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	<title>LeRagioni.it &#187; Istruzione &#8211; Universita&#8217;</title>
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		<title>Gli atenei e la riforma</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 05:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Angelo Leopardi*
La percezione che ha dell’Università l’italiano medio è sempre sorprendente per chi nell’Università lavora. E’ assolutamente sconcertante scoprire come persone, anche vicinissime a docenti e ricercatori universitari, non vedano l’Università attraverso i propri occhi ma si affidino alla lente deformante dei luoghi comuni.
Un elemento significativo a riguardo è rappresentato dalla mitica figura degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Angelo Leopardi*</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/201a.fotografia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3784" title="201a.fotografia" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/201a.fotografia-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>La percezione che ha dell’Università l’italiano medio è sempre sorprendente per chi nell’Università lavora. E’ assolutamente sconcertante scoprire come persone, anche vicinissime a docenti e ricercatori universitari, non vedano l’Università attraverso i propri occhi ma si affidino alla lente deformante dei luoghi comuni.</p>
<p>Un elemento significativo a riguardo è rappresentato dalla mitica figura degli “Assistenti”, gli “aiutanti” di un docente universitario. Questa figura non esiste più istituzionalmente da 30 anni, quando la 382/80 democratizzò la docenza, fino ad allora rigidamente gerarchizzata in Professori Ordinari e Assistenti, introducendo, accanto ai Professori Ordinari, le figure dei Professori Associati e dei Ricercatori. Tutte figure a tempo indeterminato ma con una forte differenza: i Ricercatori avevano compiti di Ricerca e solo modestissimi impegni didattici “di supporto”. La grande novità era inoltre rappresentata da una sostanziale “indipendenza” di Professori e Ricercatori, non più legati ad una cattedra e fra i quali non vi era più una gerarchia netta.</p>
<p>Negli anni successivi la figura del Ricercatore Universitario è stata stravolta da varie leggi, fino a trasformarla, di fatto, in una terza figura di docente. La ragione è presto detta: lo sviluppo delle Università, con apertura di nuove sedi (tutte fortemente volute dalla politica locale), e il conseguente incremento di corsi di laurea, richiedeva nuovo personale docente. I Ricercatori erano lì, già disponibili e a basso costo. Il Ministro Moratti esasperò questa situazione, introducendo il titolo di “Professore Aggregato”, riconosciuto ai Ricercatori (ed anche ad altre figure) che tengono un corso universitario. Titolo temporaneo (e senza riconoscimenti economici), perché connesso all’assegnazione del corso ed a termine a conclusione dello stesso. La situazione odierna vede pertanto una suddivisione del personale docente dell’Università in Professori Ordinari, Professori Associati e Ricercatori (Professori Aggregati), con compiti didattici analoghi ma caratterizzati semplicemente da livelli stipendiali e titoli differenti.</p>
<p>Accanto a queste figure vi è una “giungla” di ricercatori precari, con contratti di vario genere (assegni di ricerca, borse post-doc, contratti di collaborazione) ma con il comune denominatore di basse retribuzioni e pochissime garanzie. E’ stato proprio sbandierando la volontà di garantire un futuro a questi precari, che il Ministro Gelmini ha presentato il suo Disegno di Legge sulla riforma dell’Università. Questa “riforma”, sancendo che dal 2013 non potranno più esservi nuovi Ricercatori a tempo indeterminato, introduce una nuova figura di Ricercatori a tempo determinato. I nuovi Ricercatori potranno avere contratti triennali rinnovabili al più per un triennio. Se nel corso di questi sei anni riusciranno a conseguire un’abilitazione nazionale “potranno”, compatibilmente con i vincoli di bilancio degli Atenei, essere chiamati direttamente nel ruolo di Professori Associati. Il Ministro ha presentato la “riforma” affermando testualmente &lt;&lt; abbiamo abolito i Ricercatori a vita, pertanto abbiamo abolito una sorta di precariato a vita&gt;&gt; (da Il Giornale, 19/05/2010). Affermazione almeno bizzarra, visto che dice di voler combattere il precariato introducendone uno nuovo.</p>
<p>L’idea è, infatti, di ricalcare il modello delle “tenure”, caratteristiche nei paesi anglosassoni, ma con una importante differenza: in quei sistemi, se un ricercatore “tenure” raggiunge certi livelli di qualità scientifica, viene confermato direttamente con un contratto a tempo indeterminato. Il modello “Gelmini” prevede solo la possibilità di questa conferma, ma la collega a vincoli di bilancio che sarà sempre più difficile rispettare, visto quello che si dirà dopo. E i Ricercatori attuali? Quelli che hanno permesso di sostenere il carico didattico fino a questo momento? Quelli vengono semplicemente dimenticati da questa “riforma”, riducendo sostanzialmente al lumicino le loro legittime aspirazioni di carriera.</p>
<p>Quale sarà il risultato di tutto ciò? Una nuova precarizzazione dei primi livelli della docenza universitaria, con una massa di precari che potranno essere agevolmente controllati da un ridotto numero di Professori Ordinari. In poche parole si torna al vecchio modello gerarchico (o sarebbe meglio dire “baronale”) precedente al 1980. Proprio in tale direzione vanno una serie di provvedimenti accessori, fra i quali spicca la prescrizione che l’elettorato del Rettore sarà costituito dai soli Professori Ordinari, privando Associati e Ricercatori di un importante strumento democratico.</p>
