<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>LeRagioni.it &#187; Lavoro</title>
	<atom:link href="http://www.leragioni.it/category/news/lavoro-news/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.leragioni.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 30 Jul 2010 05:25:33 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.9.2</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>L’inganno della globalizzazione. Pensieri a margine della vicenda di Pomigliano.</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/07/13/l%e2%80%99inganno-della-globalizzazione-pensieri-a-margine-della-vicenda-di-pomigliano/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/07/13/l%e2%80%99inganno-della-globalizzazione-pensieri-a-margine-della-vicenda-di-pomigliano/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 10:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa - Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=4061</guid>
		<description><![CDATA[<br/>di Marco La Greca
C’era una volta il protezionismo. Ciascuno Stato difendeva la propria industria imponendo balzelli alle merci ed ai prodotti provenienti dagli altri paesi. Questo faceva sì che il prodotto nazionale fosse più conveniente, anche se i costi di produzione erano più alti. Per capirci: un prodotto made in Italy aveva dei costi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Marco La Greca</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/4468456757_b27ebb3bba.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4062" title="4468456757_b27ebb3bba" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/4468456757_b27ebb3bba-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a>C’era una volta il protezionismo. Ciascuno Stato difendeva la propria industria imponendo balzelli alle merci ed ai prodotti provenienti dagli altri paesi. Questo faceva sì che il prodotto nazionale fosse più conveniente, anche se i costi di produzione erano più alti. Per capirci: un prodotto made in Italy aveva dei costi di produzione molto più alti di un prodotto made in China; il secondo, però, per entrare nel mercato italiano, doveva pagare un prezzo tale per cui al consumatore conveniva comunque acquistare il primo. Detto molto rozzamente, il mondo andava così.</p>
<p>Venne, poi, il tempo della globalizzazione. Libera circolazione delle merci, dei prodotti, delle idee e degli uomini. Prima all’interno dell’Europa, poi tra l’Europa e il mondo. A chi obiettava qualcosa si diceva: in un mondo reso globale da internet, come puoi pensare di imporre balzelli, tasse o vincoli di qualsiasi tipo a frontiere che nemmeno possono più essere definite tali? La globalizzazione è democratica, ci rende tutti uguali, la globalizzazione è libertà. Ci globalizzammo.</p>
<p>Il problema è che, nel globo, non tutti sono uguali. Ci sono posti in cui si lavora senza regole, né diritti. I prodotti che vengono realizzati in quei posti costano pochissimo e qui, senza protezione per il mercato interno, sono gli unici che si vendono. Scarpe, vestiti, giocattoli, poi anche tecnologia. I nostri produttori, allora, che fanno? Cominciano ad andare lì, nei paese sottosviluppati o, come si dice eufemisticamente, in via di sviluppo. Zero sindacati, zero tutele, zero scioperi. I costi di produzione si abbassano e il prodotto diventa più competitivo. E quando cominciano a comparire un po’ di tutele e di diritti, via, altrove, a cercare qualcuno che sia ancora più povero e che si faccia sfruttare ancora di più. Dovunque ci siano lavoratori che possano lavorare 16, 18, 20 ore al giorno, se possibile anche di più. E poi giovani, servono lavoratori sempre più giovani, perché reggono alla fatica e non si ammalano. Magari anche bambini, perché no? Per certe lavorazioni, le loro mani piccole sono pure meglio di quelle degli adulti. Nel mondo globalizzato scatta la concorrenza tra chi è più povero, più disperato. Chi si offre a meno vince. Vince si fa per dire, ovviamente. Da qui, dall’Italia, vanno via tutti gli stabilimenti. A meno che.</p>
<p>A un certo punto a qualcuno viene un’idea e la butta lì, senza infingimenti, né ipocrisie. Se tu non vuoi che io me ne vada, dice quel qualcuno, tu, lavoratore italico, devi diventare competitivo con quelli che lavorano laggiù. Prendiamo un po’ dei tuoi diritti, mica tutti, solo alcuni: ad esempio questo diritto di sciopero che un po’ ci rompe perché riduce la produzione; anche il fatto che quando stai male ti paghiamo come se lavorassi, dai, non è mica giusto; e poi, se tu prendi posizioni conflittuali nei confronti dell’azienda, perché io devo continuare a farti lavorare? Ecco, facciamo che se tu accetti di limitare un po’ questi tuoi diritti, che poi, in fondo, sono dei privilegi, insomma se accetti di dare il tuo contributo per aumentare la produttività di stabilimento, magari, chissà, io resto un altro po’. Se vuoi. Altrimenti, non c’è problema: chiudo lo stabilimento qui, tu vai a casa, senza lavoro, ed io poi lo riapro in qualche altro posto, dove di lavoratori disposti a trottare come si deve ne trovo a bizzeffe; e mi ringraziano pure. Ecco, quel qualcuno si è svegliato e ha fatto questo bel discorso.</p>
<p>Ora è chiaro a tutti che il treno sul quale siamo saliti qualche anno fa, quello della globalizzazione selvaggia, ci sta portando dritti verso l’ottocento. Abbiamo tirato i dadi e, nel gioco dell’oca collettivo, siamo finiti sulla casella “torna al punto di partenza”. A me viene da dire che a tutto questo, ad una globalizzazione siffatta, si possa rispondere in un solo modo: un sindacato globale che si batta affinché in tutto il mondo si lavori con gli stessi diritti. Non si deve trovare un solo lavoratore, nel globo, disposto a lavorare per meno di una certa paga, con meno di certi diritti, con meno di una certa dignità. Qualcuno, del resto, l’aveva già detto: “lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Secondo alcuni è roba vecchia. E se, invece, il socialismo fosse di nuovo, e per davvero, “il sol dell’avvenire”?</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/45668028@N02/4468456757/">foto</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/07/13/l%e2%80%99inganno-della-globalizzazione-pensieri-a-margine-della-vicenda-di-pomigliano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Mariarca Terraciano: per cosa si muore</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/06/20/mariarca-terraciano-per-cosa-si-muore/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/06/20/mariarca-terraciano-per-cosa-si-muore/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 09:33:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Citta']]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=3817</guid>
		<description><![CDATA[<br/>di Marianna Panico
La questione meridionale e soprattutto le condizioni di vita al meridione oggi pongono solo domande. Neanche domande di prospettiva futura, ma domande per un presente invissuto ed  invivibile.
