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	<title>LeRagioni.it &#187; Racconti</title>
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		<title>[racconto] Viaggio con il padre</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 10:10:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Nuccio Abbondanza
Camminava svogliata per quella via del centro e guardava nelle vetrine per incrociare la propria immagine riflessa. Si aggiustava i capelli con un gesto stanco della mano aperta e pensava contrariata al viaggio che era costretta a fare con il padre.
- Mi tocca andare laggiù, chissà per quanto! – considerava oppressa – mentre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Nuccio Abbondanza</strong></p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Autobahn1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2376" style="border: 1px solid black; margin: 10px;" title="Autobahn1" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Autobahn1-300x225.jpg" alt="" width="220" height="165" /></a>Camminava svogliata per quella via del centro e guardava nelle vetrine per incrociare la propria immagine riflessa. Si aggiustava i capelli con un gesto stanco della mano aperta e pensava contrariata al viaggio che era costretta a fare con il padre.</p>
<p>- Mi tocca andare laggiù, chissà per quanto! – considerava oppressa – mentre Olga e Lisa sono già al mare, sdraiate sotto il sole-.</p>
<p>Guardò un vecchio frugare in una cassetta per rifiuti e lo vide tirar fuori, insieme al resto, un giornaletto intatto che rimirava incerto. Ad Antonia parve un gesto caratteristico e accettò una pigra commozione: volle cavarne un significato, si annoiò – come sei fuori di me! – concluse mentre nel buio di una vetrina le tornava incontro il chiaro del proprio vestito.</p>
<p>L’asfalto era imbevuto di caldo e si opponeva morbido ai tacchi dei sandali.</p>
<p>Gli sguardi di Antonia sfioravano spesso quelli intenti degli uomini: vi cercava un’ennesima conferma. – In fondo piacere è una cosa importante – pensava – aiuta ad essere ascoltate, a far sì che la gente si apra di più, che resti indifesa. –</p>
<p>Si divertiva, a volte, a sostenere a lungo qualche sguardo: lo vedeva caricarsi, brillare invitante, timido o aggressivo, meschino o sicuro, innocuo o insinuante. Qualcuno la turbava, la coglieva disarmata, sene sentiva sconvolta come in un affanno che le prorompeva incontrollabile e, appena l’aveva incrociato, se lo sentiva fisso nella schiena, scorrerla per tutto il corpo sino alle gambe come un brivido.<span id="more-2375"></span></p>
<p>Si sarebbe messa a correre! Camminava e le pareva di star sbilanciata sui tacchi come se traballasse. Ne rimaneva stizzita, esausta.</p>
<p>- In fondo sarebbe un bel viaggio – aveva spiegato ad un’amica – ma con lui…… conosco i suoi programmi: di colpo decide che deve diventarmi più amico, starmi più vicino. Vuole organizzare dall’oggi al domani un dialogo più confidenziale con sua figlia e coronare il tutto con la presentazione ufficiale ai parenti di laggiù. -</p>
<p>Documentava concitata la sua stizza, ponendo il problema dell’impossibilità di rapporto con il padre, problema che in fondo per lei non esisteva, se non nel fastidio di dirgli: &#8211; Buongiorno o ciao – di giustificarsi per qualche ritardo.</p>
<p>- Mio padre crede – diceva – che non solo non abbia mai baciato un  uomo, ma se alla televisione o al  cinema c’è una scena, per lui “un po’ scabra”, gli vedo scottare il sedere: mi coprirebbe gli occhi.-</p>
<p>Il padre aveva creato il silenzio; la vedeva crescere, rimandava il problema: perché per lui il problema era specifico e da risolvere d’un sol colpo.</p>
<p>A volte doveva quasi confessarsi che lo infastidiva vederla lì, crescere autonoma. Quasi per ricordargli quel compito: lei si vestiva, andava dal parrucchiere, aveva un aspetto suo, parlava, fuoriusciva dalla sua zona di controllo, d’egemonia.</p>
<p>Allora professava un vittimismo scontroso, si irrigidiva in certi schemi affettivi come il bacio di saluto, che non venivano più osservati. Oppure dava degli ordini, sicuro che non sarebbero stati rispettati, per poterla sorprendere, rimproverare aspramente, minacciarla.</p>
<p>- Un uomo ha il diritto di essere ubbidito, amato dai figli, cui non fa mancar nulla – proclamava.</p>
<p>Diceva inoltre ad Antonia ciò che una figlia deve essere e che cosa intendeva lui per affetto.</p>