<p>Di fronte a questa prospettiva sono partite forti contestazioni da parte degli Universitari, guidate dai Ricercatori ma con i quali hanno solidarizzato anche moltissimi Associati e Ordinari, ben coscienti del sostanziale contributo dei Ricercatori al funzionamento degli Atenei. Ma il Disegno di Legge “Gelmini” era evidentemente solo l’aperitivo, e l’annuncio della nuova manovra finanziaria ha confermato un disegno sostanzialmente punitivo nei confronti dell’Università, con il blocco immediato di tutti gli scatti stipendiali e una serie di vincoli che sostanzialmente impediscono progressioni di carriera per almeno cinque anni. Il blocco degli scatti stipendiali, fino al 2009 “automatici”, ha del paradossale: nel 2009 era stato stabilito che questi scatti sarebbero stati negati ai docenti “inattivi”, cioè quelli che non avessero raggiunto un tasso minimo di produttività scientifica. Nel 2010 si dice che questi scatti vengono bloccati comunque! Rendendo di fatto vantaggioso essere “inattivi” e magari impegnare il tempo in altre attività professionali. Il blocco è particolarmente odioso perché colpisce in maniera maggiore i Ricercatori all’inizio della carriera, che subiranno decurtazioni dello stipendio dell’ordine del 15%.</p>
<p>A questo punto sarebbe il caso di chiedersi se vi sia un disegno preordinato dietro queste iniziative congiunte.</p>
<p>Ovviamente la risposta non è banale, e la lascio alla libera interpretazione del lettore.</p>
<p>Quello che è certo è che questo ulteriore colpo ha prodotto un nuovo scatto d’orgoglio degli Universitari che, con i Ricercatori a fare da propulsore, minacciano ormai in tutta Italia di non coprire più quei compiti didattici extra, non retribuiti e poco riconosciuti che hanno permesso di sostenere il sistema istruzione universitaria fino ad oggi. L’effetto sarebbe dirompente. Circa 1/3 dei corsi potrebbero non essere tenuti il prossimo anno e addirittura molti corsi di studio potrebbero essere chiusi. Ancora, è plausibile pensare a disagi legati alla difficoltà di formare commissioni d’esame e di laurea, con conseguenti gravi ritardi per gli studenti.</p>
<p>Rinsavirà il Governo davanti a questo rischio?</p>
<p>* Ricercatore Confermato (Professore Aggregato) di Idraulica presso l’Università di Cassino</p>
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		<title>Dibattito sulla scuola a Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 12:07:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Quando si parla di scuola, a sinistra e dintorni, si può dire tutto, tranne che manchi la passione e la partecipazione: lo si è visto nell’incontro organizzato dal Club Porto Franco lunedì  26 aprile scorso, dove un nutrito gruppo,  formato in maniera non esclusiva da operatori del settore, ha dato vita ad un serrato dibattito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/scuo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3332" title="scuo" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/scuo-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>Quando si parla di scuola, a sinistra e dintorni, si può dire tutto, tranne che manchi la passione e la partecipazione: lo si è visto nell’incontro organizzato dal Club Porto Franco lunedì  26 aprile scorso, dove un nutrito gruppo,  formato in maniera non esclusiva da operatori del settore, ha dato vita ad un serrato dibattito nel quale nessuno ha rinunciato ad intervenire e dire la propria. La serata che  seppure a fatica , è riuscita a “restare” sul tema di discussione, vale a dire l’uscita mediatica del presidente Formigoni relativa al reclutamento su base regionale dei professori e quella più sfumata della proposta di un modello pubblico-privato per la scuola sul  genere già realizzato per la sanità, inevitabilmente limitativo rispetto al tema più ampio e “sensibile” della Scuola italiana.</p>
<div>Il dibattito, introdotto da Franco D’Alfonso, presidente del Club, ha visto la partecipazione di esponenti di diverse forze politiche e di persone con sensibilità e storie differenti. Giovanni Cominelli, riassumendo i termini della questione anche da un punto di vista delle proposte tecniche, ne  ha meglio dettagliato i termini, sintetizzando come la vera scelta di sistema di reclutamento  sia tra un modello che vede in qualche modo  il docente che sceglie la scuola con il sistema delle graduatorie ( nazionali o regionali che siano) ed un altro che vede la scuola, in base all’ autonomia sancita dalla legge Berlinguer del 1997 , scegliere il docente da un “Albo”.</div>
<div></div>
<div>Antonio Verona, della Camera del lavoro di Milano , ha prospettato la possibilità della convocazione di “Stati generali” della scuola da parte del sindacato in tempi brevi ; analoga iniziativa è stata delineata da Marco Campione, responsabile scuola regionale del Pd , mentre anche Chiara Cremonesi, consigliere regionale di SEL , ha riportato l’esigenza sentita di un momento di questo tipo . E’ del tutto evidente che l’onere della sintesi e della proposta grava sulle spalle , anche se non robustissime, di partiti , sindacati e rappresentanze politiche istituzionali , nelle forme che riterranno più opportune.</div>
<div></div>
<div>L&#8217;appello su cui convengono i presenti è di non utilizzare la scuola come luogo nel quale piantare una “bandierina” identitaria, utile per “distinguersi” laggiù  in fondo a sinistra: le elezioni si perdono anche così .</div>
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		<title>La Scuola in Italia: l&#8217;avventurismo distruttivo della Destra e l&#8217;immobilismo conservatore della Sinistra</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 13:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Giampaolo Sbarra
Il mondo politico sta dando &#8211; sulla scuola &#8211; una dimostrazione dell’incapacità di riformare il sistema scolastico: il governo manda la scuola superiore allo sbaraglio con il miraggio dei tagli per risparmiare, l’opposizione tutta tesa alla conservazione dell’esistente, anzi ormai alla restaurazione.