Dov’è il lavoro per le donne, per i giovani, per i quarantenni/cinquantenni che vengono licenziati, sputati fuori da un sistema sociale ed economico sempre più improduttivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Marianna Panico</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/van_gogh_il_seminatore.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3818" title="van_gogh_il_seminatore" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/van_gogh_il_seminatore-300x238.jpg" alt="" width="300" height="238" /></a>La questione meridionale e soprattutto le condizioni di vita al meridione oggi pongono solo domande. Neanche domande di prospettiva futura, ma domande per un presente invissuto ed  invivibile.</p>
<p>Dov’è il lavoro per le donne, per i giovani, per i quarantenni/cinquantenni che vengono licenziati, sputati fuori da un sistema sociale ed economico sempre più improduttivo e senza ammortizzatori? Non un lavoro a nero, un lavoro dignitoso. Dove sono i servizi sociali per la famiglia e per chi vive da solo? Dov’è il rispetto per la vita delle fasce deboli? Dove sono le politiche per la conciliazione dei tempi e lo sviluppo delle opportunità per tutti? Chi garantisce la sicurezza della persona? Chi agevola i giovani nello sviluppo di una cittadinanza consapevole? Chi insegna il rispetto delle regole e produce della legalità. Chi diffonde l’dea del bene comune e costruisce il senso civico collettivo?</p>
<p>A chi porre queste domande? Chi può dare delle risposte? Lo Stato? La Politica? La Società? La Rete delle associazioni di genere? L?Università?</p>
<p>Chi?&#8230;E cosa si può fare?&#8230;se ancora si può fare qualcosa…..</p>
<p>C’è troppa indifferenza, troppa incapacità e mancanza di volontà per affrontare seriamente e fattivamente la questione della vita delle persone. Certo è che la gente del sud è stanca e si sente sola, vede ogni giorno la propria condizione che peggiora, sia in termini di qualità della vita, che di dignità personale.</p>
<p>Nessuno, nella stanza dei bottoni, mette al centro delle questioni la persona e al sua dignità.</p>
<p>Sono tanti gli esempi, troppi per un Paese che si dice civile.</p>
<p>Una per tutte: Mariarca Terracciano, infermiera del reparto maternità dell’ASL Napoli 1, uccisa dalla sua protesta contro un sistema degenerato, assolutamente irrispettoso della persona in quanto individuo e della sua vita.</p>
<p>Mariarca ha messo in essere una vera, concreta, decisa protesta civile sul suo posto di lavoro per il suo salario. Una disobbedienza civile che per scuotere l’ignavia e l’indifferenza che regna soffocante doveva essere di rottura, per questo il salasso e lo sciopero della fame. Non voleva morire, non voleva suicidarsi, voleva scuotere le coscienze e rivendicare il suo diritto alla vita, alla dignità, al rispetto, voleva giustizia.</p>
<p>Non doveva morire, ma è successo, e così il sistema l’ha uccisa di nuovo dando un giudizio di svalore alla sua forma di protesta, ritenendolo un atto di incoscienza, insinuando il dubbio che sia stato un suicidio, lasciando a lei, e solo a lei, ormai morta, la colpa e la responsabilità delle conseguenze disastrose di uno sciopero contro il mancato pagamento dei suoi stipendi.</p>
<p>Mariarca, una donna del sud, moglie, madre, lavoratrice, morta sul posto di lavoro, in stato di agitazione sindacale,  nel silenzio dello Stato, della Politica, della Società Civile.</p>
<p>Una morte simbolica, un martirio, che purtroppo non cambierà il presente, drammatico, reso ancora di più tale dall’impotenza.</p>
<p>Una morte senza colore.</p>
<div></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/06/20/mariarca-terraciano-per-cosa-si-muore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[lavoro] Napolitano e il ddl &#8220;rivedibile&#8221;</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/04/01/lavoro-napolitano-e-il-ddl-rivedibile/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/04/01/lavoro-napolitano-e-il-ddl-rivedibile/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 10:16:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=3052</guid>
		<description><![CDATA[<br/>Diciamolo chiaramente: il tema del lavoro riemerge dopo una campagna elettorale in cui si è parlato di tutto, ma non di lavoro e occupazione. Che Berlusconi di lavoro non parli è ben comprensibile, la crisi occupazionale che ha travolto l&#8217;Italia durante la sua amministrazione è ormai di dimensioni più che allarmanti e meno se ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/highway-workers.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3053" title="highway workers" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/highway-workers-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a>Diciamolo chiaramente: il tema del lavoro riemerge dopo una campagna elettorale in cui si è parlato di tutto, ma non di lavoro e occupazione. Che Berlusconi di lavoro non parli è ben comprensibile, la crisi occupazionale che ha travolto l&#8217;Italia durante la sua amministrazione è ormai di dimensioni più che allarmanti e meno se ne parla meglio è per chi governa. Anche perché l&#8217;esecutivo ha dimostrato di non avere una soluzione in materia e naviga a vista, il più delle volte con gli occhi chiusi. La sinistra di lavoro poteva (e doveva) parlare, ma lo ha fatto timidamente, a mezza voce, senza indicare vie d&#8217;uscita.</p>
<p>Giorgio Napolitano ha rinviato alle Camere il ddl che doveva, nelle intenzioni dei suoi estensori, modificare una parte consistente dei meccanismi del mondo del lavoro &#8220;aggirando&#8221; gli attuali strumenti di tutela. Una riforma a tratti ideologica e furbetta in cui i diritti non si cancellano, si disapplicano. Ma soprattutto una mostruosità normativa di 150 articoli (contro i 41 dello statuto dei lavoratori, per capirci) fatta a colpi di maggioranza, senza cercare il dialogo con opposizioni e parti sociali. Prima di presentare profili di dubbia costituzionalità, la norma è &#8220;inopportuna&#8221;, come ha sottolineato Pietro Ichino. Il rafforzamento dello strumento dell&#8217;arbitrato, di per sé positivo se servisse a snellire il carico dei tribunali del lavoro, diventa un&#8217;imposizione ingombrante se definito ex lege e non è frutto di un accordo tra le parti sociali. Non solo, non si capisce come dei diritti indisponibili definiti e individuati da leggi dello Stato possano diventare oggetto di contrattazione, persino a livello individuale.</p>
