di Giampaolo Sbarra
Il governo ha varato in via definitiva la riforma della scuola superiore: licei e istituti tecnici e professionali avranno una struttura curricolare molto diversa dall’attuale.
Opinioni critiche (sindacati e opposizione politica) e opinioni favorevoli (forze di governo) sono dettate dalla collocazione rispetto al governo, per cui sono in larga parte inattendibili; oltre tutto, le posizioni della maggioranza e dell’opposizione politico-sindacale si basano su presupposti scorretti e dannosi per la qualità del sistema: la prima punta prevalentemente al risparmio, le seconda prevalentemente all’assunzione di personale. Per entrambe la “qualità del sistema” è solo la foglia di fico che maschera altri obiettivi.
Al di là del merito della riforma (che non viene mai adeguatamente affrontato, essendo un problema serio: infatti si parla solo del taglio dei precari, che è sì un problema serio, ma non riguarda solo la scuola), mi pare che nessuno abbia messo in evidenza i due “veri e paradossali” meriti della “rifoma” Gelmini.
Devo però premettere – a scanso di equivoci – che non ho mai visto tanta improvvisazione e tanta approssimazione da parte di un governo, che sembra essersi circondato, per l’occasione, di “avventurieri-inesperti” o di “esperti-signorsì”.
Detto questo, il primo merito che io riconosco alla Gelmini consiste proprio nell’avere realizzato la riforma (bella o brutta che la si consideri): si è così rotto l’incantesimo che da un alto teneva ingessata la scuola superiore, e dall’altro aveva consentito la fioritura di centinaia di sperimentazioni mai davvero verificate. Quella di oggi non è certo una riforma epocale per qualità, ma comunque chiude un’epoca. [...]
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di Simona Bonfante
Se un laureato guadagna meno di un diplomato significa che l’investimento in sapere è improduttivo. In realtà non è proprio così. Improduttiva è la spesa che si affronta per mantenere un figlio parcheggiato per qualche anno in un esamificio qualunque che non produce sapere ma titoli con cui compilare, più o meno inutilmente, il CV.
Improduttivo non è l’investimento in sapere ma la spesa sostenuta per acquisire un titolo che non ha altro valore se non quello della certificazione burocratica. Ed infatti non è il pezzo di carta che nel mondo reale, ovvero quello delle imprese e delle professioni, orienta i criteri di selezione delle risorse umane. Semmai è l’affidabilità di quel pezzo di carta, ovvero la reputazione ed il rating dell’ateneo che l’ha rilasciato.
Il valore legale del titolo di studio aveva senso quando il mercato del lavoro era prevalentemente ritagliato sul pubblico, con il suo sistema di reclutamento fondato sul concorso e dunque sulla burocratica classificazione dei requisiti minimi di accesso. Aveva senso, insomma, in un’era laburista fa. Ma oggi, oltre che un’aberrazione culturale, il valore legale del titolo accademico, è anche un ostacolo concreto all’affermazione dell’universalità del diritto allo studio. [...]
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di Giuseppe Nigro
Ho l’impressione che i regolamenti emanati dal consiglio dei ministri per il riassetto della scuola secondaria, dopo lo strepito iniziale provocato dai lanci mediatici, cadranno nel dimenticatoio. Non c’è niente di epocale in quello che è stato varato.

In Europa i giovani fuoriescono dal sistema scolastico, per accedere all’università, a 18 anni, mentre in Italia studentesse e studenti termineranno, nonostante la conclamata riforma, a 19 anni. Sotto il profilo della durata degli studi non vi è quindi alcuna novità. Prima il centrosinistra e oggi il PdL si sono piegati ai conservatorismi della scuola, della società e non ultimo dell’amministrazione centrale del ministero. Terminare gli studi a 18 anni non era e non è soltanto una questione di convergenza di politiche scolastiche, è notorio, che l’Unione Europea ha massimo rispetto delle specificità dei sistemi d’istruzione nazionale, ma è la vera leva per il riassetto strutturale del sistema d’istruzione, almeno per due ordini di motivi.
In prima istanza, pensare che il nostro sistema scolastico mantenga una sua superiorità, perché conserviamo i licei della durata di cinque anni è una scelta non solo miope e provinciale, ma profondamente ingiusta, poiché penalizza i nostri giovani che arrivano sul mercato del lavoro con un anno di ritardo rispetto ai loro coetanei europei ed americani. In seconda istanza, questo modello non indurrà mai a cambiamenti reali nel modo di fare scuola, indispensabile per introdurre qualche elemento di innovazione che dia un minimo di senso a nuove improcrastinabili scelte pedagogiche. [...]
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di Simona Bonfante (blog)
Education, education, education. Anzi, free education, free education, free education.
Tre governi Labour, un sacco di soldi, obiettivi ambiziosi, risultati – pare – non adeguati alle aspettative. Lo dicono i Tory, lo ribadisce la CBI, la confindustria british, lo evidenziano i dati secondo cui in alcune aree depresse del paese il 90% degli studenti non raggiunge gli standard minimi.