Intanto, però, il malessere della scuola resta all’ordine del giorno. Gli ultimi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Giampaolo Sbarra</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/classroom.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3265" title="classroom" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/04/classroom-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Il mondo politico sta dando &#8211; sulla scuola &#8211; una dimostrazione dell’incapacità di riformare il sistema scolastico: il governo manda la scuola superiore allo sbaraglio con il miraggio dei tagli per risparmiare, l’opposizione tutta tesa alla conservazione dell’esistente, anzi ormai alla restaurazione.</p>
<p>Intanto, però, il malessere della scuola resta all’ordine del giorno. Gli ultimi due numeri dell’Espresso pubblicano due articoli sulla scuola all’estero; il primo &#8211; di Roberta Carlini &#8211; è dedicato alla scuola finlandese, alla ricerca del segreto del suo successo; il secondo &#8211; di Luigi Zingales &#8211; si sofferma sui progetti di riforma di Obama. Con l’ovvia premessa che non esiste l’Eldorado della scuola e che ogni paese deve misurarsi con la sua storia e le sue caratteristiche, tuttavia è interessante notare come alcuni elementi possano essere validi in diverse realtà e come l’Italia sia ancora una volta il fanalino di coda anche tra le ipotesi di riforma. Intanto In un’intervista al Corriere, Formigoni enuncia le sue intenzioni: rendere effettiva la parificazione pubblico-provato e consentire che le scuole assumano gli insegnanti (nulla a che vedere con gli insegnanti “solo lombardi”).</p>
<p>Ma andiamo con ordine, mettendo in evidenza prima le caratteristiche del sistema finlandese, poi gli elementi forti del progetto di riforma del Presidente degli Stati Uniti (come emergono dagli articoli dell’Espresso).</p>
<p>In Finlandia. Innanzitutto è stata abolita da anni la distinzione tra Elementari e Medie, anche se le modalità didattiche variano col maturare degli alunni: quando ci penseremo, in Italia, a creare una fascia omogenea dell’obbligo scolastico, che oggi parte dalla Primaria, passa per le Medie e si conclude alle Superiori? L’aggiornamento tecnologico è costante; vi è programma scolastico di base obbligatorio, ma realizzato e orientato con l’intervento delle scuole e dei comuni; vi è un’ampia apertura della scuola al territorio; la scuola è gratuita e vi sono buoni insegnanti.</p>
<p>L’articolo dell’Espresso punta molto sui buoni insegnanti: che sono premiati più dalla considerazione sociale che da un’alta retribuzione (comunque più alta che in Italia); per cui la professione docente è molto ambita, ma difficile da raggiungere. Attenzione: buoni insegnanti non è un concetto “etico”, ma è legato alla professionalità: significa bene preparati, bene selezionati, bene aggiornati.</p>
<p>La Finlandia spende per la scuola più della media europea (e più dell’Italia), ma meno della media dei paesi scandinavi, mettendo in evidenza che non vi è proporzione tra la spesa e i risultati ottenuti; ancora, in Finlandia (a parte il numero ridotto di studenti) si passano molte meno ore in classe e ci sono più alunni per ogni insegnante (con ottimi risultati scolastici).</p>
<p>Tra i fattori di efficienza vengono inseriti anche il forte decentramento; gli stessi insegnanti sono dipendenti comunali: un decentramento spinto convive con la scuola più uniforme del mondo (gli stessi risultati nel test PISA in tutte le aree del paese).</p>
<p>Obama negli USA. Obama si pone un obiettivo simile a quello europeo di Lisbona 2000: mettere i giovani in condizione di reggere la concorrenza internazionale. Noi non abbiamo raggiunto gli obiettivi stabiliti, anzi in alcuni casi abbiamo peggiorato la situazione. Allora, cosa vuole fare Obama? Intanto bisogna superare la vecchia idea (di cui non è mai stata dimostrata la validità) che un numero inferiore di studenti per classe dia come risultato un miglioramento della performance: Obama punta sulla meritocrazia. Quindi: premiare gli insegnanti migliori e punire i peggiori. Inoltre Obama apre alle “charter school”, scuole non statali e non confessionali finanziate dallo stato, sulla base dei risultati raggiunti (in linea di massima ottengono risultati migliori a costi inferiori); sono scuole che attivano un positiva pressione competitiva. Infine, un intervento per combattere le disuguaglianze dei punti di partenza, con aiuti alle fasce sociali più deboli.</p>
<p>Conclusioni: tutti mettono in dubbio quella che in Italia da anni è una certezza (per i sindacati e per la sinistra), ovvero che una scuola migliore richieda più insegnanti, meno studenti per insegnante, più materie, più ore di lezione. Queste cose non sono più vere (forse non lo sono mai state), e su questi elementi si possono ridurre gli sprechi, per aumentare gli investimenti sulla scuola (ovviamente non per risparmiare, come sta facendo il governo Berlusconi). L’Italia deve spendere di più per la scuola, ma la spesa deve essere indirizzata verso i giusti obiettivi: edilizia scolastica sicura, moderna e tecnologicamente evoluta e attrezzata, informatizzazione dei servizi scolastici e della didattica (per l’insegnamento e l’apprendimento), formazione, selezione e aggiornamento dei docenti, premio per i docenti migliori e incentivi al miglioramento delle prestazioni.</p>
<p>Ma bisogna pensare ad un quadro complessivo che contenga queste innovazioni, responsabilizzando le varie comunità, perciò bisogna avvicinare la scuola al territorio: serve un forte decentramento, nel quadro del federalismo fiscale; decentralizzazione dei docenti, che devono diventare dipendenti regionali o comunali e possibilità per le singole scuole di scegliere i docenti sulla base di un albo per accedere al quale bisogna superare un concorso dopo un qualificato processo formativo; apertura dalla scuola alla comunità.</p>
<p>Tutte cose che altrove hanno fatto o vogliono fare.</p>
<p>Possibile che in Italia la sinistra non abbia il coraggio di sostenere un veri processo di riforma, ma continui con i soliti vecchi ed inefficaci slogans?</p>
<p>Senza nulla togliere al ruolo fondamentale svolto dalla scuola nell’Italia del secondo dopoguerra, ricordiamoci che una scuola non è democratica se permette a tutti di iscriversi (potrebbe essere solo un’illusione di democrazia), ma se permette ai giovani delle fasce sociali più deboli di migliorare la loro posizione sociale: quello che decenni di scuola cosiddetta “democratica” in Italia non hanno fatto, se è vero &#8211; come è vero &#8211; che ancora oggi il destino di un giovane italiano è condizionato dalla sua origine sociale, per cui la nostra società si caratterizza per la scarsa mobilità e per il prevalere delle situazioni di privilegio.</p>
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		<title>I meriti paradossali delle Gelmini e le nuove opportunità per il centrosinistra</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 06:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Giampaolo Sbarra

Il governo ha varato in via definitiva la riforma della scuola superiore: licei e istituti tecnici e professionali avranno una struttura curricolare molto diversa dall’attuale.
