di Giuseppe Nigro
L’Eurispes, uno dei più accreditati istituti di ricerca privati operante nel campo della ricerca politica, economica, sociale e della formazione, pubblica nel rapporto 2010 che in Italia vi sono i salari più bassi d’Europa. Nel nostro paese i salari sono inferiori del 17% rispetto ai paesi OCSE e del 19% in meno della media europea.
Su un campione di trenta nazioni industrializzate, l’Italia si colloca al trentesimo posto della classifica Eurispes. Il salario medio annuo, al netto, ammonterebbe a 21.374 dollari, poco più di 14.700 euro. Insomma, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano poco più di 1.225 euro al mese. In questo caso, le inchieste statistiche confermano quanto sapevamo già.
Se sommiamo il numero di iscritti alla famosa triplice CGIL-CISL-UIL e poi aggiungiamo anche gli iscritti dichiarati dall’UGL, il sindacato di Renata Polverini, il numero è davvero imponente, circa 7 milioni di iscritti (calcoli approssimativi). La più grande massa di lavoratori sindacalizzati dell’Occidente capitalistico.
Mi chiedo da tempo come mai i rappresentanti di un numero così grande di lavoratori organizzati ottengano un risultato così tanto più modesto rispetto ai loro colleghi degli altri paesi. Più iscritti, più peso e capacità nella contrattazione sembra essere una equazione non valida per l’Italia. Mi verrebbe da dire che la produttività dei sindacati italiani è piuttosto scarsa. Invece mi si dirà che è colpa dei padroni cattivi.
Non ci credo! Sono convinto, invece, che da troppo tempo il sindacato abbia smarrito un pezzo della sua ragione sociale, o se vogliamo , si può dire che fatica a rappresentare adeguatamente la rappresentanza degli interessi.
Gli iscritti si vedono prelevare una quota fissa sui salari indipendentemente dai risultati. È una sorta di obolo di appartenenza, per servizi che i lavoratori sono, per altro, in parte costretti a pagare quando ne fanno richiesta.
E se legassimo, invece, la quota sindacale pagata mensilmente alla capacità di rappresentare gli interessi? Sarebbe un modo di misurare il rendimento, i risultati, anche in campo sindacale. Forse ,i lavoratori italiani potrebbero trarne qualche vantaggio. Sicuramente s’introdurrebbe una clausola nuova e un po’ d’innovazione non guasterebbe, neppure, nel rapporto fra lavoratori associati e le rispettive organizzazioni sindacali.
3. marzo 2010
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