<p>Ora spetta alle Camere metterci una pezza, ripristinando nei fatti e nell&#8217;impostazione normativa la tutela rafforzata per il contraente debole. Tanto più debole in un momento di crisi occupazionale che si presta a gravi situazioni di ricattabilità del lavoratore.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/04/01/lavoro-napolitano-e-il-ddl-rivedibile/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sacconi sbaglia: è il lavoratore il contraente debole</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/03/03/sacconi-sbaglia-e-il-lavoratore-il-contraente-debole/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/03/03/sacconi-sbaglia-e-il-lavoratore-il-contraente-debole/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 16:07:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=2676</guid>
		<description><![CDATA[<br/>Mentre il Paese è con il fiato sospeso per sapere se e quando (e per chi) potrà votare alle regionali in Lombardia e nel Lazio, mentre Formigoni e la Moratti improvvisano un tango (non metaforico, ahimé) che ricorda fin troppo i balli sull&#8217;inaffondabile Titanic, il (sedicente) governo del fare è in procinto, appunto, di fare. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Mentre il Paese è con il fiato sospeso per sapere se e quando (e per chi) potrà votare alle regionali in Lombardia e nel Lazio, mentre Formigoni e la Moratti improvvisano un tango (non metaforico, ahimé) che ricorda fin troppo i balli sull&#8217;inaffondabile Titanic, il (sedicente) governo del fare è in procinto, appunto, di fare. In particolare all&#8217;orizzonte c&#8217;è una riformina del diritto del lavoro passata inosservata ai più, ma i cui effetti, se verrà mantenuta come nei proclami del ministro Sacconi, potrebbero essere devastanti.</p>
<p>Che il lavoro in Italia, che si divide ormai in due grandi categorie: chi ha contratti &#8220;tradizionali&#8221; ben tutelati e chi invece si arrabatta in un caledoscopio di contrattini e prestazioni occasionali, abbia bisogno di una riforma forte non è una novità. Anche i più solerti difensori dello status quo si sono accorti, negli anni, che la situazione è foriera di ingiustizie, discriminazioni e frustrazioni soprattutto per i giovani. Quindi una riforma, dopo l&#8217;incompiuta legge Maroni, si pone come auspicabile e, da che mondo è mondo, le leggi le fa chi governa. Così ci prova Sacconi e il risultato è pasticcio ideologico. Vediamo perchè.<span id="more-2676"></span></p>
<p>Il disegno di legge prevede la possibilità di ricorrere all&#8217;arbitrato per dirimere le controversie tra datore di lavoro e lavoratore in due casi. Nel primo caso qualora il contratto collettivo lo preveda. E qui si potrebbe anche essere d&#8217;accordo: se le parti sociali desiderano inserire nei contratti questa possibilità, l&#8217;ordinamento dovrebbe permetterlo. Nell&#8217;eventualità però che non si arrivi a un accordo, potrebbe intervenire il ministro per decreto, vero e proprio elemento deformante nella tutela del lavoratore: in questo caso si potrebbe introdurre l&#8217;arbitrato bypassando la contrattazione collettiva.</p>
<p>Nel secondo, e a mio modo di vedere peggiore, caso si potrebbe ricorrere all&#8217;arbitrato (anche con giudizio di equità) se il lavoratore, nel proprio contratto di lavoro, accettasse una clausola arbitrale. Certo, diranno i sostenitori del ddl, chi non vuole l&#8217;arbitrato, non firma. Già, questo sarebbe vero se lavoratore e datore fossero sul medesimo piano. E&#8217; invece innegabile che, in special modo al momento della firma del contratto, il lavoratore sia la parte debole. Quale lavoratore non firmerebbe qualsiasi clausola pur di sfuggire alla disoccupazione? (Che stando agli ultimi dati galoppa ed è in crescita). E ancora, siamo sicuri che l&#8217;azienda non userebbe la disponibilità a firmare la clausola arbitrale come elemento dirimente nella selezione del personale?</p>
<p>La riformina, insomma, se dovesse mantenersi inalterata, aumenterebbe le distanze tra lavoratori di serie A (quanti sono già tutelati dai contratti a tempo indeterminato) e lavoratori di serie B, configurandosi per questi ultimi non solo un presente precario, ma un futuro, nella migliore delle ipotesi, con poche garanzie e ancor meno certezze.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/03/03/sacconi-sbaglia-e-il-lavoratore-il-contraente-debole/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le ragioni del Socialismo (ed il valore legale del titolo di studio)</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/02/08/le-ragioni-del-socialismo-ed-il-valore-legale-del-titolo-di-studio/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/02/08/le-ragioni-del-socialismo-ed-il-valore-legale-del-titolo-di-studio/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 18:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=2414</guid>
		<description><![CDATA[<br/>di Simona Bonfante
Se un laureato guadagna meno di un diplomato significa che l’investimento in sapere è improduttivo. In realtà non è proprio così. Improduttiva è la spesa che si affronta per mantenere un figlio parcheggiato per qualche anno in un esamificio qualunque che non produce sapere ma titoli con cui compilare, più o meno inutilmente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Simona Bonfante</strong></p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Diploma.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2415" title="Diploma" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Diploma-300x194.jpg" alt="" width="240" height="155" /></a>Se un laureato guadagna meno di un diplomato significa che l’investimento in sapere è improduttivo. In realtà non è proprio così. Improduttiva è la spesa che si affronta per mantenere un figlio parcheggiato per qualche anno in un esamificio qualunque che non produce sapere ma titoli con cui compilare, più o meno inutilmente, il CV.</p>
<p>Improduttivo non è l’investimento in sapere ma la spesa sostenuta per acquisire un titolo che non ha altro valore se non quello della certificazione burocratica. Ed infatti non è il pezzo di carta che nel mondo reale, ovvero quello delle imprese e delle professioni, orienta i criteri di selezione delle risorse umane. Semmai è l’affidabilità di quel pezzo di carta, ovvero la reputazione ed il rating dell’ateneo che l’ha rilasciato.</p>
