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	<title>LeRagioni.it &#187; Economia</title>
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		<title>Crisi di governo: tre scenari possibili</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 10:23:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Tomaso Greco
Il senatore Pd Nicola Latorre ha ragione: la crisi di governo non è imminente, è già in corso. Ormai nel PDL tirarsi gli stracci (a mezzo stampa, figuratevi cosa accade nelle segrete stanze e a microfoni spenti) è quasi una necessità, un estremo tentativo di trovare un equilibrio, o meglio un equilibrismo, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Tomaso Greco</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/scelta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4112" title="scelta-obiettivo" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/scelta-obiettivo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Il senatore Pd Nicola Latorre ha ragione: la crisi di governo non è imminente, è già in corso. Ormai nel PDL tirarsi gli stracci (a mezzo stampa, figuratevi cosa accade nelle segrete stanze e a microfoni spenti) è quasi una necessità, un estremo tentativo di trovare un equilibrio, o meglio un equilibrismo, a cui votarsi. L&#8217;alchimia del predellino, fortunata e vincente, sembra un lontano ricordo, così come sembra passata una vita da quel 2008 dove le elezioni restituivano agli italiani, per la prima volta, un parlamento tendenzialmente bipartititico.</p>
<p>Lo spettacolo a cui assistiamo, almeno in casa del partito che stravinse quella tornata elettorale, assomiglia più che alla dialettica di un partito di governo a una scena eliminata dal montaggio finale del film campione di incassi di James Cameron, Titanic. Ogni minuto una nuova falla e mentre si tenta di tamponare le più insidiose (la cd P3, Scajola, Brancher..) altre vengono lasciate aperte, come a testimoniare una resa psicologica prima ancora che politica.</p>
<p>Il rapporto con i finiani, in un crescendo di tensioni che ormai dura da mesi, sembra ormai affidato agli episodi. Quello di Granata e Mantovano potrebbe trasformarsi nella definitiva deflagrazione delle tensioni interne, oppure l&#8217;ennesimo atto di una guerra interna che consuma quotidianamente maggioranza e esecutivo. La Russa sfida apertamente Fini &#8220;prenda un ministero&#8221;, replica Bocchino indicando come possibile dicastero per l&#8217;attuale Presidente della Camera quello occupato dallo stesso La Russa, vale a dire la Difesa. Giuliano Urbani, tra i fondatori di Forza Italia e già ministro di Berlusconi, spiega che il lieto fine non è all&#8217;orizzonte. E per il PDL non si tratta di recuperare smalto e amalagama.</p>
<p>La crisi è anomala, difficile pensare a un rimpasto per un governo composto, nella sostanza, da due soli partiti. Ancora più difficile pensarlo considerata la solidarietà della Lega al Premier. Una soluzione che passi per l&#8217;Udc, anche qualora reggesse numericamente, dovrebbe incontrare i favori del partito di Casini che tuttavia si è dimostrato molto scettico, per non dire ostile, a ipotesi di governo con la Lega. Neppure si può pensare di cambiare il Primo Ministro e recuperare una maggioranza parlamentare nell&#8217;ambito del centro-destra: sarebbe la fine della corsa per Berlusconi ed è chiaro che il suo partito, che per quanto colpito da defezioni e lotte intestine rimane di maggioranza relativa, non potrebbe permetterlo.</p>
<p>La crisi mette la maggioranza di fronte a scenari diversi. E&#8217; difficile, ma non impossibile, immaginare l&#8217;ennesimo coniglio fare capolino dal cilindro di Berlusconi: dovrebbe mettere d&#8217;accordo le truppe, accontentare (come?) gli insoddisfatti, allargare la base della maggioranza verso il centro. Così come non sembra surreale uno scenario di lungo logoramento, di trincea, che porti al voto in tempi medi lasciando la situazione sostanzialmente inalterata. Insomma, fin che dura. Altrimenti ci sono le elezioni. Da fare presto, perché più si va avanti più il rischio di una emorragia di consenso del PDL è concreto (oggi Mannheimer accredita un ipotetico terzo polo al 22%). Però la palla tornerebbe agli elettori e, con il sistema di voto attuale, Berlusconi potrebbe giocare l&#8217;ultimo azzardo puntando sul suo carisma e sulla possibilità di escludere dalle liste del suo partito gli invisi ribelli. Del resto anche settori importanti dell&#8217;opposizione caldeggerebbero questa ipotesi. Naturalmente le Camere può scioglierle solo il Presidente della Repubblica e non è escluso che, prima, qualche mandato esplorativo (Tremonti? Letta?) possa andare a buon fine.</p>
<p>La crisi di governo si apre su molte questioni. Anche su quelle etiche, per carità. Ma soprattutto perché è mancata la capacità, nonostante una maggioranza schiacciante, di fare fronte alle emergenze del Paese. Di governare. Dopo Scajola manca un Ministero dello Sviluppo Economico, è vero, ma quello che preoccupa gli italiani è che anche il polso dello sviluppo economico (ante e post Scajola) è molto debole.</p>
<p>Serviva e serve un governo capace di politiche contingenti e di visione del futuro, in altri termini, serviva un governo della crisi. Ci troviamo, invece, con la crisi di governo.</p>