Opinioni critiche (sindacati e opposizione politica) e opinioni favorevoli (forze di governo) sono dettate dalla collocazione rispetto al governo, per cui sono in larga parte inattendibili; oltre tutto, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Giampaolo Sbarra</strong></p>
<p><strong></strong><br />
<a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/scuola.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2541" title="scuola" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/scuola-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>Il governo ha varato in via definitiva la riforma della scuola superiore: licei e istituti tecnici e professionali avranno una struttura curricolare molto diversa dall’attuale.</p>
<p>Opinioni critiche (sindacati e opposizione politica) e opinioni favorevoli (forze di governo) sono dettate dalla collocazione rispetto al governo, per cui sono in larga parte inattendibili; oltre tutto, le posizioni della maggioranza e dell’opposizione politico-sindacale si basano su presupposti scorretti e dannosi per la qualità del sistema: la prima punta prevalentemente al risparmio, le seconda prevalentemente all’assunzione di personale. Per entrambe la “qualità del sistema” è solo la foglia di fico che maschera altri obiettivi.</p>
<p>Al di là del merito della riforma (che non viene mai adeguatamente affrontato, essendo un problema serio: infatti si parla solo del taglio dei precari, che è sì un problema serio, ma non riguarda solo la scuola), mi pare che nessuno abbia messo in evidenza i due “veri e paradossali” meriti della “rifoma” Gelmini.</p>
<p>Devo però premettere &#8211; a scanso di equivoci &#8211; che non ho mai visto tanta improvvisazione e tanta approssimazione da parte di un governo, che sembra essersi circondato, per l’occasione, di “avventurieri-inesperti” o di “esperti-signorsì”.</p>
<p>Detto questo, il primo merito che io riconosco alla Gelmini consiste proprio nell’avere realizzato la riforma (bella o brutta che la si consideri): si è così rotto l’incantesimo che da un alto teneva ingessata la scuola superiore, e dall’altro aveva consentito la fioritura di centinaia di sperimentazioni mai davvero verificate. Quella di oggi non è certo una riforma epocale per qualità, ma comunque chiude un’epoca.<span id="more-2540"></span> Adesso sarà non solo più facile, ma addirittura indispensabile intervenire, proporre e portare le necessarie correzioni. Anche la sinistra e il sindacato dovranno intervenire “sui contenuti”, cosa che finora non hanno fatto, fermandosi alle generiche premesse “democraticiste”.</p>
<p>Il secondo merito è altrettanto rilevante: con la Gelmini gli interventi sulla scuola sono stati liberati dal vincolo-tabù dell’aumento delle materie, del personale e delle ore di lezione, vincolo-tabù che aveva portato ad una dannosa e costosa proliferazione appunto di materie, di ore di lezione e di docenti.</p>
<p>E non si può dire che la riforma Gelmini creerà una scuola di serie A e una di serie B, perché esse esistono già nella frattura Nord/Sud e in quella Licei/Professionali.</p>
<p>Certo, se alcune cose le avesse fatte la sinistra, forse le avrebbe fatte meglio, ma in realtà la sinistra politica e sindacale non ha mai voluto parlarne.</p>
<p>Adesso, quindi, si aprono due strade, per la sinistra; una è quella del boicottaggio della riforma: a mio avviso è la strada perdente, sia perché la scuola ha bisogno di “stabilità nel cambiamento” (quella che non ha avuto e che questo governo non sa garantire), e non può continuare ad essere il terreno di scontro di una battaglia politica che non si svolge più nelle sedi istituzionali; sia perché è assurdo rintanarsi nella nicchia degli “scontenti senza prospettiva” e relegarsi a rappresentare una minoranza che non guarda avanti; la seconda strada è quella della proposta politica di contenuto, e non mancano i temi sui quali intervenire: dalla regionalizzazione del sistema scolastico (anche in vista delle elezioni regionali), alla carriera dei docenti, ai nuovi investimenti sulla “qualità” e non più solo sulla “quantità”, ai nuovi organi collegiali di rappresentanza ad un nuovo rapporto con il territorio.</p>
<p>Finora il centrosinistra è passato per “conservatore”, ma sarebbe tragico (se non ridicolo) che adesso diventasse addirittura “restauratore”.</p>
<p>Guardando avanti, potremo superare lo slogan “democraticistico” della “scuola aperta a tutti”, slogan che nel passato ha raggiunto importanti obiettivi, ma ora ha fatto il suo tempo e illude proprio le fasce sociali più deboli.</p>
<p>Il nuovo obiettivo della sinistra deve essere quello di una scuola che garantisca a tutti non solo l’entrata, ma soprattutto l’uscita con una formazione adeguata e aggiornata.</p>
<p>Questo il centro-destra non sa garantirlo; saprà farlo il centrosinistra?</p>
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		<title>Le ragioni del Socialismo (ed il valore legale del titolo di studio)</title>
		<link>http://www.leragioni.it/2010/02/08/le-ragioni-del-socialismo-ed-il-valore-legale-del-titolo-di-studio/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 18:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Simona Bonfante
Se un laureato guadagna meno di un diplomato significa che l’investimento in sapere è improduttivo. In realtà non è proprio così. Improduttiva è la spesa che si affronta per mantenere un figlio parcheggiato per qualche anno in un esamificio qualunque che non produce sapere ma titoli con cui compilare, più o meno inutilmente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Simona Bonfante</strong></p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Diploma.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2415" title="Diploma" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/Diploma-300x194.jpg" alt="" width="240" height="155" /></a>Se un laureato guadagna meno di un diplomato significa che l’investimento in sapere è improduttivo. In realtà non è proprio così. Improduttiva è la spesa che si affronta per mantenere un figlio parcheggiato per qualche anno in un esamificio qualunque che non produce sapere ma titoli con cui compilare, più o meno inutilmente, il CV.</p>
<p>Improduttivo non è l’investimento in sapere ma la spesa sostenuta per acquisire un titolo che non ha altro valore se non quello della certificazione burocratica. Ed infatti non è il pezzo di carta che nel mondo reale, ovvero quello delle imprese e delle professioni, orienta i criteri di selezione delle risorse umane. Semmai è l’affidabilità di quel pezzo di carta, ovvero la reputazione ed il rating dell’ateneo che l’ha rilasciato.</p>
<p>Il valore legale del titolo di studio aveva senso quando il mercato del lavoro era prevalentemente ritagliato sul pubblico, con il suo sistema di reclutamento fondato sul concorso e dunque sulla burocratica classificazione dei requisiti minimi di accesso. Aveva senso, insomma, in un’era laburista fa. Ma oggi, oltre che un’aberrazione culturale, il valore legale del titolo accademico, è anche un ostacolo concreto all’affermazione dell’universalità del diritto allo studio.<span id="more-2414"></span></p>