<p>Antonia, prima, qualche volta si commuoveva a sentir parlare così quel grosso uomo da cui riceveva sin dall’infanzia i baci, nel ruvido della barba; ora la urtava, lo evitava. Quando la baciava avrebbe voluto sottrarsi, scappare, ma invece subiva esausta, pazza di furore. Le loro parole, anche nelle liti, non facevano mai luce su quel rapporto, che lievitava, cresceva in un fermento torbido e inquinato dall’incomprensione.</p>
<p>Era lì tra loro impalpabile era il ricettacolo delle loro bugie, dei loro silenzi, carichi di disagio cocente, si stendeva contorto, malato nell’atmosfera calda della grande casa signorile tra gli oggetti costosi e invadenti dell’arredamento.</p>
<p>Li dominava ormai più forte di loro, si ricreava sempre uguale senza possibilità di soluzioni: c’erano dentro e lo vivevano; esso era loro stessi.</p>
<p>- E ora venti giorni tutti con lui! – diceva Antonia – mi sento impazzire. La sento la sua affettuosità fittizia, che non aspetta altro che di non essere corrisposta, per giustificare il vecchio rancore, per sentirsi dalla parte della ragione! Fingere, per non dargli la soddisfazione, non cela faccio! -</p>
<p>L’auto lucente filava veloce lungo la linea azzurra del mare che turbava Antonia come una vertigine. Se ne stava accovacciata con il braccio ripiegato fuori del finestrino; voleva perdersi in quel senso di nausea dolce che le dava l’estate calda incombente sull’auto in fuga. Ma il padre fischiava stonato nella sua verde giacca da turismo e Antonia ne spiava le mani sul volante inguainate di daino traforato.</p>
<p>- Perché fischia? Perché? – meditava cupamente. – Non capisce che non c’è bisogno di riempire questo silenzio? -</p>
<p>Il fischio insisteva querulo e disarmonico. Antonia se ne sentiva assalita, offesa, umiliata. Si costringeva, per interromperlo, ad un commento ironico, pacato, senza impegno, quasi cordiale, ma il padre pareva non capire e improvvisava motivetti assurdi, volgari per la loro gretta involuzione musicale.</p>
<p>- Perché sa che lo ascolto! Perciò fischia; se ne sente in pieno diritto! – pensava Antonia – sa che non potrei mai insultarlo per questo, come sarebbe giusto. Venti giorni così, forse un mese! –</p>
<p>Voleva essere impenetrabile, inavvicinabile, ma spesso scivolava in un discorso e si trovava allo scoperto, impegnata, cercava allora un contegno di ripresa, ma lui era già lì a darle consigli; ormai gli aveva porto il fianco e allora la voce paterna l’invadeva con quel tono bonario, insinuante, che le fumava in testa, la immobilizzava stizzita e impotente.</p>
<p>- Mi porta nei migliori alberghi – si diceva – mi fa mangiare quel che voglio, anzi, più il piatto è costoso e più è contento. Poi mi dice che un sacco di ragazze vorrebbero essere come me; ma chi li vuole i pranzi costosi, i migliori alberghi, chi te li chiede, chi ne ha bisogno? -</p>
<p>Poi si confessava però che in fondo di tutto questo non avrebbe fatto a meno, non avrebbe potuto.</p>
<p>Il padre ostentava davanti ai camerieri particolari attenzioni per i gusti della figlia e lei doveva subirsi da loro uno zelo professionale sproporzionato e lo subiva, divorata dal disagio in un succedersi d’atteggiamenti forzati, alla ricerca del più naturale.</p>
<p>Il rollio della macchina, il caldo, l’aria che dal finestrino le portava gli odori rapidi, saturi, pesanti della terra d’estate riempivano Antonia d’un formicolio che le scorreva dai piedi alle gambe.</p>
<p>Sentiva il bisogno di stirarsi, allungarsi, di divaricare le gambe inguainate nei pantaloni. Cercava di dimenticare d’essere vicino al padre, non tollerava l’idea di sentirsi così, con lui seduto appresso. Si stendeva tutta sul sedile con la testa rovesciata indietro e le mani, incrociate in grembo, seguivano i lievi sussulti regolari dell’auto in corsa.</p>
<p>Pensava allo squallore di quella situazione e le piaceva tradurla mentalmente in termini quasi simbolici: &#8211; Un padre che cerca l’affetto della figlia, di cui finge di voler conoscere i sentimenti; che, in effetti, crede già di conoscere; la figlia lì seduta vicino a lui con le mani in grembo, carica di umori, desiderosa di ben altro.-</p>
<p>Quel giorno scesero all’albergo ch’era già buio e Antonia sentì sguardi scuri, lucidi osservarla, mentre scendeva dall’auto. Vide un giovane guardarla serio, intento, gli ricambiò lo sguardo con trasporto, quasi a confermargli qualcosa.</p>
