sarebbe un’attuazione nella quotidianità della sua lezione di onestà e generosità, caratteristiche quanto mai deficitarie nell’Italia dei nostri giorni.</p>
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		<title>Un Paese che dimentica in fretta</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 18:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>di Nicola Del Corno
“Dove va un Paese che non ama la propria storia”, si chiedono in un bel articolo comparso sul “Corriere della Sera” Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, facendo esplicito riferimento ai 150 dell’Unificazione italiana e alla smemoratezza dei nuovi italiani, soprattutto delle loro élites. In un passaggio particolarmente incisivo, notano come l’Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Nicola Del Corno</strong></p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Roy-Lichtenstein-Forget-It-Forget-Me-1962-133898.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2468" title="Roy-Lichtenstein-Forget-It--Forget-Me--1962-133898" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Roy-Lichtenstein-Forget-It-Forget-Me-1962-133898-255x300.jpg" alt="" width="204" height="240" /></a>“Dove va un Paese che non ama la propria storia”, si chiedono in un bel articolo comparso sul “Corriere della Sera” Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, facendo esplicito riferimento ai 150 dell’Unificazione italiana e alla smemoratezza dei nuovi italiani, soprattutto delle loro élites. In un passaggio particolarmente incisivo, notano come l’Italia “sembra aver buttato via l’unica epopea che aveva. Quello del Risorgimento. Il grande romanzo culturale, militare e sociale […] che altri avrebbero sbandierato con l’orgoglio di chi mostra la storia di terre e genti divise da secoli che in pochi anni sanno diventare una nazione”. Osservazione amara e condivisibile; osservazione che diventa ancora più affranta quando si pensa che il nostro capo del governo – che sempre si mostra preoccupato di vedere anti-italiani dappertutto – ha avuto la brillante intuizione qualche mese fa alla festa dei giovani della Pdl di consigliare la lettura di un libro che getta fango sul processo risorgimentale, derubricandolo a mero complotto di occulte forze straniere. Il riferimento corre al volume di Angela Pellicciari, da tempo impegnata nel tentativo di dimostrare come furono presunti poteri forti esteri, collusi con massoni e protestanti, a volere l’unità del nostro paese nel tentativo di scardinare ogni possibile traccia cattolica nella penisola italiana.<span id="more-2467"></span> Per l’autrice, il Risorgimento, lungi da essere una pagina più o meno gloriosa, ma scritta comunque da italiani, fu il frutto di una cospirazione internazionale, i cui mandanti vanno cercati oltralpe, e di cui gli italiani risultarono spettatori passivi. Anche chi vi partecipò, viene relegato al ruolo comprimario di marionetta; stranieri erano infatti i burattinai, i “grandi vecchi”.<br />
E allora non può che venire in mente la classe politica della tanto denigrata Prima repubblica, dove c’erano politici che sapevano apprezzare e valorizzare questa “epopea”, che con tutti i suoi limiti – su cui si discuteva e ci si scontrava dialetticamente – aveva comunque fatto la nostra nazione. De Gasperi, Togliatti, Spadolini, Craxi, ma non solo loro, ovviamente da prospettive e con approcci ben diversi, ebbero però il merito di interrogarsi e di far riflettere gli italiani sulla portata di quell’evento che solo la presunzione e l’ignoranza degli homines novi di questo strano paese possono considerare con malcelato fastidio, come dimostrano le ambiguità nella programmazione del Centocinquatenario.</p>
<p>In quest’opera di denigrazione della nostra storia nazionale, in prima fila ovviamente c’è la Lega che contesta ogni legittimità democratica e popolare al processo risorgimentale, dimenticando cosa affermò Carlo Cattaneo a proposito della partecipazione delle classi umili alle gloriose Cinque giornate milanesi. Scrisse il grande Lombardo, ricordando i patrioti caduti sulle barricate di Milano nel 1848: «il sangue dei cinque giorni fu veramente versato dal popolo, e al popolo se ne deve gratitudine e gloria».</p>
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		<title>L&#8217;altra questione morale</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 07:25:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Nicola Del Corno
 
“Il problema è essenzialmente morale”; così scrivevano Nello Rosselli e Riccardo Bauer nel 1929 nell’editoriale di “La lotta politica”, periodico antifascista che non riuscì però ad andare oltre al primo e unico, sia pure importantissimo, numero. Ma come si possono coniugare morale e azione politica? Qualche riga dopo, ecco arrivare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Nicola Del Corno</strong></p>
<p><strong><span style="font-weight: normal;"> </span></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/01/Freedom.jpg"><img class="size-full wp-image-2112 alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Freedom" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/01/Freedom.jpg" alt="" width="220" height="294" /></a></strong><strong><span style="font-weight: normal;">“Il problema è essenzialmente morale”; così scrivevano Nello Rosselli e Riccardo Bauer nel 1929 nell’editoriale di “La lotta politica”, periodico antifascista che non riuscì però ad andare oltre al primo e unico, sia pure importantissimo, numero. Ma come si possono coniugare morale e azione politica? Qualche riga dopo, ecco arrivare la risposta: la morale in politica è solamente l’azione che proviene conseguentemente da una scelta intimamente, criticamente, individualmente sentita. La morale non ha pertanto bisogno di autentiche da parte di chicchessia: Chiesa, Stato, partito o istituzione; in politica la morale appartiene allora a quella concezione tipicamente liberale del divenire personale che fa sì che ciascuno si assuma la responsabilità delle proprie azioni in prima persona, nella consapevolezza che ognuno è appunto il miglior giudice di se stesso. Attualizzando queste riflessioni, non si può allora accettare che demagoghi di vario genere ci “facciano la morale” su che cosa sia morale e cosa no, pretendendo sulla base di questa decisione, peraltro presa spesso senza contradditorio (pratica questa ben poco liberale…), di dirigere la vita politica contingente. Sulla scorta delle riflessioni di due grandi del pensiero democratico e liberal-socialista del passato, il centrosinistra farebbe bene a diffidare da poco affidabili compagni di strada che abusano della parola “morale” senza poi riuscire a darle quel chiaro senso compiuto sopra ricordato, ma limitandosi ad un vacuo sdottoreggiamento che finisce per lasciare il tempo che trova. Anzi per portare acqua al mulino avversario.</span></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>[video] Craxi e Berlinguer. I rapporti tra PSI e PCI negli anni 80.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 06:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Craxi e Berlinguer. PSI e PCI in un decennio che ha portato, per ragioni molto diverse, alla scomparsa dei simboli storici dei partiti di massa della sinistra italiana dalle schede elettorali.