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		<title>L’inganno della globalizzazione. Pensieri a margine della vicenda di Pomigliano.</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 10:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa - Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Marco La Greca
C’era una volta il protezionismo. Ciascuno Stato difendeva la propria industria imponendo balzelli alle merci ed ai prodotti provenienti dagli altri paesi. Questo faceva sì che il prodotto nazionale fosse più conveniente, anche se i costi di produzione erano più alti. Per capirci: un prodotto made in Italy aveva dei costi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Marco La Greca</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/4468456757_b27ebb3bba.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4062" title="4468456757_b27ebb3bba" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/4468456757_b27ebb3bba-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a>C’era una volta il protezionismo. Ciascuno Stato difendeva la propria industria imponendo balzelli alle merci ed ai prodotti provenienti dagli altri paesi. Questo faceva sì che il prodotto nazionale fosse più conveniente, anche se i costi di produzione erano più alti. Per capirci: un prodotto made in Italy aveva dei costi di produzione molto più alti di un prodotto made in China; il secondo, però, per entrare nel mercato italiano, doveva pagare un prezzo tale per cui al consumatore conveniva comunque acquistare il primo. Detto molto rozzamente, il mondo andava così.</p>
<p>Venne, poi, il tempo della globalizzazione. Libera circolazione delle merci, dei prodotti, delle idee e degli uomini. Prima all’interno dell’Europa, poi tra l’Europa e il mondo. A chi obiettava qualcosa si diceva: in un mondo reso globale da internet, come puoi pensare di imporre balzelli, tasse o vincoli di qualsiasi tipo a frontiere che nemmeno possono più essere definite tali? La globalizzazione è democratica, ci rende tutti uguali, la globalizzazione è libertà. Ci globalizzammo.</p>
<p>Il problema è che, nel globo, non tutti sono uguali. Ci sono posti in cui si lavora senza regole, né diritti. I prodotti che vengono realizzati in quei posti costano pochissimo e qui, senza protezione per il mercato interno, sono gli unici che si vendono. Scarpe, vestiti, giocattoli, poi anche tecnologia. I nostri produttori, allora, che fanno? Cominciano ad andare lì, nei paese sottosviluppati o, come si dice eufemisticamente, in via di sviluppo. Zero sindacati, zero tutele, zero scioperi. I costi di produzione si abbassano e il prodotto diventa più competitivo. E quando cominciano a comparire un po’ di tutele e di diritti, via, altrove, a cercare qualcuno che sia ancora più povero e che si faccia sfruttare ancora di più. Dovunque ci siano lavoratori che possano lavorare 16, 18, 20 ore al giorno, se possibile anche di più. E poi giovani, servono lavoratori sempre più giovani, perché reggono alla fatica e non si ammalano. Magari anche bambini, perché no? Per certe lavorazioni, le loro mani piccole sono pure meglio di quelle degli adulti. Nel mondo globalizzato scatta la concorrenza tra chi è più povero, più disperato. Chi si offre a meno vince. Vince si fa per dire, ovviamente. Da qui, dall’Italia, vanno via tutti gli stabilimenti. A meno che.</p>
<p>A un certo punto a qualcuno viene un’idea e la butta lì, senza infingimenti, né ipocrisie. Se tu non vuoi che io me ne vada, dice quel qualcuno, tu, lavoratore italico, devi diventare competitivo con quelli che lavorano laggiù. Prendiamo un po’ dei tuoi diritti, mica tutti, solo alcuni: ad esempio questo diritto di sciopero che un po’ ci rompe perché riduce la produzione; anche il fatto che quando stai male ti paghiamo come se lavorassi, dai, non è mica giusto; e poi, se tu prendi posizioni conflittuali nei confronti dell’azienda, perché io devo continuare a farti lavorare? Ecco, facciamo che se tu accetti di limitare un po’ questi tuoi diritti, che poi, in fondo, sono dei privilegi, insomma se accetti di dare il tuo contributo per aumentare la produttività di stabilimento, magari, chissà, io resto un altro po’. Se vuoi. Altrimenti, non c’è problema: chiudo lo stabilimento qui, tu vai a casa, senza lavoro, ed io poi lo riapro in qualche altro posto, dove di lavoratori disposti a trottare come si deve ne trovo a bizzeffe; e mi ringraziano pure. Ecco, quel qualcuno si è svegliato e ha fatto questo bel discorso.</p>
<p>Ora è chiaro a tutti che il treno sul quale siamo saliti qualche anno fa, quello della globalizzazione selvaggia, ci sta portando dritti verso l’ottocento. Abbiamo tirato i dadi e, nel gioco dell’oca collettivo, siamo finiti sulla casella “torna al punto di partenza”. A me viene da dire che a tutto questo, ad una globalizzazione siffatta, si possa rispondere in un solo modo: un sindacato globale che si batta affinché in tutto il mondo si lavori con gli stessi diritti. Non si deve trovare un solo lavoratore, nel globo, disposto a lavorare per meno di una certa paga, con meno di certi diritti, con meno di una certa dignità. Qualcuno, del resto, l’aveva già detto: “lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Secondo alcuni è roba vecchia. E se, invece, il socialismo fosse di nuovo, e per davvero, “il sol dell’avvenire”?</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/45668028@N02/4468456757/">foto</a></p>