<p>Il valore legale del titolo di studio aveva senso quando il mercato del lavoro era prevalentemente ritagliato sul pubblico, con il suo sistema di reclutamento fondato sul concorso e dunque sulla burocratica classificazione dei requisiti minimi di accesso. Aveva senso, insomma, in un’era laburista fa. Ma oggi, oltre che un’aberrazione culturale, il valore legale del titolo accademico, è anche un ostacolo concreto all’affermazione dell’universalità del diritto allo studio.<span id="more-2414"></span></p>
<p>È un’aberrazione culturale perché induce a ritenere che l’Università sia una specie di tangente la cui contropartita è il lavoro. Ed in quest’ottica, è normale si auspichi la proliferazione degli atenei facili, quelli sotto casa, quelli che la retta è così bassa da essere alla portata di tutti –  e poco importa che in realtà a pagarli siano gli stessi contribuenti a reddito fisso che, con le loro tasse, non finanziano solo il titolo fasullo dei propri figli ma pure l’istruzione vera dei figli dei loro concittadini ricchi.</p>
<p>Ed è un ostacolo al diritto allo studio, il valore legale del pezzo di carta, perché mantenere produttori di titoli con il denaro pubblico equivale a impedire ai tanti studenti bravi – che spesso vengono dal sud e da famiglie meno abbienti – di accedere attraverso borse di studio vere nelle università migliori, che sono tali perché garantiscono l’accesso ad un numero chiuso di studenti e perché impongono rette alte per garantire una didattica di qualità ed una ricerca produttiva. Quelle Università, insomma, in cui l’investimento è finalizzato a produrre <em>sapienti per elezione</em> – non <em>titolati d’ufficio</em>. Ed il sapere – non i titoli – rende quel investimento produttivo.</p>
<p>In nessun paese al mondo il diritto allo studio si realizza garantendo agli studenti un parcheggio <em>cheap</em> in un titolificio purché sia.</p>
<p>In nessuna parte dell’universo culturale progressista si accetta di sacrificare il talento sull’altare di una fraintesa rivendicazione classista, ovvero a favorire l’omologazione al ribasso da realizzare attraverso l’Univesrità di massa contro un sistema <em>fair</em>, trasparente e virtuoso di borse di studio che, premiando la capacità e l’impegno, si prefigga di annullare il gap socio-economico della famiglia di provenienza realizzando una competizione ad armi pari da giocarsi sul valore umano, non il reddito.</p>
<p>Il nodo culturale sta nella parola “competizione”. Quella parola che la sinistra italiana ha ammonito per decenni dal respingere definendola una sorta di cavallo di Troia della destra reazionaria che, se accolto, costringerebbe ad abiurare quel <em>must</em> della retorica pauperista che è l’eguaglianza. E poco importa che i fatti dicano altro. Ovvero che si è eguali se si hanno le medesime chance di accedere alle opportunità, non se si è costretti a negare il proprio valore pur di non far emergere le differenze.</p>
<p>In nessun paese al mondo il socialismo progressista si culla dell’ipocrita garanzia egalitarista del diritto al titolo piuttosto che al sapere, ignorando (o fingendo di farlo) che è proprio il sapere – non il titolo – la leva di quel ascensore sociale che in Italia ha ormai solo il suono della chimera.</p>
<p>Perché innanzi alla mortificante squalificazione del nostro sistema universitario, alla sua plateale distorsione rispetto alle opportunità di farsi argine della differenza tra ricchi e poveri, a cospetto della sua irrilevanza rispetto alla possibilità di condizionare, in positivo, il futuro di una persona, ebbene perché di fronte a tutto questo la sinistra progressista – il socialismo – non si sogna neanche di farsi paladina del cambiamento?</p>
<p>Il socialismo progressista non può non intestarsi la causa dell’abrogazione del valore legale del titolo di studi. Non può non sentirsi intimamente motivato a mobilitare gli studenti contro gli atenei fasulli pagati con le tasse dei loro padri. Non può non battersi in nome di quel principio eminentemente di sinistra che è il merito.</p>
<p>Innanzi alla drammatica evidenza del crollo delle iscrizioni universitarie tra le fasce sociali più deboli mi chiedo quali siano le Ragioni del Socialismo.</p>
<p>Il socialismo è progresso – non nel senso banale della rincorsa all’ultima moda culturale; é liberazione dei più deboli dai vincoli che ne impediscono la crescita, il progresso appunto. Non è la difesa social-corporativa di una condizione di subordinazione ma semmai l’impegno per la sua “emancipazione”. Poiché se i deboli rimangono deboli il socialismo ha perso.</p>
<p>Ci saranno sempre dei “più deboli” nella società. Perché la società non è un monolite. Non sono monolitici i meccanismi economici che ne reggono gli equilibri. Ed è per questo che il socialismo è dinamico, innovatore ed anticipatore dei fenomeni in divenire. Oppure non è.</p>
<p>I “più deboli” oggi in gran parte sono i giovani. E quei giovani deboli vanno resi forti, non mantenuti nella loro debolezza. È questo l’obiettivo del socialismo.</p>
<p>Attorno alla parola “socialismo” proliferano circoli più o meno ispirati a motivi identitari, in cui ci si appassiona alle diatribe storiche ed alle rivendicazioni faziose.</p>
<p>Mi duole constatare tuttavia come raramente, tra compagni, ci si prefigga l’obiettivo di restituire quella parola al suo senso originale, che non è la perpetuazione di ricette elaborate nella preistoria fordista, ma la attualizzazione degli strumenti attraverso cui perseguire l’obiettivo di sempre: il progresso dell’individuo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/02/08/le-ragioni-del-socialismo-ed-il-valore-legale-del-titolo-di-studio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>5</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il ricatto dell&#8217;Alcoa</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/02/03/il-ricatto-dellalcoa/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/02/03/il-ricatto-dellalcoa/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 07:20:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=2326</guid>
		<description><![CDATA[<br/>di Pietro Bussolati
L&#8217;Alcoa, terza società al mondo produttrice di alluminio, a fine dicembre ha dichiarato: “l&#8217;Enel tagli le tariffe o ce ne andiamo dall&#8217;Italia”.