<p>È un’aberrazione culturale perché induce a ritenere che l’Università sia una specie di tangente la cui contropartita è il lavoro. Ed in quest’ottica, è normale si auspichi la proliferazione degli atenei facili, quelli sotto casa, quelli che la retta è così bassa da essere alla portata di tutti –  e poco importa che in realtà a pagarli siano gli stessi contribuenti a reddito fisso che, con le loro tasse, non finanziano solo il titolo fasullo dei propri figli ma pure l’istruzione vera dei figli dei loro concittadini ricchi.</p>
<p>Ed è un ostacolo al diritto allo studio, il valore legale del pezzo di carta, perché mantenere produttori di titoli con il denaro pubblico equivale a impedire ai tanti studenti bravi – che spesso vengono dal sud e da famiglie meno abbienti – di accedere attraverso borse di studio vere nelle università migliori, che sono tali perché garantiscono l’accesso ad un numero chiuso di studenti e perché impongono rette alte per garantire una didattica di qualità ed una ricerca produttiva. Quelle Università, insomma, in cui l’investimento è finalizzato a produrre <em>sapienti per elezione</em> – non <em>titolati d’ufficio</em>. Ed il sapere – non i titoli – rende quel investimento produttivo.</p>
<p>In nessun paese al mondo il diritto allo studio si realizza garantendo agli studenti un parcheggio <em>cheap</em> in un titolificio purché sia.</p>
<p>In nessuna parte dell’universo culturale progressista si accetta di sacrificare il talento sull’altare di una fraintesa rivendicazione classista, ovvero a favorire l’omologazione al ribasso da realizzare attraverso l’Univesrità di massa contro un sistema <em>fair</em>, trasparente e virtuoso di borse di studio che, premiando la capacità e l’impegno, si prefigga di annullare il gap socio-economico della famiglia di provenienza realizzando una competizione ad armi pari da giocarsi sul valore umano, non il reddito.</p>
<p>Il nodo culturale sta nella parola “competizione”. Quella parola che la sinistra italiana ha ammonito per decenni dal respingere definendola una sorta di cavallo di Troia della destra reazionaria che, se accolto, costringerebbe ad abiurare quel <em>must</em> della retorica pauperista che è l’eguaglianza. E poco importa che i fatti dicano altro. Ovvero che si è eguali se si hanno le medesime chance di accedere alle opportunità, non se si è costretti a negare il proprio valore pur di non far emergere le differenze.</p>
<p>In nessun paese al mondo il socialismo progressista si culla dell’ipocrita garanzia egalitarista del diritto al titolo piuttosto che al sapere, ignorando (o fingendo di farlo) che è proprio il sapere – non il titolo – la leva di quel ascensore sociale che in Italia ha ormai solo il suono della chimera.</p>
<p>Perché innanzi alla mortificante squalificazione del nostro sistema universitario, alla sua plateale distorsione rispetto alle opportunità di farsi argine della differenza tra ricchi e poveri, a cospetto della sua irrilevanza rispetto alla possibilità di condizionare, in positivo, il futuro di una persona, ebbene perché di fronte a tutto questo la sinistra progressista – il socialismo – non si sogna neanche di farsi paladina del cambiamento?</p>
<p>Il socialismo progressista non può non intestarsi la causa dell’abrogazione del valore legale del titolo di studi. Non può non sentirsi intimamente motivato a mobilitare gli studenti contro gli atenei fasulli pagati con le tasse dei loro padri. Non può non battersi in nome di quel principio eminentemente di sinistra che è il merito.</p>
<p>Innanzi alla drammatica evidenza del crollo delle iscrizioni universitarie tra le fasce sociali più deboli mi chiedo quali siano le Ragioni del Socialismo.</p>
<p>Il socialismo è progresso – non nel senso banale della rincorsa all’ultima moda culturale; é liberazione dei più deboli dai vincoli che ne impediscono la crescita, il progresso appunto. Non è la difesa social-corporativa di una condizione di subordinazione ma semmai l’impegno per la sua “emancipazione”. Poiché se i deboli rimangono deboli il socialismo ha perso.</p>
<p>Ci saranno sempre dei “più deboli” nella società. Perché la società non è un monolite. Non sono monolitici i meccanismi economici che ne reggono gli equilibri. Ed è per questo che il socialismo è dinamico, innovatore ed anticipatore dei fenomeni in divenire. Oppure non è.</p>
<p>I “più deboli” oggi in gran parte sono i giovani. E quei giovani deboli vanno resi forti, non mantenuti nella loro debolezza. È questo l’obiettivo del socialismo.</p>
<p>Attorno alla parola “socialismo” proliferano circoli più o meno ispirati a motivi identitari, in cui ci si appassiona alle diatribe storiche ed alle rivendicazioni faziose.</p>
<p>Mi duole constatare tuttavia come raramente, tra compagni, ci si prefigga l’obiettivo di restituire quella parola al suo senso originale, che non è la perpetuazione di ricette elaborate nella preistoria fordista, ma la attualizzazione degli strumenti attraverso cui perseguire l’obiettivo di sempre: il progresso dell’individuo.</p>
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		<title>Gelmini: riformetta da italietta</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 15:49:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Giuseppe Nigro
Ho l&#8217;impressione che i regolamenti emanati dal consiglio dei ministri per il riassetto della scuola secondaria, dopo lo strepito iniziale provocato dai lanci mediatici, cadranno nel dimenticatoio. Non c&#8217;è niente di epocale in quello che è stato varato.

In Europa i giovani fuoriescono dal sistema scolastico, per accedere all&#8217;università, a 18 anni, mentre in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Giuseppe Nigro</strong></p>
<p>Ho l&#8217;impressione che i regolamenti emanati dal consiglio dei ministri per il riassetto della scuola secondaria, dopo lo strepito iniziale provocato dai lanci mediatici, cadranno nel dimenticatoio. Non c&#8217;è niente di epocale in quello che è stato varato.</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/sleep.jpg"><img class="size-medium wp-image-2382 alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px;" title="sleep" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/02/sleep-300x200.jpg" alt="" width="220" height="148" /></a></p>
<p style="text-align: left;">In Europa i giovani fuoriescono dal sistema scolastico, per accedere all&#8217;università, a 18 anni, mentre in Italia studentesse e studenti termineranno, nonostante la conclamata riforma, a 19 anni. Sotto il profilo della durata degli studi non vi è quindi alcuna novità. Prima il centrosinistra e oggi il PdL si sono piegati ai conservatorismi della scuola, della società e non ultimo dell&#8217;amministrazione centrale del ministero.  Terminare gli studi a 18 anni non era e non è soltanto una questione di convergenza di politiche scolastiche, è notorio, che l&#8217;Unione Europea ha massimo rispetto delle specificità dei sistemi d&#8217;istruzione nazionale, ma è la vera leva per il riassetto strutturale del sistema d&#8217;istruzione, almeno per due ordini di motivi.</p>