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		<title>Ma cos&#8217;è questo federalismo?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 06:02:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prima Pagina]]></category>

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di Angelo Giubileo
In generale, occorre subito precisare che per “federalismo” s’intende quel fenomeno politico-istituzionale in base al quale organizzazioni di stati o di altri enti territoriali rinunciano all’esercizio di parte della propria sovranità in favore di un’organizzazione sovraordinata, cedendo competenze e quindi potere. Viceversa, in Italia:
-risulta quanto meno improprio l’uso del termine rispetto alle vicende [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/federalismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4032" title="federalismo" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/federalismo-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di Angelo Giubileo</p>
<p>In generale, occorre subito precisare che per “federalismo” s’intende quel fenomeno politico-istituzionale in base al quale organizzazioni di stati o di altri enti territoriali rinunciano all’esercizio di parte della propria sovranità in favore di un’organizzazione sovraordinata, cedendo competenze e quindi potere. Viceversa, in Italia:</p>
<p>-risulta quanto meno improprio l’uso del termine rispetto alle vicende che da più di un decennio si succedono in ambito di ri-organizzazione del potere politico su base territoriale.</p>
<p>-se il fenomeno acquista una sua rilevanza di carattere politico, cosa di cui è lecito in parte dubitare, fatto salvo il ruolo e quindi il potere di per sé rilevante attribuito negli ultimi anni ai “governatori”, “presidenti” e “sindaci” delle comunità locali, allora non può che incidere sul piano degli assetti di potere istituzionali.</p>
<p>Più correttamente dovremmo quindi usare il termine “devoluzione” e, in tal senso, ricollegarci al primo atto politico-organizzativo di cui all’approvazione della legge costituzionale n. 3/2001 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione), con cui lo Stato ha provveduto innanzitutto a trasferire nuovi poteri agli enti locali del territorio, conferendo agli stessi autonomia finanziaria di entrata e di spesa (novellato art. 119 della Costituzione).</p>
<p>Ciò premesso, occorre tuttavia fare ancora un passo indietro ed esattamente all’incirca di quattro anni, allorchè nel giugno 1997 viene stipulato il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) da parte dei paesi allora membri della UE, e in particolare per ciò che riguardava originariamente il rispetto dei cosiddetti parametri di Maastricht: un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL e un debito pubblico inferiore al 60% del PIL.</p>
<p>A questo Patto di stabilità, ha fatto quindi seguito il “Patto di stabilità interno” quale meccanismo che si avvale in primis della riforma in senso “federale” (?!) dello Stato, a partire dalla citata riforma del Titolo V della Costituzione. Il meccanismo serve a regolare i rapporti finanziari tra centro e periferia, in modo che due siano le conseguenze rispetto alla valutazione degli organismi di controllo del PSC in ambito UE: a) il controllo viene esercitato sul dato aggregato di tutte le Pubbliche Amministrazioni, stato, regioni, province e comuni b) lo Stato risponde delle violazioni del PSC in via esclusiva. Il percorso di riorganizzazione, così instaurato e poi sviluppato dalle diverse e anche opposte forze politiche, conduce infine all’approvazione della legge 5 maggio 2009, n. 42 avente ad oggetto una &#8220;delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell&#8217;articolo 119 della Costituzione&#8221;.</p>
<p>Sì che, in questi giorni, sulla scorta dei decreti di attuazione, dopo aver parlato di federalismo “demaniale” c’è toccato prima parlare di federalismo “fiscale” e poi, ieri, con il mancato accordo delle Regioni nei confronti della prossima manovra finanziaria del governo, di federalismo “municipale”. Vedremo quindi domani … Di sicuro, già oggi ci sembra di poter dire che tutto quello che sta accadendo da circa dieci anni a questa parte non ha niente a che vedere con il federalismo vero e proprio. D’altra parte, la crisi attuale del potere politico in Italia sta quotidianamente a dimostrarlo: pur forte di una maggioranza quasi-bulgara uscita dalle urne, il Cavaliere è costantemente alla ricerca di compromessi, necessari anche tra il Nord e il Sud del paese, per amministrare ma certo non per governare questo stesso paese che viceversa avrebbe bisogno sempre più di riforme strutturali. Quanto al federalismo, neanche a parlarne!</p>
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		<title>Tremonti chiude. Ecco la mappa delle regioni.</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 12:11:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prima Pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Tomaso Greco