<p>Entrò con il padre nell’atrio dell’albergo e furono accompagnati nella vasta camera a due letti. Il padre voleva che dormissero insieme: non si sentiva tranquillo a saperla in un’altra stanza.</p>
<p>Provò per lui un gelido rancore mentre lo sentiva spogliarsi e lavarsi nel bagno e poi ritornare allegro, rinfrescato, affamato.</p>
<p>Sentì il bisogno di contraddirlo – Ho un tremendo mal di testa, questa sera – disse afflitta – e nessun appetito.-</p>
<p>Il padre le disse in tono comprensivo che, quando si cambia aria, bisogna purgarsi e già frugava tra i medicinali in cerca del lassativo di fiducia.</p>
<p>Antonia sentì che stava per scoppiare a piangere. S’infilò in gabinetto a testa bassa e fece una lunga doccia tiepida, accarezzandosi a lungo con la schiuma del sapone.</p>
<p>Quando rientrò nella stanza il padre insisteva ancora con la purga, ma riuscì infine a dissuaderlo e scesero a cenare.</p>
<p>L’odore del mare arrivava fin lì e le pareva più forte, più penetrante di quello del Nord.</p>
<p>Andarono a letto tardi e il padre si rivoltò con un “buonanotte!” che era una specie di intimazione a spegnere la luce ché la mattina si sarebbero alzati presto.</p>
<p>Si ritrovò nel buio a guardare le tendine muoversi leggere nell’aria calda; lontano, il respiro regolare del dormiente.</p>
<p>Vide,  guardando in basso, il proprio corpo emergere come scolpito morbidamente nel bianco del lenzuolo. Seguì attenta il tragitto della propria mano, poi precipitò nell’ansia agitata di liberazione, mentre cercava nella mente lo sguardo intenso del giovane, che aveva visto arrivando.</p>
<p>La mattina la svegliò lo sguardo del padre fisso sul suo viso. Si sentì sconvolta: forse l’aveva vista, l’aveva guardata sveglio e aveva taciuto.</p>
<p>Ma i veli del sonno che si stavano diradando dai suoi occhi, scopersero sul volto paterno un’espressione di mattutina benevolenza.</p>
<p>- Hai dormito sodo – profferì lui – ieri eravamo stanchi, è stata una tappa un po’ troppo lunga.-</p>
<p>Guardò pigramente quel volto troppo noto che aggettava sbarbato e invadente sul fondale sconosciuto della camera d’albergo.</p>
<p>Dopo una lauta colazione, l’auto se li portò via veloce, l’uno seduto accanto all’altra, verso i parenti che attendevano di conoscere l’ultima fronda della loro solida e annosa ceppaia.</p>
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		<title>[racconto] il pranzo è marcito</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 07:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Saggi, talkshow, statistiche, omelie, ci parlano di famiglia in questi tempi di crisi economica, del suo ruolo di walfare sussidiario, del suo rifugio duraturo per “bamboccioni”. Al tempo stesso apprendiamo che la stragrande maggioranza delle violenze, soprattutto sulle donne, avviene tra le mura domestiche. Molti politici che esaltano la famiglia, non sono esenti dal sarcasmo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><span style="font-size: small;"><em>Saggi, talkshow, statistiche, omelie, ci parlano di famiglia in questi tempi di crisi economica, del suo ruolo di walfare sussidiario, del suo rifugio duraturo per “bamboccioni”. Al tempo stesso apprendiamo che la stragrande maggioranza delle violenze, soprattutto sulle donne, avviene tra le mura domestiche. Molti politici che esaltano la famiglia, non sono esenti dal sarcasmo di chi li accusa d’averne più d’una. E’ davvero la famiglia ancora la primaria cellula-perno della società globalizzata? O invece proprio al suo interno matura subdolo il big ben di una utopica futura società dove tutti avranno l’opportunità del benessere? Ci piacerebbe aprire un dibattito su questo tema. Per intanto, ospitiamo un racconto inedito di Nuccio Abbondanza, polemista, scrittore, opinionista nonché nostro collaboratore celato dal nom de plume. Il racconto ci proietta in una dimensione allucinata e drammaticamente negativa, ma non senza crudele speranza.</em></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><em><span style="font-size: small;"><span style="font-style: normal;"> </span></span></em></span></p>
<p><em><span style="font-size: small;"><span style="font-style: normal;">Il pranzo è marcito di <strong>Nuccio Abbondanza</strong></span></p>