E questo – sostengono gli antigovernativi – dimostra che la politica Labour ha fallito. Che i soldi spesi sono stati sprecati. Che le opportunità non sono aumentate. Che il gap rimane. E il gap è tra chi è ricco e chi no. Ovvero tra chi può permettersi di mandare i figli in una scuola privata e chi invece è costretto a mandarli nella scuola sotto casa dove, nonostante il popò di risorse investite, si continua a sfornare ignoranti destinati ad un parcheggio a tempo indeterminato fuori dal mercato del lavoro. [...]
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di Massimiliano Coccia
Il risultato è storico, dopo 5 anni la Consulta Provinciale degli Studenti torna in mano degli studenti di sinistra, con la vittoria bella e a sorpresa di Luca Santolamazza, studente diciottenne del Liceo Aristotele che si è imposto sugli altri candidati del Blocco Studentesco, di Azione Giovani e del Terzo Incomodo, una formazione residuale e qualunquista vicina a Forza Nuova. L’affermazione del coordinamento di sinistra non è solo figlio della frammentazione a destra, ma anche e soprattutto di un salto di qualità degli studenti di sinistra romani che lasciando da parte etichette e bandierine si sono presentati con una lista unica che ha sbancato prendendo 170 voti, e capovolgendo tutti i pronostici.
Blocco Studentesco, formazione studentesca di Casa Pound ha surclassato la destra giovanile e ministeriale del Pdl. Se infatti c’è una grande vittoria a sinistra c’è crisi totale per Azione Giovani (ormai diventata Giovane Italia) che raccoglie una quarantina di voti alla presidenza e riesce a stento ad eleggere due consiglieri di presidenza.
E’ stata punita quindi la guida di Andrea Moi, presidente uscente, che aveva trasformato la Consulta in un comitato elettorale del PDL a Roma, perdendo di vista la vera natura di quest’organo di rappresentanza istituito dal Ministro Berlinguer ormai più di un decennio fa. Moi, inoltre si è reso protagonista anche della disfatta elettorale, spettava a lui coordinare gli eletti nella Plenaria e nelle scuole, e ha portato a casa il risultato più basso della storia di Azione da sempre. [...]
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di Giuseppe Nigro
Una notizia relegata, purtroppo, nella pagine della cronache locali quella della maestra Stefania Faggi che dopo lo sgombero della fabbrica di via Rubattino ha deciso di ospitare Cristina, una delle “pericolose” bambine Rom allontanate che in quel sito aveva trovato, insieme alla sua famiglia, un luogo in cui stare.
Intervistata, la maestra Stefania ha risposto con semplicità: Non sarei una persona normale, sarei un essere disumano se non mi fossi portata quella bambina a casa e se non avessi cercato un posto per la sua famiglia. [...]
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di Antonio Vastarelli
Per sconfiggere la fame bisogna puntare sulle donne, sul loro benessere e sulla loro istruzione perché “là dove le donne sono più istruite ed hanno accesso a servizi sanitari migliori, ne beneficiano tutti i componenti della famiglia, in particolare i bambini sotto i cinque anni”. L’indicazione arriva dall’Indice globale della fame 2009, il rapporto redatto dall’Ifpri (International food policy research institute) che è stato presentato nella sede del ministero degli Esteri, in vista del vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, organizzato dalla Fao, che si terrà a Roma da lunedì 16 a mercoledì 18 novembre. Dalla ricerca emerge come i Paesi che presentano i livelli più alti di denutrizione siano gli stessi che fanno registrare la maggiore diseguaglianza di genere. Colpisce il fatto che, per la prima volta, si metta in relazione quasi di causa ed effetto il grado d’istruzione delle donne con i livelli di nutrizione e, quindi, di sviluppo.
Con le ovvie differenze derivanti dal diverso stato di “sazietà” rispetto a quello dei Paesi del terzo e quarto mondo, sembra che anche in Italia gli investimenti in istruzione possano essere fortemente “remunerativi”, addirittura più di bot, azioni, e obbligazioni. A sostenerlo è una ricerca della Banca d’Italia la quale, basandosi sull’assunto, statisticamente riconosciuto, che a maggior livello d’istruzione corrispondono, in media, salari superiori e un tasso di occupazione più elevato (e, quindi, anche maggiori entrate fiscali per lo Stato), calcola nel 9% il tasso di remunerazione degli investimenti in istruzione in Italia; nel Mezzogiorno si supererebbe il 10% (con punte di oltre il 12% per l’istruzione universitaria). Non c’è bisogno di un consulente finanziario per capire che si tratta di un affare. Da questo studio si potrebbero, quindi, desumere due “analisi” alternative: o i ricercatori di Bankitalia sono impazziti e hanno fatto male i calcoli (magari validi sulla carta ma non calabili nella realtà), oppure il governo che taglia risorse all’istruzione per spostarle su iniziative anticrisi ottiene esattamente il risultato opposto a quello che voleva conseguire. E rinuncia anche a uno strumento di riduzione del divario Nord-Sud perché, sempre secondo la ricerca, quello in istruzione è un investimento molto più remunerativo nel Mezzogiorno (che nell’ultimo anno ha visto anche ridursi i redditi e il già basso tasso di occupazione, soprattutto femminile) che nel resto del Paese. [...]
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17. febbraio 2010
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