Sulla manovra e sul rapporto governatori/governo si sono spese analisi di ogni tipo. I quotidiani di oggi, in particolare, registrano le reazioni a quella che si sta verificando essere una sfida difficile per la tenuta del governo e per i suoi equilibri interni. Dopo aver conquistato un gran numero di regioni nelle ultime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Tomaso Greco</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/piggy-bank-salvadanaio-risparmio-consumi-porcellino.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4022" title="piggy-bank-salvadanaio-risparmio-consumi-porcellino" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/piggy-bank-salvadanaio-risparmio-consumi-porcellino-251x300.jpg" alt="" width="251" height="300" /></a>Sulla manovra e sul rapporto governatori/governo si sono spese analisi di ogni tipo. I quotidiani di oggi, in particolare, registrano le reazioni a quella che si sta verificando essere una sfida difficile per la tenuta del governo e per i suoi equilibri interni. Dopo aver conquistato un gran numero di regioni nelle ultime tornate elettorali, il centro-destra non si è infatti avviato a quel governo del territorio facile e condiscendete con l&#8217;esecutivo che il risultato (e le promesse di una sempre maggiore autonomia fino al federalismo) avrebbero lasciato supporre. Proviamo a mettere in ordine i pezzi del puzzle, per capire quali siano i nuovi equilibri o, se preferite, la mappa politica delle regioni che esce da questa manovra.</p>
<p>Partiamo da Repubblica e dal Corriere, che raccontano sostanzialmente la stessa cosa: la chiusura della manovra da parte di Tremonti, con la sostanziale accettazione da parte dei Comuni e la reazione dura delle Regioni, che adesso minacciano addirittura di restituire deleghe importanti, a partire dal trasporto pubblico locale. Mario Sensini sul Corriere svela i retroscena di una mediazione tentata in extremis da parte del Presidente del Consiglio. Ma Tremonti è per la linea dura e il testo, sul quale è stata preannunciata la fiducia, non subirà particolari modifiche.</p>
<p>Risponde Vasco Errani, Presidente della Conferenza Stato-Regioni e leader di questa alleanza dei Governatori che davanti ai tagli supera le divisioni di destra e sinistra, dalle colonne di Liberazione replica attribuendo la rottura istituzionale al Governo. Errani stigmatizza l&#8217;atteggiamento di sfida che avrebbe assunto Tremonti e preannuncia battaglia già a partire da mercoledì, giorno della conferenza delle regioni.</p>
<p>Formigoni, sulla Stampa e sul Sole 24 Ore, minaccia in modo diretto la restituzione delle deleghe della Bassanini. Anche perchè, per il governatore lombrado, è impossibile offrire gli stessi servizi, onorare i contratti, con meno soldi a disposizione. In altre parole: il governo taglia? Bene, si preoccupi anche di fornire i servizi. Scopelliti, governatore della Calabria, ne fa una questione politica. Si sente tradito dal &#8220;suo&#8221; PDL, ma spera ancora in una mediazione. Si sa, tutto può succedere fino all&#8217;ultimo e la restituzione delle deleghe, con lo scontro frontale che ne conseguirebbe, è solo l&#8217;extrema ratio. Sul Tempo Renata Polverini prova a buttare acqua sul fuoco, anche se ammette che la manovra sul Lazio peserà molto. Spera infatti di poter portare a casa risultati importanti, quantomeno in ambito sanitario, dall&#8217;incontro con i Ministri Tremonti e Fazio. Cerca, insomma, spazi per mediazioni, anche se non manda a dire che l&#8217;assetto attuale della manovra, se confermato, per la sua regione sarebbe un duro colpo. Il marchigiano Spacca, sul Riformista, parla di vittoria di Tremonti ai danni delle Regioni, vittoria che potrebbe comportare anche la sospensione di parte dell&#8217;attività amministrativa. Tuttavia conta di poter salvaguardare le politiche di welfare in senso stretto, mentre sulle politiche industriali potrebbero esserci pesanti ripercussioni.</p>
<p>La sorpresa (ma neanche troppo) è il governatore del Veneto Zaia. A fronte, stima sua, di 352 milioni di tagli per la regione che governa, Zaia spiega all&#8217;intervistatore di Libero che la manovra non destabilizza il Veneto. Che ha fiducia nell&#8217;esecutivo e che non è vero che Formigoni è più federalista di lui, perchè se Zaia restituirà le deleghe lo farà solo per fare la rivoluzione. Intanto se ne sta buono buono ad aspettare, certo che il Governo, costretto ai tagli dalla situazione di crisi continentale, non intenda usarli per bastonare le autonomie locali.</p>
<p>Finita la rassegna, due righe di commento. Il Governo, attuando i tagli, riduce (di fatto) lo spazio vitale dell&#8217;autonomia delle Regioni. Se poi mercoledì la conferenza delle regioni dovesse rivolgersi al Capo dello Stato, molti dei sogni di gloria leghisti su un federalismo forte (ai limiti del secessionismo) da imporre all&#8217;alleato PDL andrebbero ridimensionati. E forse in parte lo sono già. A proposito dei leghisti, come giustificheranno la tattica dell&#8217;accettare i tagli oggi per una promessa di federalismo domani? E se è vero che Berlusconi avrebbe cercato (e non trovato) una mediazione con Tremonti, quali equilibri disegna questa vicenda all&#8217;interno del Governo?</p>
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		<title>Lo sciopero contro il bavaglio? Padronale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 11:39:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
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		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>di Tomaso Greco
Lo sciopero contro il bavaglio? Padronale. Non amo la retorica vetero-sinistrese e tantomeno i suoi orpelli linguistici. Però l&#8217;anomalia dello sciopero fissato per Venerdì 9 luglio contro la c.d. &#8220;legge bavaglio&#8221;, il ddl sulle intercettazioni, non può passare sotto silenzio.