<p><span style="font-style: normal;"><strong> </strong>Due triglie sole nel piatto bianco fissavano i mangiatori. Una danza di farfalle notturne animava la luce gialla del lampadario, che incombeva sulla lunga tavola apparecchiata. C’era il cristallo brillante dei bicchieri e delle bottiglie con il rosso del vino e i pezzi di pane con le briciole. Una sola mosca si muoveva lenta fra i resti di quel pranzo interrotto.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">La finestra stava spalancata sulla campagna scura.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Diego non ricordava che cosa aveva detto il padre o Antonia o la madre o forse lui stesso.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">C’era stato uno di quei tanti momenti di disagio cocente che gli serravano il cuore in un nodo stretto da soffocare.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">La sorella l’aveva fissato e continuava a guardarlo negli occhi. “Che cosa era stato detto? Chi l’aveva detto?” si chiedeva Diego, mentre sosteneva lo sguardo di Antonia.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Sentiva, più che vedere, le loro mani posate sulla tovaglia e, con la coda dell’occhio, scorgeva il fumo verticale della sigaretta tra le dita del padre, sfiorargli la fronte china.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">La madre, di fianco ad Antonia, di fronte a lui, stava appoggiata allo schienale con gli occhi immobili.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Diego le conosceva bene quelle situazioni; tutti loro le conoscevano bene. Si può dire che era l’aria che respiravano. Il loro rapporto era quello, chissà da quanto. Forse da sempre. Dopo un po’  che stavano assieme ecco che aleggiava sulle loro teste, si posava, si nutriva di parole, di atteggiamenti, di gesti e vegetava malato, contorto, disperato, più forte di loro stessi. Ma questa volta era successo qualcosa di più. Il disagio li aveva morsi ferocemente in un dolore fisico che Diego accusava particolarmente. “Di che cosa si stava parlando?” si sforzava di ricordare quasi interrogando, con gli occhi immobili, gli occhi immobili di Antonia.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Bisogna far qualcosa, far qualcosa! Diventa insostenibile!” cercava di convincersi “ma che cosa?”</span><span id="more-2108"></span><span style="font-style: normal;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Scorse vertiginosamente una serie di parole o di gesti che avrebbero potuto dare un po’ di respiro ma gli morivano tutti addosso ancor prima di nascere.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">La mosca si muoveva ora lenta, ora veloce tra le briciole; si specchiò  a lungo nel cristallo d’un bicchiere soffregandosi le zampette rapide infine si avviò cautamente verso una delle mani posate sulla tovaglia.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Non voglio prendermi l’iniziativa” si disse Diego “non è mia la colpa!”</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Non voglio?” ripensò già stretto dal dubbio</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Non voglio o non posso?” sillabò mentalmente con lo sguardo sempre avvinto a quello di Antonia.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Lui naturalmente non fa nulla” si disse furioso pensando al padre. Sulla madre non contava: non poteva affrontare la situazione perché non la capiva; Antonia capiva ma non voleva confessarsi partecipe di quell’atmosfera e intanto non riusciva a distogliere lo sguardo dal fratello. Un odore di bruciaticcio stimolò le nari di Diego, un odore un po’ nauseante, noto ma non precisabile. Il fumo della sigaretta tra le dita del padre filava ora veloce verso l’alto, ma d’un azzurro men limpido, quasi brunastro. Il sospetto colse Diego come un’esplosione lacerante e divenne certezza.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Ma questo è orgoglio pazzo!” pensò disperato “E’ follia pura!” “E’ un ricatto schifoso!” Il fumo s’era fatto più lento e decisamente bruno mentre si sentiva appena crepitare la pelle delle dita del padre.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Entrò la domestica a chiedere se doveva sparecchiare, Uscì imbarazzata senza aver ricevuto risposta. La mosca s’era trasferita sul volto immobile della madre. Diego poteva seguirla nelle sue evoluzioni: dall’attaccatura rossastra dei capelli tinti aveva seguito l’arco d’un sopracciglio depilato e rifatto; poi, percorrendo il naso incipriato, aveva continuato il suo squallido viaggio fino al rossetto della bocca amara, isterica.