In una chiacchierata Gianni Cervetti racconta gli incontri tra Craxi e Berlinguer, da un lato la prospettiva di una sinistra unita, dall&#8217;altro le conflittualità antiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Craxi e Berlinguer. PSI e PCI in un decennio che ha portato, per ragioni molto diverse, alla scomparsa dei simboli storici dei partiti di massa della sinistra italiana dalle schede elettorali.</p>
<p>In una chiacchierata Gianni Cervetti racconta gli incontri tra Craxi e Berlinguer, da un lato la prospettiva di una sinistra unita, dall&#8217;altro le conflittualità antiche e nuove tra comunisti e socialisti. Sullo sfondo un mondo che cambia.</p>
<p>Quale poteva essere l&#8217;evoluzione della sinistra italiana? Quali circostanze hanno bloccato la possibilità di costruire una forza socialista a vocazione maggioritaria come nel resto d&#8217;Europa?</p>
<p>Gli errori tattici e strategici, gli appuntamenti mancati, la necessità di una rivisitazione critica di quei passaggi fondamentali per la storia recente e per il futuro dell&#8217;iniziativa politica della sinistra italiana. Buona visione!</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="295" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/8PWQ97ACP5Y&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="295" src="http://www.youtube.com/v/8PWQ97ACP5Y&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Ma ora si lasci Craxi alla storia</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 06:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Gian Stefano Milani
Vie, piazze, parchi da dedicare a Bettino Craxi, se ne discute, ma il problema resta. Anzi, i problemi. Perché a dieci anni dalla sua scomparsa non ci si é ancora avvicinati ad uno sforzo di verità sulla di Lui figura e opera. Siamo ancora fermi (e divisi) alla demonizzazione degli avversari e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Gian Stefano Milani</strong></p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/01/562.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2073" title="562" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/01/562-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a>Vie, piazze, parchi da dedicare a Bettino Craxi, se ne discute, ma il problema resta. Anzi, i problemi. Perché a dieci anni dalla sua scomparsa non ci si é ancora avvicinati ad uno sforzo di verità sulla di Lui figura e opera. Siamo ancora fermi (e divisi) alla demonizzazione degli avversari e dei magistrati (ed ex magistrati) e all&#8217;agiografia dei fans e della famiglia.<br />
La verità dovrebbe consistere nel tentativo serio e sereno di collocarne la figura nel contesto storico e nell&#8217;individuare le luci e ombre, i meriti e gli insuccessi di un uomo che certo e in ogni caso ha segnato quasi un ventennio della storia repubblicana.<br />
Io penso, e mi sento di affermare, tanto per cominciare, che il principale e più vistoso dei successo é consistito nel dimostrare la ragione storico-politica della sinistra democratica (socialdemocratica) sulla sinistra comunista. Anche se l&#8217;Italia é l&#8217;unico paese occidentale nel quale gli eredi del disciolto PCI hanno soppiantato i socialisti pur rifiutandone apertamente il nome infame, peraltro abbracciato in Europa.<br />
E un altro successo fu la conquista di Palazzo Chigi e la durata e la qualità del suo governo, malgrado l&#8217;incomprensione e la frequente, ostinata ostilità del PCI berlinguerino che cammuffava kantianamente l&#8217;assenza di prospettiva politica.<br />
Perché pur avendo vinto abbiamo perso?. Ed é lecito chiedersi perché con un leader così prestigioso e popolare, i socialisti nel 1992 anziché celebrare il centenario hanno invece registrato la cancellazione del loro partito?.<br />
Ed é lecito, ancora, interrogarsi sul vistoso squilibrio introdotto nel Partito Socialista Italiano dalla poderosa quantità di potere apportata dalla politica craxiana e l&#8217;esiguità e la disinvoltura di parte ragguardevole del suo ceto politico-amministrativo?.<br />
E ancora, ma non da ultimo, di questo malessere davvero Bettino Craxi non era a conoscenza, talché ora si tenta di accreditare la tesi secondo cui il PSI sarebbe defunto non a causa anche e soprattutto di errori e responsabilità politiche, bensì per la corruzione diffusa dei suoi rappresentanti?.<br />
Poiché ritengo che Craxi meriti verità, meglio sarebbe impegnarsi a storicizzare la sua figura; intendo, cioé, consegnarlo alla storia con la esse minuscola, il che implica il dovere di sottrarlo ora al tentativo di lucrare utilità politiche presenti, in negativo e in positivo.<br />
Perché Bettino Craxi, adesso, appartiene al passato.</p>
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