Qui l&#8217;antiberlusconismo c&#8217;entra poco. C&#8217;entrano molto gli interessi economici e, in seconda battuta, politici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Tomaso Greco</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/bavaglio_4_01.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3984" title="bavaglio_4_01" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/07/bavaglio_4_01-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Lo sciopero contro il bavaglio? Padronale. Non amo la retorica vetero-sinistrese e tantomeno i suoi orpelli linguistici. Però l&#8217;anomalia dello sciopero fissato per Venerdì 9 luglio contro la c.d. &#8220;legge bavaglio&#8221;, il ddl sulle intercettazioni, non può passare sotto silenzio.</p>
<p>Qui l&#8217;antiberlusconismo c&#8217;entra poco. C&#8217;entrano molto gli interessi economici e, in seconda battuta, politici di alcuni gruppi editoriali. Le intercettazioni e la possibilità di pubblicarle hanno infatti un valore economico. Non indifferente. Le intercettazioni fanno vendere i giornali e, al contempo, fanno risparmiare sulla necessità di fare giornalismo di inchiesta e di qualità. L&#8217;intercettazione, perché il gioco funzioni, deve parlare da sola, essere allo stesso tempo il sospetto, il giudice e la sentenza: non ha bisogno di commenti. Se ben orchestrata, ben diretta, può distruggere carriere, intimidire, ostracizzare dalla politica chi non si uniforma alla volontà dei gruppi di potere ai quali questa o quella testata fa capo.</p>
<p>Scrive Rondolino su The Frontpage &#8220;<em>i giornali in Italia non sono infatti il cane da guardia del potere, ma una sua articolazione ben precisa. Non rappresentano l’opinione pubblica, ma l’opinione e gli interessi dei grandi gruppi industriali, bancari e finanziari che li pubblicano ogni giorno.</em>&#8221; Se è vero, è anche vero che le intercettazioni sono un&#8217;arma fortissima, irresistibile, per l&#8217;esercizio di questo potere.</p>
<p>Ma c&#8217;è di più: allo strumento dell&#8217;intercettazione-ricatto, infatti, si affianca un altro strumento di potere e di intervento. Si tratta del &#8220;bavaglio quotidiano&#8221;, quello che una certa stampa adopera per raccontare una parte delle verità, mettendo sotto silenzio, oscurando, tutto il resto. Chi sceglie quale iniziativa politica fa notizia, quale opinione riportare e quale omettere, non fa legittimamente opinione, ma esercita un potere di indirizzo sostituendosi di fatto alla politica. Così si può scegliere di dare voce all&#8217;iniziativa politica di questo o di quell&#8217;esponente di uno schieramento solo perchè più vicino alla partita politica giocata dal quotidiano. Che poi, a conti fatti, è una partita che prevede un ritorno economico, sotto varia forma e natura, per il quotidiano stesso. Gli altri sono sotto costretti al silenzio. Questo è il vero bavaglio, che impedisce e strozza un&#8217;informazione plurale.</p>
<p>Ma in quale Paese un movimento di protesta nasce e si sviluppa sul sito di un quotidiano che, delle intercettazioni e del giustizialismo, ha fatto un uso generoso? Il popolo dei post-it, brillante invenzione anti-ddl, non nasce come movimento spontaneo per una corretta e libera informazione, altrimenti avrebbe nel mirino anche i grandi interessi editoriali del quotidiano che lo ha ideato, ma come campagna mediatica e di protesta di una testata contro una normativa che potrebbe danneggiarla.</p>
<p>Il 9 luglio è probabile che lo scioperò attirerà i consensi anche di chi vuole un&#8217;informazione libera e plurale. Ma attenzione, il mezzo potrebbe rivelarsi contraddittorio rispetto allo scopo. Applaudire i poteri forti che incrociano le braccia per ragioni di borsello è come lavorare per il Re di Prussia. Anche perché il pluralismo che invocano è quello di poter gestire in forma esclusiva tutta l&#8217;informazione (al di fuori di quella del Cav.) e di scegliersi i propri quadri politici, promuovendoli dall&#8217;anonimato in cambio della cieca fedeltà. Comandassero loro, e per fortuna non è così, passeremmo da un (opinabile) conflitto di interessi alla dittatura degli interessi.</p>
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		<title>[saggio] Crisi finanziaria internazionale ed exit strategy</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 11:23:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Europa - Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>di Angelo Giubileo
La crisi finanziaria internazionale dura da circa tre anni e diverse, a parte varie esitazioni, sono ancora le strategie di uscita che sembra siano adottate dai vari paesi. Per chi non è troppo aduso a queste tematiche, risulta oltremodo difficile comprendere il perché delle diverse proposte. Mi propongo perciò di semplificare il quadro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Angelo Giubileo</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/exit.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3899" title="exit" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/exit-281x300.jpg" alt="" width="281" height="300" /></a>La crisi finanziaria internazionale dura da circa tre anni e diverse, a parte varie esitazioni, sono ancora le strategie di uscita che sembra siano adottate dai vari paesi. Per chi non è troppo aduso a queste tematiche, risulta oltremodo difficile comprendere il perché delle diverse proposte. Mi propongo perciò di semplificare il quadro, nel tentativo – non so quanto riuscito – di fare un po’ di chiarezza.</p>
<p><em>L’economia di carta </em></p>
<p>Direi di partire da qui, e più propriamente dall’articolo di prima pagina apparso ieri sul Corriere della Sera a firma di Giovanni Sartori. Sartori, va detto, ha il dono inestimabile di semplificare sempre i temi in discussione e quindi, da par suo, distinguendo tra “un’economia produttiva che crea &lt;cose&gt;” e “un’economia cartacea”, che viceversa realizza “compravendite di pezzi di carta”;  ma che tuttavia consente oggi, in massa, non solo ai giovani ma anche a “una miriade dispersa di economisti &lt;complici&gt;” di “fare i soldi”. E allora, cosa fare? Non è e non sarà possibile condannare tutto ciò, ma occorrerà senz’altro “che in futuro tutta la materia dell’economia finanziaria dovrà essere rigorosamente regolata e controllata”.</p>
<p><em>Crisi finanziaria e debito pubblico</em></p>