Il mercato dell&#8217;energia è completamente liberalizzato, da anni le società possono acquistare energia elettrica da qualsiasi fornitore, italiano o estero. La fine dell&#8217;anno coincide con il periodo dei rinnovi contrattuali delle forniture [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Pietro Bussolati</strong></p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/071_alcoa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2327" title="071_alcoa" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/071_alcoa-300x300.jpg" alt="" width="210" height="210" /></a>L&#8217;Alcoa, terza società al mondo produttrice di alluminio, a fine dicembre ha dichiarato: “l&#8217;Enel tagli le tariffe o ce ne andiamo dall&#8217;Italia”.</p>
<p>Il mercato dell&#8217;energia è completamente liberalizzato, da anni le società possono acquistare energia elettrica da qualsiasi fornitore, italiano o estero. La fine dell&#8217;anno coincide con il periodo dei rinnovi contrattuali delle forniture elettriche e l&#8217;Alcoa ha avuto il coraggio di minacciare di lasciare a casa oltre 2.000 dipendenti italiani dichiarandosi pronta ad una marcia indietro solo in cambio di tariffe elettriche più concorrenziali.</p>
<p>La cosa divertente è che qualcuno è pure d&#8217;accordo, come Diliberto che ha affermato a più riprese: “<em>se l&#8217;Alcoa sostiene che soltanto con tariffe agevolate per l&#8217;energia può produrre alluminio a costi competitivi e non chiudere la fabbrica perchè non credergli?</em>”.</p>
<p><span id="more-2326"></span>È evidente che concedere all&#8217;Alcoa una tariffa agevolata comporterebbe nei fatti ad una chiara discriminazione nei confronti delle altre fabbriche italiane ed estere. Tutte le altre società, infatti, minaccerebbero di chiudere gli stabilimenti per ottenere sconti sulle tariffe elettriche.  E chi dovrebbe decidere a chi concedere sconti? La politica? Su quali basi?</p>
<p>L&#8217;Alcoa ha la dimensione e la capacità di stipulare il miglior contratto di energia elettrica possibile rivolgendosi a tutti gli attori del mercato energetico italiani ed europei. Non si può permettere ad un monopolista estero di discutere della politica energetica di uno Stato sovrano. Non dovrebbe essere consentito a nessuno di prendere in ostaggio i lavoratori e minacciare chiusure in cambio di politiche commerciali maggiormente accondiscendenti con questo o quel settore.</p>
<p>Peraltro i prezzi dell&#8217;energia elettrica (alti a causa del mix produttivo italiano che, d&#8217;altro canto, prevede elevati incentivi per le fonti rinnovabili e non prevede l&#8217;utilizzo della fonte nucleare) presenti in Italia non sono tra l’altro i più elevati d&#8217;Europa.</p>
<p>Utilizzando come fonte le tabelle pubblicate dall&#8217;Autorità per l’energia, l&#8217;Italia, per i clienti industriali, risulta avere prezzi medi di fornitura più bassi rispetto a Grecia, Cipro e Danimarca e di poco superiori a quelli tedeschi. <!--more--></p>
<p>Se inoltre si comparano i prezzi in base al potere d&#8217;acquisto (prendendo sempre a riferimento i dati dell’Autorità per l’energia) scopriamo che Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania hanno prezzi superiori ai nostri. Proprio i Paesi dove l&#8217;Alcoa minaccia di trasferirsi.</p>
<p>Se invece si getta uno sguardo al tanto mercato del gas scopriamo che i seguenti Paesi hanno prezzi medi più alti di quelli italiani (in ordine per prezzi crescenti): Lettonia, Francia, Lituania, Rep. Ceca, Paesi Bassi, Slovacchia, Lussemburgo, Belgio, Slovenia, Germania e Austria.</p>
<p>La crescente, seppur obiettivamente insufficiente, concorrenza nel mercato energetico è dovuta prevalentemente a scelte lungimiranti di Enrico Letta e Pier Luigi Bersani. La strada per garantire maggiore competitività al mercato, e quindi prezzi più bassi per i consumatori, è stata tracciata e la rotta deve essere mantenuta. Essere riformisti non significa solo avere il coraggio di fare le riforme ma anche la capacità di non fare passi indietro quando il potente di turno punta i piedi.</p>
<p>L&#8217;Alcoa ha ricevuto per anni sconti sulle tariffe, garantiti grazie a denaro raccolto dalle bollette di  tutti i consumatori. L&#8217;Alcoa chiede tariffe più competitive quando per prima è stata agevolata da componenti aggiuntive che hanno contribuito negli anni a mantenere alti i prezzi dell&#8217;energia pagati dai consumatori. Proprio per effetto di queste agevolazioni, ritenute dalla Commissione Europea aiuti di stato, l&#8217;Alcoa deve all&#8217;Enel e al Tesoro circa 270 milioni di euro.</p>
<p>Oggi che non può più essere agevolata minaccia la chiusura. Il Governo si è quindi impegnato per trovare modalità che garantiscano all&#8217;Alcoa tariffe agevolate. Una scelta di questo tipo dimostra debolezza e può avere senso solo se temporanea, in attesa di interventi strutturali in materia di ammortizzatori sociali e di nuove declinazioni del concetto di tutela dei lavoratori.</p>
<p>Questo Governo non intende fare riforme, se non quelle scritte sotto la dettatura di chi ricatta il Paese.</p>