<p>In prima istanza, pensare che il nostro sistema scolastico mantenga una sua superiorità, perché conserviamo i licei della durata di cinque anni è  una scelta non solo miope e provinciale, ma profondamente ingiusta, poiché penalizza i nostri giovani che arrivano sul mercato del lavoro con un anno di ritardo rispetto ai loro coetanei europei ed americani. In seconda istanza, questo modello non indurrà mai a cambiamenti reali nel modo di fare scuola, indispensabile per introdurre qualche elemento di innovazione che dia un minimo di senso a nuove improcrastinabili scelte pedagogiche. <span id="more-2381"></span></p>
<p>Gli aggiustamenti orari spacciati come riforma sono del tutto inadeguati per modificare l&#8217;attuale modalità d&#8217;insegnamento e di conseguenza migliorare i risultati di apprendimento degli studenti.</p>
<p>Nonostante, il Regolamento dell&#8217;autonomi scolastica (DPR 275/1999), rari sono gli esempi di reale innovazione metodologica nei processi d&#8217;insegnamento, che a tutt&#8217;oggi, si fondano prevalentemente su meccanismi trasmissivi frontali, legati ai  modelli rigidi del quadro orario settimanale e del gruppo classe. Del resto i tentativi di introdurre insegnamenti modulari, in assenza di una organizzazione flessibile dell&#8217;orario scolastico sono miseramente falliti.</p>
<p>Le scelte, pur condivisibili di ridare certezza e serietà alla valutazione ,in un contesto privo di coerenza fra norme e organizzazione scolastica producono confusione e frustrazione, senza per questo introdurre modelli professionali credibili.</p>
<p>Non è da trascurare in questo scenario la mancanza di investimenti nelle strutture scolastiche che rimangono, in buona sostanza, legate a modelli di edilizia carceraria: lunghi corridoi su cui si aprono le porte di aule, non sempre a norma, per non parlare delle strumentazioni a disposizione degli insegnanti. Rara una scuola cablata, raro un sistema wifi, etc.</p>
<p>Fra le misure adottate dal Consiglio dei Ministri, si prevede di premiare la professionalità docente. È un aspetto trascurato dai media e anche dai commentatori specializzati, eppure è forse la sola questione di un certo interesse, perché si dovrebbero attribuire ai docenti meglio attrezzati professionalmente ben 7.000 euro in più all&#8217;anno. Su quest&#8217;ultimo aspetto si gioca gran parte della possibilità di un reale successo di quella che impropriamente viene definita riforma.  Gli insegnanti sono ridotti in quella condizione triste, ancorché esilarante, assurta alle cronache, grazie al comico Antonio Albanese che, nella rappresentazione dell&#8217;inesistente Prof. Duccio Troller della trasmissione “Che tempo che fa”, restituisce l&#8217;immagine di un professionista annichilito e straniato.</p>
<p>Gli insegnanti e i loro potenti sindacati, sempre contrari, hanno saputo fino ad oggi, soltanto chiedere il rinvio di un anno dei regolamenti che per altro saranno applicati con grande prudenza, visto che saranno estesi con gradualità a partire dalla prima classe nel prossimo anno scolastico 2010/2011.</p>
<p>È noto che qualsiasi dirigenza, intenzionata  a rilanciare la propria organizzazione, cura con attenzione le risorse umane e professionali di cui dispone. Anche le riforme meglio pensate, dalla ingegnerizzazione ideale sono destinate a fallire in queste condizioni.</p>
<p>Per concludere due ricordi: uno molto lontano e uno vicino. Il primo riguarda un episodio degli inizi degli anni Ottanta: un  giovane studente, figlio di emigrati italiani rientrati da Ginevra, alla  mia domanda quale fosse la differenza maggiore fra l&#8217;organizzazione degli studi fino ad allora frequentata e quella in cui era appena entrato, mi rispose che a Ginevra erano gli studenti al cambio delle ore a cercare le aule (laboratorio) in cui i docenti tenevano lezione, mentre in Italia erano i docenti che ad ogni cambio giravano per la scuola.</p>
<p>A un professore del Politecnico di Milano, con cui ho recentemente avuto occasione di dialogare a proposito di innovazione della pubblica amministrazione, chiesi quali fosse il ministero più problematico in cui introdurre innovazione, non ebbe dubbi: il Ministero dell&#8217;Istruzione Pubblica.</p>
<p>Quali politiche pubbliche si sia voluto  perseguire, quali gli attori protagonisti della vicenda difendere oppure premiare, quali gli interessi in campo è in parte comprensibile, ma per una analisi pertinente bisognerà analizzare più attentamente i regolamenti emanati, al di là delle retoriche affermazioni sul riformismo, ormai svuotato di significato semantico, del ministro Maria Stella Gelmini.</p>
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		<title>To free or not to free. I Tory, il Labour e la british education</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 11:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa - Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Simona Bonfante (blog)
Education, education, education. Anzi, free education, free education, free education.
Tre governi Labour, un sacco di soldi, obiettivi ambiziosi, risultati – pare – non adeguati alle aspettative. Lo dicono i Tory, lo ribadisce la CBI, la confindustria british, lo evidenziano i dati secondo cui in alcune aree depresse del paese il 90% degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Simona Bonfante</strong> (<a href="http://kuliscioff.wordpress.com/">blog</a>)</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1737" title="ist2_3965048-back-to-school-colorful-child-writing" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/01/ist2_3965048-back-to-school-colorful-child-writing-300x290.jpg" alt="ist2_3965048-back-to-school-colorful-child-writing" width="300" height="290" />Education, education, education. Anzi, free education, free education, free education.</p>
<p>Tre governi Labour, un sacco di soldi, obiettivi ambiziosi, risultati – pare – non adeguati alle aspettative. Lo dicono i Tory, lo ribadisce la CBI, la confindustria british, lo evidenziano i dati secondo cui in alcune aree depresse del paese il 90% degli studenti non raggiunge gli standard minimi.</p>
<p>E questo – sostengono gli antigovernativi – dimostra che la politica Labour ha fallito. Che i soldi spesi sono stati sprecati. Che le opportunità non sono aumentate. Che il gap rimane. E il gap è tra chi è ricco e chi no. Ovvero tra chi può permettersi di mandare i figli in una scuola privata e chi invece è costretto a mandarli  nella scuola sotto casa dove, nonostante il popò di risorse investite, si continua a sfornare ignoranti destinati ad un parcheggio a tempo indeterminato fuori dal mercato del lavoro.<span id="more-1736"></span></p>
<p>Ovviamente quella dei Tory è un’esagerazione: la media nazionale dice che nel 47.8% dei casi gli standard sono raggiunti. Ma è vero che nelle località sfigate le performance vanno parecchio più giù. E ci sarà pure un perché.</p>
<p>E allora che ti propone lo shadow minister per i minori, il tory Michael Gove? Le free school, una via di mezzo tra le scuole private svedesi e le accademie americane. Scuole cioè in cui lo studente costruisce il suo piano di studi, scegliendo tra le materie offerte in piena autonomia dall’istituto.</p>
<p>Chi può aprire una free school? Chiunque. Genitori e insegnanti, associazioni e organismi no profit.</p>