<p>La crisi internazionale di questi ultimi anni è innanzitutto crisi della cosiddetta economia di carta. Sempre al fine di semplificare, in molti paesi occidentali la crisi è anche crisi dell’”economia produttiva”, testimoniata in gran parte dall’andamento del PIL, e a tale proposito è estremamente significativo che nel decennio in corso le stime del Fondo Monetario Internazionale registrano che, rispetto all’andamento verificato (2000 – 2010) in 183 paesi del mondo, l’Italia, il Portogallo, la Germania e il Giappone occupano rispettivamente il quarto, il settimo, l’ottavo e il nono posto partendo dal basso, con una percentuale di crescita pari allo 0,6 per l’Italia e lo stesso 0,8 per gli altri tre paesi.</p>
<p>Ciò detto, è accaduto che l’attuale crisi finanziaria internazionale, che ha preso a manifestarsi nel mercato americano dei mutui sub prime, ha addirittura messo in crisi l’equilibrio “sistemico” di molti paesi, incentrato sul finanziamento del capitale di debito da parte di grandi banche e istituti finanziari nazionali e internazionali. In alcuni casi, come si sa, con situazioni che ne hanno determinato il collasso (<em>default</em>) o il salvataggio, ad opera degli stati-sovrani mediante forti iniezioni di liquidità. In Europa, la crisi ha preso così le sembianze di crisi del debito pubblico interno ad alcuni paesi membri della Ue, in particolare, come altrettanto ben sappiamo, è avvenuto per la Grecia.</p>
<p><em>Uno scontro tra filosofie</em></p>
<p>Oggi è iniziato a Toronto un atteso G-20, vertice che è stato presentato da gran parte dei mass-media come il teatro delle decisioni comuni che dovranno essere prese in materia di uscita dall’attuale crisi finanziaria internazionale. Come in un ring, gli Stati Uniti e la Germania vengono descritti entrambi fautori e promotori di due opposte strategie: gli USA auspicano con forza una politica di sostegno dell’economia produttiva basata ancora una volta sull’indebitamento, mentre i tedeschi sostengono in via assolutamente prioritaria una politica di rigore dei bilanci che porti a un risanamento dei conti pubblici di ogni singolo paese membro della UE e quindi della Unione economica monetaria (Uem).</p>
<p>E’ indubbio che l’adozione di una o l’altra delle due strategie porti, nel breve-medio periodo, a risultati opposti sul piano dell’occupazione. Scrive Mario Platero, oggi, sul settimanale Plus de Il Sole 24 Ore: “Washington teme che una nuova spirale negativa peggiori l’occupazione e che l’intera impalcatura per la ripresa crolli su stessa. E dunque preferisce spendere: l’inflazione è meglio della disoccupazione”.</p>
<p><em>USA, Cina  e UE a confronto</em></p>
<p>Ma se è questa la scelta degli USA e diversa appare invece la scelta dell’Europa, almeno un motivo o una serie di motivi di fondo dovranno pur esserci. E su questo punto, mi sembra che l’analisi di Alberto Quadrio Curzio sul Corriere della Sera risulti abbastanza chiarificatrice: pur avendo troppi debiti (interni ed esterni), gli USA godono in ambito internazionale ancora di un’enorme potenza decisionale, militare economica e scientifica. A differenza della Cina, che, sempre in ambito internazionale, beneficia di un crescente saldo positivo da commercio estero. Ma, come per la UE, appare ancora fragile sul piano della politica interna, anche se per ragioni sostanzialmente diverse.</p>
<p>E al dunque: se ci sta a cuore il destino dell’Unione europea, non si darà forse il caso di sostenere le ragioni “tedesche”? Pur nonostante le velate minacce, si fa per dire, provenienti dal premio nobel Paul Krugman, pare assai ascoltato dall’amministrazione Obama: “E’ giunta l’ora di fare sul serio ed essere inflessibili. Quando si deve trattare con la Cina o con la Germania non serve comportarsi con cortesia. E non fare nulla in proposito non è un’opzione praticabile o accettabile per gli Stati Uniti” (da Il Sole 24 Ore di oggi). Vedremo, comunque, quel che accadrà.</p>
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		<title>[Change Milano] La replica di Corritore</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 08:50:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Contributi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Spettabile ragioni .it,
la “controproposta” all’iniziativa di change milano sul tema dell’educazione finanziaria consente di perimetrare al meglio due diversi punti di vista. Le ragioni.it concentra la propria attenzione su 9 borse di studio da dedicarsi a studenti eccellenti, Change Milano si sofferma invece sull’esigenza di dare più strumenti a una moltitudine di persone, sicuramente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Spettabile ragioni .it,</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/AulaOlivo1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3867" title="AulaOlivo1" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/AulaOlivo1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>la “controproposta” all’iniziativa di change milano sul tema dell’educazione finanziaria consente di perimetrare al meglio due diversi punti di vista. Le ragioni.it concentra la propria attenzione su 9 borse di studio da dedicarsi a studenti eccellenti, Change Milano si sofferma invece sull’esigenza di dare più strumenti a una moltitudine di persone, sicuramente di età più avanzata e minor livello di istruzione. Le ragioni abbraccia cioè una visione più élitaria della formazione, mentre Change Milano ritiene più pregnante una scelta pubblica in cui il sapere di pochi possa affluire a molte più persone. Senza diplomi (ma la vita è fatta solo di titoli??), ma con la possibilità di portare a casa qualche strumento di più per capire le complessità e le volatilità di una finanza che sta contribuendo in modo evidente a fare crescere le incertezze delle persone. Il rapporto tra costi e benefici per la comunità sarebbe indiscutibilmente a favore di quest’ultima, Anche perché ho potuto già verificare che un’azione mirata del Comune in questo campo chiamerebbe a raccolta le autorità del settore, con notevoli risparmi e sinergie operative: ad esempio, spazi del Palazzo della Borsa, aule universitarie e docenti, etc. I modelli e le utilità di questa iniziativa sono allo studio in Paesi evoluti del mondo: perché dovrebbe essere così difficile realizzare la cosa a Milano, capitale finanziaria del Paese?</p>
<p>Distinti saluti</p>
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		<title>Change Milano: due parole sulla holding</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 14:22:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>di Giacomo Properzj
Ho seguito con attenzione il dibattito Bonfante\Corritore sui nuovi strumenti finanziari da dare al Comune: concordo interamente fatto salvo alcune precisazioni che mi permetto illustrare.