<div></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/02/03/il-ricatto-dellalcoa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ma i sindacati si preoccupano ancora dei salari?</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/02/02/ma-i-sindacati-si-preoccupano-ancora-dei-salari/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/02/02/ma-i-sindacati-si-preoccupano-ancora-dei-salari/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 07:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=2307</guid>
		<description><![CDATA[<br/>di Giuseppe Nigro
L&#8217;Eurispes, uno dei più accreditati istituti di ricerca privati operante nel campo della ricerca politica, economica, sociale e della formazione, pubblica nel rapporto 2010 che in Italia vi sono i salari più bassi d&#8217;Europa. Nel nostro paese i salari sono inferiori del 17% rispetto ai paesi OCSE e del 19% in meno della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Giuseppe Nigro</strong></p>
<p><img class="size-medium wp-image-2306 alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px;" title="sindacati" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/sindacati-300x166.jpg" alt="" width="220" height="142" />L&#8217;Eurispes, uno dei più accreditati istituti di ricerca privati operante nel campo della ricerca politica, economica, sociale e della formazione, pubblica nel rapporto 2010 che in Italia vi sono i salari più bassi d&#8217;Europa. Nel nostro paese i salari sono inferiori del 17% rispetto ai paesi OCSE e del 19% in meno della media europea.</p>
<p>Su un campione di trenta nazioni industrializzate, l&#8217;Italia si colloca al trentesimo posto della classifica Eurispes. Il salario medio annuo, al netto, ammonterebbe a 21.374 dollari, poco più di 14.700 euro. Insomma, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano poco più di 1.225 euro al mese. In questo caso, le inchieste statistiche confermano quanto sapevamo già.</p>
<p>Se sommiamo il numero di iscritti alla famosa triplice CGIL-CISL-UIL e poi aggiungiamo anche gli iscritti dichiarati dall&#8217;UGL, il sindacato di Renata Polverini, il numero è davvero imponente, circa 7 milioni di iscritti (calcoli approssimativi). La più grande massa di lavoratori sindacalizzati dell&#8217;Occidente capitalistico.</p>
<p>Mi chiedo da tempo come mai i rappresentanti di un numero così grande di lavoratori organizzati ottengano un risultato così tanto più modesto rispetto ai loro colleghi degli altri paesi. Più iscritti, più peso e capacità nella contrattazione sembra essere una equazione non valida per l&#8217;Italia. Mi verrebbe da dire che la produttività dei sindacati italiani è piuttosto scarsa. Invece mi si dirà che è colpa dei padroni cattivi.</p>
<p>Non ci credo! Sono convinto, invece, che da troppo tempo il sindacato abbia smarrito un pezzo della sua ragione sociale, o se vogliamo , si può dire che fatica a rappresentare adeguatamente la rappresentanza degli interessi.</p>
<p>Gli iscritti si vedono prelevare una quota fissa sui salari indipendentemente dai risultati. È una sorta di obolo di appartenenza, per servizi che i lavoratori sono, per altro, in parte costretti a pagare quando ne fanno richiesta.</p>
<p>E se legassimo, invece, la quota sindacale pagata mensilmente alla capacità di rappresentare gli interessi? Sarebbe un modo di misurare il rendimento, i risultati, anche in campo sindacale. Forse ,i lavoratori italiani potrebbero trarne qualche vantaggio. Sicuramente s&#8217;introdurrebbe una clausola nuova e un po&#8217; d&#8217;innovazione non guasterebbe, neppure, nel rapporto fra lavoratori associati e le rispettive organizzazioni sindacali.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/02/02/ma-i-sindacati-si-preoccupano-ancora-dei-salari/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sui fatti di Rosarno</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/01/14/sui-fatti-di-rosarno/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2010/01/14/sui-fatti-di-rosarno/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 07:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=2007</guid>
		<description><![CDATA[<br/>di Luca Falcone
Sui fatti di Rosarno ormai è stato evocato di tutto. Partendo dall’analisi sugli scontri nella cittadina della piana di Gioia Tauro, non si sa come s’è arrivati a discutere se gli italiani siano o meno razzisti. Quale miglior modo per perdere l’ennesima occasione di confrontarci con quello che succede nel Paese reale e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Luca Falcone</strong></p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/01/catene-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2008" title="catene 2" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/01/catene-2-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Sui fatti di Rosarno ormai è stato evocato di tutto. Partendo dall’analisi sugli scontri nella cittadina della piana di Gioia Tauro, non si sa come s’è arrivati a discutere se gli italiani siano o meno razzisti. Quale miglior modo per perdere l’ennesima occasione di confrontarci con quello che succede nel Paese reale e parlare d’altro. Ovvero di niente.<br />
Sul fatto che riuscire a carpire quale sia il carattere di un popolo è cosa estremamente difficile, ancorché inutile, pensavamo di non dover tornare. E invece dobbiamo ribadire che con quello che è successo a Rosarno il razzismo non c’entra nulla.<br />