<p>Chi paga? Lo stato.</p>
<p>Chi garantisce che l’operazione funzioni, nel senso che serva realmente ad elevare gli standard? Nessuno. Come nessuno, ovviamente, può garantire che il free system agevoli proprio i meno avvantaggiati. E basta poco per osservare che le perplessità non sono certo infondate. Per dire, appare difficile che una free school fica si metta in un quartiere sfigato dove, appunto, rischierebbe di calamitare solo sfiga, degrado, povertà. Nello stesso tempo pare poco probabile anche che pur di andare in una scuola fica un ragazzino sfigato possa permettersi ogni giorno un attraversamento metropolitano di largo raggio. Infatti per lo più gli studenti delle scuole primarie vanno a scuola nel loro quartiere. Ovvero in una scuola sfigata.</p>
<p>Ciò detto, il problema del gap rimane. E non è – sia chiaro – un problema solo britannico.</p>
<p>In Italia siamo messi peggio di loro. È solo che da noi il capitolo educazione non prende, come non prende quello della disparità delle opportunità. O meglio, prende ma nella più ideologica e corporativa delle maniere finendo con il premiare la conservazione. Ovvero la difesa dell’aberrante status quo.</p>
<p>Education, education, education, diceva Blair quasi tre lustri fa. Education, education, education dicono i Tory oggi, con l’apposizione di un “free” che qualcosa nella sostanza della scuola pubblica si prefigge di cambiare. E – strabiliante ma vero – nessuno, neppure a sinistra, si azzarda a bollare la suggestione conservative come un attentato alla democrazia, una clava posh sulla giustizia sociale, un suicidio assistito del valore dell’eguaglianza, una crocifissione del diritto universale allo studio… Macché! In Uk, anzi, il dibattito è entrato subito nel merito poiché i dati son dati. E pure gli obiettivi sono obiettivi. E se l’obiettivo è colmare il gap, la sola discussione da fare è su quale sia la ricetta migliore per raggiungerlo.</p>
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		<title>A Roma cambia il vento, almeno tra gli studenti dei licei</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 04:50:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Citta']]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Massimiliano Coccia
Il risultato è storico, dopo 5 anni la Consulta Provinciale degli Studenti torna in mano degli studenti di sinistra, con la vittoria bella e a sorpresa di Luca Santolamazza, studente diciottenne del Liceo Aristotele che si è imposto sugli altri candidati del Blocco Studentesco, di Azione Giovani e del Terzo Incomodo, una formazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="alignright size-medium wp-image-1277" title="plinio_1" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/12/plinio_1-300x225.jpg" alt="plinio_1" width="300" height="225" />di <strong>Massimiliano Coccia</strong></p>
<p>Il risultato è storico, dopo 5 anni la Consulta Provinciale degli Studenti torna in mano degli studenti di sinistra, con la vittoria bella e a sorpresa di Luca Santolamazza, studente diciottenne del Liceo Aristotele che si è imposto sugli altri candidati del Blocco Studentesco, di Azione Giovani e del Terzo Incomodo, una formazione residuale e qualunquista vicina a Forza Nuova. L’affermazione del coordinamento di sinistra non è solo figlio della frammentazione a destra, ma anche e soprattutto di un salto di qualità degli studenti di sinistra romani che lasciando da parte etichette e bandierine si sono presentati con una lista unica che ha sbancato prendendo 170 voti, e capovolgendo tutti i pronostici.</p>
<p>Blocco Studentesco, formazione studentesca di Casa Pound ha surclassato la destra giovanile e ministeriale del Pdl. Se infatti c’è una grande vittoria a sinistra c’è crisi totale per Azione Giovani (ormai diventata Giovane Italia) che raccoglie una quarantina di voti alla presidenza e riesce a stento ad eleggere due consiglieri di presidenza.</p>
<p>E’ stata punita quindi la guida di Andrea Moi, presidente uscente, che aveva trasformato la Consulta in un comitato elettorale del PDL a Roma, perdendo di vista la vera natura di quest’organo di rappresentanza istituito dal Ministro Berlinguer ormai più di un decennio fa. Moi, inoltre si è reso protagonista anche della disfatta elettorale, spettava a lui coordinare gli eletti nella Plenaria e nelle scuole, e ha portato a casa il risultato più basso della storia di Azione da sempre. <span id="more-1276"></span></p>
<p>C’è quindi odore di regolamento di conti all’interno dei Giovani del PDL, infatti se in queste ore sembra essere calato il silenzio, c’è già chi scommette che queste elezioni porteranno qualche cambiamento a livello nazionale, dove la leadership del Ministro Meloni sembra vacillare. Essere berlusconiani e di governo non si addice agli eredi del Fronte della Gioventù, che sembrano aver perso la radice sociale e territoriale delle loro battaglie, in nome di una pax governativa che inizia a star stretta a tutti. Sono passati da Nietzsche a Moccia e in tanti se sono accorti.</p>
<p>Come dicevamo il Blocco Studentesco esce forte da questa competizione, ma i giovani di Iannone non sfondano, rubano solo voti ai loro ex alleati del PDL, ma si divertono sulla stampa a dichiarare il 28% degli eletti e oltre 11.000 voti raccolti nelle scuole (come se il voto nelle scuole sia un voto totalmente politico) e adesso la loro ideologia fondata sul nuovo irredentismo cigola, visto che Alemanno sembra averli abbandonati e la città anche.</p>
<p>Il Terzo Incomodo invece ha raccolto, con il nuovo qualunquismo di destra una trentina di preferenze che hanno fatto scattare un eletto, in consiglio, anche la loro presenza è residuale e figlia delle filosofie ultrà e politicamente scorrette che girano per le scuole.</p>
<p>Adesso lo scenario che Santolamazza si troverà davanti sarà abbastanza complesso, visto che c’è da restituire credibilità ad un organo usato per parecchi anni come sala d’aspetto per giovani politici o come elemento di scambio tra le giovanili e visto che i voti ricevuti come la storia della politica studentesca insegna non sono regalati ma sono figli di una idea di scuola diversa, fondata sull’inclusione e la rappresentanza nelle singole decisioni.</p>
<p>Insomma, a Roma, città immobile nella forma dai sampietrini al Cupolone qualcosa si muove, chissà se al Sindaco Alemanno staranno tremando un pò i polsi anche in vista delle regionali? E se i romani si iniziassero ad accorgere che il modello sociale e culturale del PDL non funziona?</p>
<div></div>
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		<title>Il paese delle vocali &#8230; e la Lombardia si risveglia?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 04:32:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione - Universita']]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Giuseppe Nigro
Una notizia relegata, purtroppo, nella pagine della cronache locali quella della maestra Stefania Faggi che dopo lo sgombero della fabbrica di via Rubattino ha deciso di ospitare Cristina, una delle “pericolose” bambine Rom allontanate che in quel sito aveva trovato, insieme alla sua famiglia, un luogo in cui stare.