La proposta della holding (già fatta da me nel lontano &#8216;90 per la Provincia di Milano e allora bocciata dal PCI) è uno strumento efficace per allargare le disponibilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>di Giacomo Properzj</p>
<p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/invest.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3858" title="invest" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/invest-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a>Ho seguito con attenzione il dibattito Bonfante\Corritore sui nuovi strumenti finanziari da dare al Comune: concordo interamente fatto salvo alcune precisazioni che mi permetto illustrare.<br />
La proposta della holding (già fatta da me nel lontano &#8216;90 per la Provincia di Milano e allora bocciata dal PCI) è uno strumento efficace per allargare le disponibilità di credito dell&#8217;ente nel breve termine poichè fornisce alle banche la disponibilità di un paniere di garanzia vario e quindi più sicuro (con il vantaggio di abbassare il tasso).<br />
Diverso è il discorso se il carattere della proposta è quello di una ristrutturazione dell&#8217;organizzazione delle società controllate dall&#8217;ente pubblico perchè in questo caso il problema non ha più un carattere strettamente finanziario ma rileva sulla gestione che, nelle condizioni ordinarie prevste dalla costituzione, dovrebbe essere fatta dal Sindaco o dal suo delegato (Assessore). Questo è previsto per distinguere bene le responsabilità politiche da quelle amministrative. Una figura intermedia con il Comune avrebbe il peso delle responsabilità amministrative, tra l&#8217;altro assai differenti, delle varie società partecipate ma, nei confronti delle Società Partecipate, avrebbe invece responsabilità relative agli indirizzi politici dell&#8217;amministrazione. Questo era un problema già esistente all&#8217;epoca delle Municipalizzate perchè, da una parte, il Direttore Generae seguiva la parte tecnica e amministrativa, dall&#8217;altra la Commissione Amministratrice, nominata dal Comune, doveva seguire gli indirizzi della politica comunale. Tutto questo non funzionava sempre benissimo e soprattutto spostava la dialettica interpartitica dal Consiglio Comunale alla Commissione Amministratrice.<br />
L&#8217;ingenua ondata liberistica, guidata, come si sa, dall&#8217;Assolombarda, ha spazzato questa situazione ma ha lasciato autonome e senza un vero progetto le Aziende Municipali. La più interessante, l&#8217;AEM, è ormai pressochè sfuggita dalle mani dell&#8217;amministrazione comunale (pensare che era stata voluta nel 1904 da un referendum dei cittadini milanesi).<br />
Aggrava enormemente la situazione il fatto che queste istituzioni, anche quelle future a cui volenterosamente si vorrebbe dare vita, agiscono su una piccola parte del territorio urbano e precisamente su 1,2 milioni di abitanti, laddove il territorio ne contie almeno 6, il tutto in una confusuione di poteri e in una rissa di Enti, dai più piccoli ai più grandi.<br />
Per concludere, la vecchia idea della holding va molto bene se applicata nei termini corretti, finanziari e non di gestione, andrebbe meglio se potesse essere applicata su un territorio congruo e più vasto. Riservo per gli altri argomenti che sembrano a me più semplici ulteriori e specifici interventi.</p>
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		<title>ChangeMilano: una controproposta</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 14:19:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
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di Tomaso Greco
Domani si riunisce, per la prima volta dall&#8217;elezione del nuovo coordinatore cittadino Laforgia, la direzione provinciale del Pd milanese. A meno di un anno dalle elezioni comunali i nodi da sciogliere sono ancora moltissimi: dal candidato sindaco alle alleanze, dalle primarie alla proposta politica. Per quanto riguarda i primi tre argomenti, non essendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/6a00d8345242c469e200e54f29884a8834-800wi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3854" title="6a00d8345242c469e200e54f29884a8834-800wi" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/6a00d8345242c469e200e54f29884a8834-800wi-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" /></a></p>
<p>di Tomaso Greco</p>
<p>Domani si riunisce, per la prima volta dall&#8217;elezione del nuovo coordinatore cittadino Laforgia, la direzione provinciale del Pd milanese. A meno di un anno dalle elezioni comunali i nodi da sciogliere sono ancora moltissimi: dal candidato sindaco alle alleanze, dalle primarie alla proposta politica. Per quanto riguarda i primi tre argomenti, non essendo chi scrive iscritto al Pd, posso solo fare (e farci) gli auguri di trovare soluzioni efficaci e di alto livello.</p>
<p>Per quanto concerne la proposta politica, mi permetto di avanzare, sommessamente, qualche consiglio non richiesto. Diciamocela tutta, il Pd milanese non ha nella proposta di governo della città il suo punto di forza. Poco male, il tempo da qui alle elezioni non è tantissimo, ma si può rimediare. Dopo aver investito energie e dibattito sul tema dell&#8217;acqua pubblica, è basta una battuta di Letizia Moratti (&#8220;a Milano l&#8217;acqua resta pubblica&#8221;) per vanificare lo sforzo fatto di accreditarsi agli occhi dei cittadini come difensori dell&#8217;attuale assetto. La battaglia sul PGT, emendamento per emendamento, può anche aver assolto la funzione di rendere intransigente l&#8217;opposizione alla proposta (ne valeva la pena?), ma ci dice poco sul modello di città e di governo del territorio alternativo che il Pd avrebbe in mente.</p>