Sembra ormai chiaro a tutti che la rivolta non è stata causata dall’esasperazione dei cittadini calabresi per la presenza nella loro comunità di diverse centinaia di lavoratori extracomunitari. Ciò appare evidente dal fatto che la loro presenza a Rosarno e in quelle zone risale a molti anni fa. Queste persone si spezzavano la schiena nei campi agricoli della Calabria non da ieri. Erano lì già da molto tempo, visibili a tutti quelli che li volessero vedere. A tutti quelli che avevano ancora la capacità di indignarsi perché nel 2010, in un paese civile e democratico come il nostro, ci sono forme così palesi di schiavismo. Nell’indifferenza generale. <span id="more-2007"></span><br />
Che senso ha quella manifestazione dei cittadini di Rosarno che hanno voluto dimostrare che loro non sono razzisti, quando sapevano benissimo che a pochi passi dalle loro case c’erano delle persone che venivano schiavizzate per pochi euro al giorno? Non mi sembra che su questo tema si sia registrata alcuna manifestazione in quella zona in questi anni. Perché i cittadini di Rosarno non sono scesi in piazza prima, a denunciare come le ‘ndrine calpestavano quotidianamente i diritti fondamentali di quelle persone? Per non dire poi della scena pietosa durante la manifestazione in cui è stato censurato uno striscione che diceva (almeno a parole) “No alla mafia”.<br />
Per l’economia agricola delle ‘ndrine che controllano la raccolta della frutta in quella zona, i lavoratori extracomunitari erano estremamente convenienti: venivano presi direttamente dall’ Africa e nascosti nelle navi che poi attraccavano pacificamente nel porto di Gioia Tauro. Che, come  è stato segnalato diverse volte dalla stessa Procura Antimafia, è un porto internazionale quasi totalmente gestito dalle cosche, dove arriva molta della droga che poi viene spacciata in Italia e nel resto dell’Europa. E dove arrivano molti degli immigrati, clandestini ovviamente, che poi fanno pochi chilometri e finiscono a raccogliere agrumi, pomodori e frutta varia.<br />
Gli scontri dei giorni scorsi hanno una motivazione di natura tipicamente economica: il prezzo degli agrumi, in particolare, è estremamente basso e il ricavo, di conseguenza, è minimo. Per questo le ‘ndrine si sono fatte due conti e hanno deciso che tutta quella manodopera non serviva più. Che quei lavoratori potevano andare via. Che a Rosarno per loro non c’era più occupazione.<br />
Ovviamente quando le cosche prendono decisioni di questo genere non chiamano certo i sindacati o i mediatori culturali. Non sarebbe una reazione in linea con il loro modo di operare. Perciò hanno pensato bene di mandare qualche operaio della malavita a far sentire il rumore del piombo. Unico mezzo e modo di comunicazione che a loro si confà.<br />
Da qui la reazione degli extracomunitari, che ovviamente non sono rimasti a farsi impallinare come bersagli immobili a un poligono di tiro. D’altra parte le cosche non immaginavano certo che in Italia ci fosse uno Stato così efficiente che, in men che non si dica, organizzasse pullman per portare via quelle persone adesso a loro sgradite. Ma tant’è: due giorni di caos e il problema è risolto. Le ‘ndrine contente, i cittadini di Rosarno salvi e i poveri immigrati spostati chissà dove come se fossero dei pacchi postali.<br />
Il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha aggiunto che certo la piaga dello sfruttamento dei lavoratori immigrati è da combattere, e che il Governo si impegnerà a far rispettare la legalità. Ma non dimentichiamo – ha tuonato Maroni – “che si tratta di clandestini”. Come se schiavizzare i clandestini fosse lecito e, quindi, meno grave del non essere in possesso di un permesso di soggiorno.<br />
Il problema è che di Rosarno ne è piena l’Italia. Soprattutto il mezzogiorno. Ma qualcuno forse crede che in Puglia, piuttosto che in Campania o nel Metaponto, i lavoratori che d’estate raccolgono i pomodori o le angurie abbiano tutti il permesso di soggiorno e un contratto di lavoro regolare? C’è qualcuno che crede che nella miriade di cantieri edili sparsi nel paese non ci siano migliaia e migliaia di lavoratori irregolari e clandestini che all’alba vengono reclutati dai caporali e pagati (sotto il ricatto della denuncia) quasi nulla?<br />
La questione di fondo non è stabilire se gli italiani siano o meno razzisti. Il guaio grande è che nel nostro Paese ci sono grosse sacche di schiavismo bello e buono. Dove molti, troppi, fanno finta di non vedere e non sapere. E questa si chiama indifferenza.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2010/01/14/sui-fatti-di-rosarno/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[lavoro] il capoufficio è il dottor faccialibro</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2009/11/24/lavoro-il-capoufficio-e-il-dottor-faccialibro/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2009/11/24/lavoro-il-capoufficio-e-il-dottor-faccialibro/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 15:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[statuto dei lavoratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=1130</guid>
		<description><![CDATA[<br/>La legge 300 del 1970 parla chiaro e all&#8217;articolo 4 stabilisce che &#8220;è vietato l&#8217;uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell&#8217;attività dei lavoratori&#8221;.