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Perché non la caccia? Perché non la caccia?” Si chiese Diego furibondo.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Antonia, non guardare così!” pensava pazzamente “non è mia la colpa! Tu lo sai che non è mia!”</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Si ribellò astioso “Non potrebbe essere tua invece? Lui non sa qual è la tua vita, ma lo sente. Per questo tormenta anche te”.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">La sigaretta s’era spenta, ma aleggiava ancora nell’aria quell’odore terribile, insinuante.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Diego odiò più la madre che quell’insetto che le percorreva scrupoloso i lineamenti disfatti e ricostruiti con astioso accanimento.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Improvvisamente dal ciglio materno rotolò inaspettata, quasi arbitraria, una lacrima, una sola. Solcò la cipria della guancia poi si arenò prima di arrivare alle labbra.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Piange” considerò cautamente Diego “una lacrima sola”</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Era abituato a vederla piangere urlando piena di ribellioni isteriche, che il pianto stesso le provocava.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Non poteva vederla bene perché teneva gli occhi fissi negli occhi di Antonia.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Forse ora ha capito anche lei” si disse Diego tristemente.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Dovrei forse gettarti le braccia al collo? Piangere con te? Portare un unguento per le dita di questo disgraziato testardo? Abbracciare Antonia e tutti insieme piangere, e intonare un lungo lento canto di lacrime e di speranza? Ora sappiamo che non servirebbe a niente. Il giorno dopo, forse un attimo dopo, ciò che è vecchio come noi ritornerebbe immancabile a riprendere in mano la guida delle nostre parole, dei nostri gesti. E’ il nostro rapporto. L’abbiamo fatto noi ma è più forte di ciascuno di noi stessi.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Quella lacrima! E’ facile commuoversi. Ma quella lacrima non è stata pianta per commuovere né te, né quelli che ti vedono. Forse è la prima così. Te l’ha spremuto lui: questo impasto maligno che ci lega, che ci unisce intorno a questa tavola, questo legame che forse è più vecchio ancora di noi, forse molto più vecchio. E’ morto e rinato chissà quante volte e ora qui marcisce…….” Quell’intuizione gli bloccò i pensieri.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Marcisce” si ripeté.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Marcire è una parola che ha un odore” considerò “un odore e anche un sapore.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Le foglie e i fiori per terra sotto la pioggia marciscono”. Il sarcasmo, amico spietato, gli gorgogliò dentro e gli suggerì: “Anche una carogna al sole marcisce”.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Su quella tavola, in quel momento, Diego concluse con disperata franchezza “Noi stiamo marcendo”.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Capì che aveva capito. Ci pensò con una certa indifferenza: “Antonia marcisce. Mamma marcisce. Papà marcisce. Io marcisco. Noi si marcisce insieme. L’insieme marcisce”.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">L’urlo gli nacque di lontano, come da un abisso da cui si scatenasse fuggendo. Era un urlo di ribellione pazza, travolgente, come quello della bestia colpita, come la vita che vuol vivere.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Gli echeggiò atrocemente nel cervello, ma le labbra serrate lo fermarono e scivolò, ricadde nel fondo dov’era nato.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">L’alba improvvisa abbagliò le due triglie sole nel piatto bianco.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Antonia provò un senso di vomito. “vanno a male” pensò.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Aveva capito fin dalla sera la situazione e ci si era abituata.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Fissava il fratello con gli occhi inerti, stanchi “lui sicuramente” pensò “vorrebbe far qualcosa. In fondo crede che qualcosa si possa fare”</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Provava un’ironica irritazione per certe istanze costruttive del fratello, certi entusiasmi, certe disperazioni.