<p>Rimane la proposta di Corritore, elaborata nell&#8217;ambito del progetto Change Milano, di nuova finanza civica. Su leragioni.it ci siamo già soffermati, più volte a dire il vero, sulle tre proposte. In particolare il non aver nascosto il mio scetticismo sui progetti deve aver creato qualche acredine, se è vero che Corritore ha bollato le critiche come legate a &#8220;dinamiche personalistiche&#8221; (quali?) e quindi non meritevoli di risposta.</p>
<p>Tuttavia almeno una delle tre proposte merita senz&#8217;altro una riflessione accurata (altri, più competenti del sottoscritto, hanno risposto nel merito delle altre due): la scuola civica di economia. Secondo Change Milano dovrebbe essere &#8220;non un corso per il Tempo libero, ma una vera e propria scuola con il contributo – come avviene all’estero – di docenti delle università, giornalisti, economisti e personalità indipendenti da interessi dei mercati finanziari. L’obiettivo prioritario della scuola è fornire supporto per leggere al meglio le variabili economiche e finanziarie, trasferendo ai cittadini la conoscenza e gli strumenti di misurazione del rischio e di pianificazione autonoma delle risorse&#8221;.</p>
<p>Due dubbi: quanto costa e a chi potrebbe essere utile. Istituire una scuola vera e propria ha dei costi: organizzativi, didattici, legati alle strutture e alla comunicazione. Mettiamo che trenta o quaranta milanesi decidano, sarebbe un successo, di frequentare la scuola (serale? diurna?). A termine del corso cosa si troverebbero in mano? Un diploma civico che attesta che hanno frequentato una qualificata scuola civica di economia e finanza? Quanto sarebbe spendibile nel mercato del lavoro? (piaccia o meno trovo difficile che qualcuno investa del tempo solo per imparare a leggere i bilanci comunali -a meno che non sia un amministratore pubblico o un consigliere comunale). Chi sarebbero i destinatari della scuola? Giovani, adulti o pensionati?</p>
<p>Ecco una controproposta. Anziché spendere quattrini per una scuola di formazione economica che, nella migliore delle ipotesi, in una città con almeno tre facoltà di Economia, finirebbe per sovrapporsi all&#8217;esistente, magari nella speranza di riuscire ad avere gli stessi docenti dei più blasonati corsi universitari, perché, più semplicemente, non istituiamo una commissione permanente tra comune e le facoltà di economia volta a promuovere i talenti? Se una parte dei quattrini previsti (immagino, perché di piano economico sul sito di Change Milano non si parla) per la scuola civica finissero invece per finanziare borse di studio per poter frequentare gli atenei milanesi, magari proprio su un progetto legato all&#8217;amministrazione e all&#8217;economia del territorio?</p>
<p>Basterebbero 9 borse di studio, tre per facoltà, e magari nel tempo qualche borsa per i master e per la ricerca legata alla finanza civica. Avremmo promosso l&#8217;eccellenza senza sovrapporci all&#8217;offerta formativa, già larga e qualificata, degli atenei. Tra l&#8217;altro stiamo parlando di università di altissimo livello che attraggono docenti e studenti da tutta Italia, e non solo. Chi esce da lì avrebbe molto più possibilità di spendersi nel mercato del lavoro o di essere utile all&#8217;amministrazione, magari prevedendo, per gli studenti che usufruiranno delle borse, uno stage presso il Comune.</p>
<p>Il resto dei quattrini usiamoli per iniziative utili alla città.</p>
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		<title>(video) Biasco: il socialismo europeo e la crisi economica</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 06:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tomaso Greco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>A margine del seminario &#8220;Il socialismo europeo e la crisi economica&#8221; il professor Salvatore Biasco, ordinario di Economia Monetaria Internazionale presso l&#8217;Università &#8220;Sapienza&#8221; di Roma, analizza per leragioni.it alcuni aspetti della crisi economica e le prossime sfide per le forze progressiste.


]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p><a href="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/Untitled-4.png"><img class="alignleft size-full wp-image-3824" title="Untitled-4" src="http://www.leragioni.it/wp-content/uploads/2010/06/Untitled-4.png" alt="" width="255" height="210" /></a>A margine del seminario &#8220;Il socialismo europeo e la crisi economica&#8221; il professor Salvatore Biasco, ordinario di Economia Monetaria Internazionale presso l&#8217;Università &#8220;Sapienza&#8221; di Roma, analizza per leragioni.it alcuni aspetti della crisi economica e le prossime sfide per le forze progressiste.</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="660" height="405" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/rE2IVNTu67k&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="660" height="405" src="http://www.youtube.com/v/rE2IVNTu67k&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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