Chi ha redatto lo statuto dei lavoratori non poteva certo prevedere che a quasi quarant&#8217;anni di distanza le forme di controllo sarebbero state molto diverse. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="alignleft size-medium wp-image-1131" title="spia" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/11/spia-205x300.jpg" alt="spia" width="205" height="300" />La legge 300 del 1970 parla chiaro e all&#8217;articolo 4 stabilisce che &#8220;è vietato l&#8217;uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell&#8217;attività dei lavoratori&#8221;.</p>
<p>Chi ha redatto lo statuto dei lavoratori non poteva certo prevedere che a quasi quarant&#8217;anni di distanza le forme di controllo sarebbero state molto diverse. Anzi, al posto di controllare in molti casi ci si limita a leggere quello che il lavoratore racconta della sua vita privata su blog e social network.</p>
<p>Le aziende sempre più spesso, prima di assumere, fanno un salto su Facebook, Myspace e su altri servizi simili per avere un profilo più completo del candidato. In pochi click si scopre tutto quello che può essere utile e molte altre informazioni, senza ricorrere a mezzi da controspionaggio e senza violare alcuna privacy: infondo è il lavoratore stesso ad aver scelto cosa mettere online.</p>
<p>Mai più il malcapitato poteva pensare che una foto scattata a capodanno, un video un po&#8217; sopra le righe girato con gli amici, uno scambio di battute al vetriolo con la ex fidanzata potessero finire sul tavolo del proprio responsabile in ufficio. Così accade, magari per una foto presa fuori contesto, non messa in rete dal lavoratore in questione ma da un amico che poi ha provveduto a <em>taggarlo</em>, vale a dire ad associare alla faccia il nome e cognome, che si possa incorrere nelle antipatie e in qualche pregiudizio.<span id="more-1130"></span></p>
<p>In Italia, per ora, ci si limita al pettegolezzo e alla soddisfazione di curiosità morbose (anche se è di poco tempo fa la notizia di provvedimenti disciplinari nei confronti di infermiere che avevano messo in rete le proprie foto insieme a dei pazienti), ma non è escluso che prima o poi si arrivi a casi limite come quello in cui si è imbattuta Nathalie Blanchard, canadese di Bromont Quebec.</p>
<p>La donna, infatti, riceveva un&#8217;indennità assicurativa dopo le che le era stata diagnosticata una forte depressione. Durante l&#8217;autunno la sua compagnia assicurativa decide che non è più il caso di versarle un dollaro bucato: gli assicuratori hanno infatti trovato (su Facebook) foto della donna che si svagava tra party e vacanze (tra questi divertimenti serali ci sarebbe stato spazio per uno strip tease show maschile). Così l&#8217;hanno immediatamente battezzata guarita, senza aspettare un riscontro medico di nessun tipo.</p>
<p>Quanto passerà prima che in Italia a qualcuno venga la brillante idea di invocare la giusta causa in un licenziamento per qualcosa sbirciato da Facebook? Oggi è voyerismo , domani chissà.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2009/11/24/lavoro-il-capoufficio-e-il-dottor-faccialibro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[lavoro] A chi serve il Career Day?</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2009/10/30/lavoro-a-chi-serve-il-career-day/</link>
		<comments>http://www.leragioni.it/2009/10/30/lavoro-a-chi-serve-il-career-day/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 05:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.leragioni.it/?p=514</guid>
		<description><![CDATA[<br/>
di Luca Selve
A cosa serve il Career Day? Questa è una domanda che si sono fatti in molti, partecipando a queste manifestazioni. Presentati come innovativi strumenti di orientamento al lavoro e alla formazione scolastica, universitaria e post laurea, un punto di incontro “privilegiato” tra studenti, università e aziende, sono nella realtà apparsi alla più parte dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="alignleft size-medium wp-image-515" title="job-interview" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/10/job-interview-300x219.jpg" alt="job-interview" width="300" height="219" /></p>
<p>di <strong>Luca Selve</strong></p>
<p>A cosa serve il Career Day? Questa è una domanda che si sono fatti in molti, partecipando a queste manifestazioni. Presentati come innovativi strumenti di orientamento al lavoro e alla formazione scolastica, universitaria e post laurea, un punto di incontro “privilegiato” tra studenti, università e aziende, sono nella realtà apparsi alla più parte dei partecipanti giorni utili esclusivamente alle aziende per fare pubbliche relazioni.</p>
<p>Nel mese di ottobre ci sono stati, solo a Milano, tre Career Day: presso l’Università degli Studi (via Festa del Perdono), la Cattolica e quello creato da Monster in via Palermo 10. Con pochissime differenze l’uno dall’altro ma tutti pubblicizzati in maniera massiccia dagli organizzatori e presentati come una vera, unica e utile risorsa per trovare lavoro.<span id="more-514"></span></p>
<p>La prima cosa che è saltata subito all’occhio è la massiccia quantità di partecipanti, per lo più giovani lauerati, che si sono presentati armati di curriculum, buona volontà e soprattutto pazienza. Nel Carreer Day creato da “Monster.it” infatti, solo per entrare all’interno dello spazio adibito alla manifestazione ci sono volute, alle ore 10 di mattina, ben 2 ore di fila sotto la pioggia.  Finalmente giunti all’interno della struttura la situazione è apparsa veramente “scomoda” per un colloquio di lavoro, con file di dieci, quindici minuti solo per riuscire a parlare faccia a faccia con un rappresentante delle aziende presenti. La maggior parte delle volte per sentirsi poi dire che la compagnia, in questo difficile periodo, ha poche posizioni aperte, unicamente per stage e senza finalità di assunzione, e che la quantità di C.V. raccolta nelle ore precedenti era talmente importante, che forse sarebbe stato meglio inserire online il proprio profilo. Pochi i consigli utili sulla costruzione del curriculum e sui comportamenti da tenere ai colloqui. Ho sentito solo sfilze di presentazioni delle imprese che si autocelebravano e giovani che si lamentavano del loro nuovo status di disoccupati o occupati con un lavoro non pagato o addirittura con una professione che nulla centra con quello che hanno studiato durante il percorso universitario.</p>
<p>Visto il grande afflusso di pubblico, telegiornali, organizzatori e aziende hanno annunciato il grande successo delle manifestazioni.</p>
<p>Ma qual era il loro scopo? Tutto sembra un’enorme equivoco: la sitauzione  per un giovane laureato rimane assolutamente difficile e frustrante, cercare un lavoro è diventato una vera e propria occupazione a tempo pieno che ti regala stress, preoccupazioni e spese. Forse c’è qualcuno che ci specula sopra? Attualmente, in edicola, si possono trovare giornali di sole tre pagine ma pieni di  “annunci interessanti”, alla modica cifra di 2.50 euro, così come offerte di corsi, seminari, master per ogni esigenza e tasche finchè un giorno, attenzione, ti può cadere l’occhio su un famoso portale di lavoro e vedere un corso per “addetto alle confezioni natalizie”…. che bel regalo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.leragioni.it/2009/10/30/lavoro-a-chi-serve-il-career-day/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