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Antonia era convinta che ci fossero due tipi di cose: quelle che si dicevano e quelle che c’erano.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Questa convinzione le dava sicurezza e al riparo di essa guardava gli altri, li vedeva muoversi, agitarsi, parlare e poi fare esattamente le cose che s’aspettava.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Il fatto che ora stesse marcendo insieme alla sua famiglia, era per lei perfettamente normale, non solo, ma le pareva che nello sviluppo dei fatti, com’erano, c’era stato un che di giusto, di onesto.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">La cameriera s’era già alzata e s’era affacciata alla porta stupita di trovarli ancora lì, nella stessa posizione della sera prima.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">S’era avvicinata timidamente e s’era resa conto. Ma non sela sentì di dire ai padroni che stavano marcendo e preferì tacere e tornarsene in cucina.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Antonia non aveva visto la lacrima della madre, che le stava di fianco; vedeva solo lo sguardo cupo, profondo del fratello fisso nel suo e con la coda dell’occhio aveva seguito la sigaretta spegnersi tra le dita bruciate del padre.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Ma aveva dominato la scossa che il fatto le aveva procurato. “Lo fa perché non può fare diversamente” aveva pensato.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">“Chissà lei come l’ha presa?” si chiese pensando alla madre, di cui scorgeva a stento le mani con le unghie laccate e il pesante bracciale d’oro al polso. “certamente non ha ancora capito” concluse.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Antonia non faceva colpe. Le cose capitavano a prescindere da quel che si diceva. L’unica colpa era quella di ribellarsi a questa regola.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Per questo Diego la irritava. Vedeva il suo sguardo carico di agitazione, d’interrogativi. Sentiva il suo cervello cercare una soluzione, che modificasse tutto, così, di colpo, improvvisamente.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Diego si stava ponendo questo problema: si poteva salvare tutto con un colpo di mano? Arrivare ad una denuncia improvvisa, folgorante, che fosse capita da tutti? Fare insomma il discorso sul fatto? O meglio entrare nel fatto con il discorso in modo che facendone parte lo modificasse?</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Sentiva che cercare una strada era già vivere, almeno per lui. Non credeva nel colpo di mano risolutore, ma era certo che, a furia di tentare, qualcosa sarebbe cambiato, qualcosa si sarebbe mosso.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Era sempre più convinto che non marcivano uno per uno, ma nel rapporto. Che, anzi, la lenta decomposizione proprio da esso si irradiasse fino a raggiungere le singole persone che lo componevano.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Allora, quasi senza sforzo, risolutamente, mosse una mano, poi l’altra, vi poggiò tutto il peso del corpo e si alzò.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Ora guardava dall’alto gli altri immobili: si convinse che ormai non erano più persone, ma simulacri, manichini.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Si avviò lentamente verso un angolo della stanza e afferrò il bastone del padre che vi stava poggiato.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Incominciò a vibrare colpi su quelle figure immobili che andavano pian piano sfaldandosi sotto il bastone.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Quando ebbe finito chiamò la cameriera e la pregò di scopare per terra.</span></p>
<p><span style="font-style: normal;">Quindi si avviò lentamente verso la veranda che dava sui campi. Scese i tre gradini accendendosi una sigaretta e si sedette sul muretto a fumare.</span></p>
<div><span style="font-style: normal;"><br />
</span></div>
<p></span></em></p>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman', 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: small;"><br />
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