Intervistata, la maestra Stefania ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di <strong>Giuseppe Nigro</strong></p>
<p>Una notizia relegata, purtroppo, nella pagine della cronache locali quella della maestra Stefania Faggi che dopo lo sgombero della fabbrica di via Rubattino ha deciso di ospitare Cristina, una delle “pericolose” bambine Rom allontanate che in quel sito aveva trovato, insieme alla sua famiglia, un luogo in cui stare.</p>
<p>Intervistata, la maestra Stefania ha risposto con semplicità: Non sarei una persona normale, sarei un essere disumano se non mi fossi portata quella bambina a casa e se non avessi cercato un posto per la sua famiglia.<span id="more-1083"></span></p>
<p>Stefania Faggi non ha un nome letterario come quello di Sirena Barberis, la giovane maestrina, protagonista del romanzo di Laura Pariani, Il paese delle vocali, ma ha lo stesso fascino. Il personaggio della Pariani si reca nel paesino di Manisciola, località sperduta della campagna lombarda, dove trova abitazioni fatiscenti, marginalità sociale, degrado e bambini bisognosi di apprendere. L’ostinazione e la grande umanità di Sirena faranno penetrare nel “cuore analfabeta le vocali”, indispensabili per il riscatto umano.</p>
<p>A Milano, la maestra Faggi e le sue colleghe, nei plessi della scuola ”Elsa Morante”, stavano compiendo un autentico miracolo d’integrazione fra bambini italiani e di altre etnie che grazie al loro gran cuore non si perderà.</p>
<p>La maestra Faggi riporta alle mente quelle donne che nella Milano di fine Ottocento dedicarono la loro opera ad attività assistenziali ed educative a favore dell’infanzia. Donne colte come Alessandrina Ravizza, maestre tenaci e politicamente impegnate, come la socialista Abigaille Zanetta, ingiustamente relegata nell’oblio. Non avevano dubbi, sapevano cosa fare e da che parte stare. Avevano cuore e ragione, si disse di loro.</p>
<p>Oggi, nella grande metropoli vi è una sorta di analfabetismo di ritorno dei sentimenti e pure della ragione. Venuta meno quell’umanità e solidarietà che caratterizzava la milanesità e il riformismo lombardo, rimangono a testimoniare la voglia di una società coesa e solidale poche voci autorevoli e qualche maestra, come Stefania Faggi.</p>
<p>La sua è una grande lezione di civiltà che non dovrebbe restare isolata. Che sia in corso, nonostante il grande sonno, qualche risveglio in Val Padana?</p>
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		<title>Fame, istruzione e ricercatori pazzi</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 04:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>di Antonio Vastarelli
Per sconfiggere la fame bisogna puntare sulle donne, sul loro benessere e sulla loro istruzione perché “là dove le donne sono più istruite ed hanno accesso a servizi sanitari migliori, ne beneficiano tutti i componenti della famiglia, in particolare i bambini sotto i cinque anni”. L’indicazione arriva dall’Indice globale della fame 2009, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><img class="alignright size-full wp-image-824" title="ifprilogo" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2009/11/ifprilogo.jpg" alt="ifprilogo" width="281" height="94" />di <strong>Antonio Vastarelli</strong></p>
<p>Per sconfiggere la fame bisogna puntare sulle donne, sul loro benessere e sulla loro istruzione perché “là dove le donne sono più istruite ed hanno accesso a servizi sanitari migliori, ne beneficiano tutti i componenti della famiglia, in particolare i bambini sotto i cinque anni”. L’indicazione arriva dall’Indice globale della fame 2009, il rapporto redatto dall’Ifpri (International food policy research institute) che è stato presentato nella sede del ministero degli Esteri, in vista del vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, organizzato dalla Fao, che si terrà a Roma da lunedì 16 a mercoledì 18 novembre. Dalla ricerca emerge come i Paesi che presentano i livelli più alti di denutrizione siano gli stessi che fanno registrare la maggiore diseguaglianza di genere. Colpisce il fatto che, per la prima volta, si metta in relazione quasi di causa ed effetto il grado d’istruzione delle donne con i livelli di nutrizione e, quindi, di sviluppo.</p>
<p>Con le ovvie differenze derivanti dal diverso stato di “sazietà” rispetto a quello dei Paesi del terzo e quarto mondo, sembra che anche in Italia gli investimenti in istruzione possano essere fortemente “remunerativi”, addirittura più di bot, azioni, e obbligazioni. A sostenerlo è una ricerca della Banca d’Italia la quale, basandosi sull’assunto, statisticamente riconosciuto, che a maggior livello d’istruzione corrispondono, in media, salari superiori e un tasso di occupazione più elevato (e, quindi, anche maggiori entrate fiscali per lo Stato), calcola nel 9% il tasso di remunerazione degli investimenti in istruzione in Italia; nel Mezzogiorno si supererebbe il 10% (con punte di oltre il 12% per l’istruzione universitaria). Non c’è bisogno di un consulente finanziario per capire che si tratta di un affare. Da questo studio si potrebbero, quindi, desumere due “analisi” alternative: o i ricercatori di Bankitalia sono impazziti e hanno fatto male i calcoli (magari validi sulla carta ma non calabili nella realtà), oppure il governo che taglia risorse all’istruzione per spostarle su iniziative anticrisi ottiene esattamente il risultato opposto a quello che voleva conseguire. E rinuncia anche a uno strumento di riduzione del divario Nord-Sud perché, sempre secondo la ricerca, quello in istruzione è un investimento molto più remunerativo nel Mezzogiorno (che nell’ultimo anno ha visto anche ridursi i redditi e il già basso tasso di occupazione, soprattutto femminile) che nel resto del Paese.<span id="more-823"></span></p>
<p>Sebbene i reali benefici economici degli investimenti in istruzione, in Africa quanto in Italia, potrebbero essere valutati solo in tempi lunghi (per la gioia di chi, per giustificare il non far niente, ama citare il motto keynesiano secondo il quale “nel lungo periodo saremo tutti morti”), il valore egalitario dell’investimento in istruzione (Nord-Sud, uomo-donna) dovrebbe convincere qualsiasi governante serio a considerarlo importante per la vita come l’aria e l’acqua. Secondo la ricerca sulla denutrizione presentata a Roma, è così per un bimbo del Pakistan, del Ciad o del Congo che, avendo scarse possibilità di vedere la maggiore età, percepiscono l’espressione “lungo periodo” come un augurio, una speranza.</p>
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