LeRagioni.it

La crisi della democrazia rappresentativa (come l’abbiamo conosciuta)

di Giampaolo Sbarra

La democrazia rappresentativa che abbiamo conosciuto nel XX secolo in Italia, sembra definitivamente superata.

Essa ha percorso l’itinerario che caratterizza tutti i fenomeni storici: si è presentata sul palcoscenico della storia come sistema politico rivoluzionario, dirompente per il vecchio regime liberale e promettente per i ceti subalterni emarginati dalle scelte politiche e privi di rappresentanza nelle istituzioni, e ha suscitato aspre reazioni; è diventata sistema politico prevalente nelle realtà socioeconomiche a sistema capitalistico, dove ha rappresentato uno strumento di partecipazione alle scelte, di compensazione dei conflitti, di conquista di diritti civili e sociali e di controllo – pur tra mille contraddizioni – dell’operato del Potere. Poi si è trasformata in partitocrazia consociativa, e ha subito i primi colpi mortali alla fine degli anni ‘80, fino all’esplosione di Mani pulite, che ha dimostrato quanto e come i partiti politici avessero travisato la loro funzione di rappresentanza, di governo e di controllo (anche se non tutti sono stati colpiti allo stesso modo dalla ondivaga furia giustizialista popolare).

La stagione referendaria dei primi anni Novanta ha tentato di far fare un passo avanti ad un sistema politico immobilizzato dall’istinto di sopravvivenza, e ha cercato di valorizzare il protagonismo dei cittadini-elettori, introducendo il sistema elettorale maggioritario uninominale, che lega gli eletti ai cittadini di un preciso e limitato territorio e combattendo un finanziamento pubblico mai sufficiente a saziare la fame di denaro del sistema politico; ma i partiti sono subito intervenuti a limitare i danni, introducendo la quota proporzionale nella legge elettorale e cambiando la strategia del finanziamento, introducendo i rimborsi elettorali (per giungere all’aberrazione attuale, per cui un partito – magari pressoché scomparso – prende i soldi del rimborso elettorale per tutta la legislatura iniziata, anche se essa si conclude anticipatamente) e il finanziamento ai gruppi parlamentari e ai giornali di partito, con conseguente nascita “a tavolino” di partiti – o associazioni politiche – che possono finanziare finti giornali di finti partiti.

Questi elementi, che hanno vanificato la strategia referendaria, hanno accelerato la discesa ripida verso il superamento della “democrazia rappresentativa”: i partiti esitono, ma sono di fatto poco rappresentativi della società, anche se ne prendono i voti. Anzi, la rappresentano “in negativo”: sono alla coda del popolo, invece cha alla testa.

Questa crisi ha colpito con forza la sinistra, e l’ha tramortita.

Particolarmente duro è stato capire (finalmente, dopo anni… e ancora qualcuno fa finta di nulla…) che la classe operaia non vota più necessariamente a sinistra (come faceva un tempo, e neanche tutta). Questa crisi di rappresentanza politica e sociale, ha favorito la nascita di comitati e associazioni di vario tipo (ciò che per qualche anno è stato definito come “società civile”, ma oggi questa categoria è fortunatamente in disgrazia) che agiscono al posto dei partiti e, con il pretesto di stimolare i partiti, li hanno di fatto delegittimati; è accaduto con i la Rete e con i Girotondi, fino all’Onda degli studenti degli ultimi mesi e sta accadendo con il “Popolo viola”.

Sono ormai pochi coloro che individuano i partiti come riferimenti; e non a caso molti esponenti della politica e della cultura di diverso e apparentemente inconciliabile origine politico-culturale hanno come riferimento politico Di Pietro e l’Italia dei Valori.

Ma Di Pietro e l’Italia dei Valori agiscono più come la Lega e il PDL, piuttosto che come il PD e la Sinistra “classica”. A destra, infatti, non sono interessati solo alla rappresentanza di ceti sociali o di istanze precise; vi è, di più, il tentativo di aggravare alcune problematiche per esasperare la popolazione e rappresentare un disagio fomentato ad arte (immigrati-ordine pubblico, magistratura comunista, tutti intercettati, privacy-escort ecc.). In questo contesto diventano fondamentali i mezzi di comunicazione e in Italia diventa fondamentale il loro controllo e la loro manipolazione. Sondaggi, sbarchi e stupri sono le notizie che orientano l’opinione pubblica verso chi dà risposte draconiane (non importa se non risolutive, quando non addirittura peggiorative).

In questo modo, nel periodo storico del superamento delle ideologie classiche (frutto certamente del tracollo dei regimi e delle ideologie comuniste, ma anche di una progressiva laicizzazione della politica che però diventa anche priva di “moralità”), il consenso viene conquistato in modo ideologico (antimeridionalismo, xenofobia, paura del diverso ecc.), con ricorso ad un’ideologia che rasenta l’irrazionalità e l’istintualità.

In definitiva, mentre a sinistra non si riesce più a rappresentare i settori sociali di riferimento né a coinvolgere altri ceti in una prospettiva di riforma del sistema (prospettiva che, del resto, non esiste) e bisogna abbandonarsi all’ideologia dell’antiberlusconismo, a destra si esasperano le paure per guadagnare i voti lucrando sul disagio.

In entrambi i casi è entrata in crisi l’idea di “rappresentatività” come frutto dell’ascolto dell’opinione pubblica, dell’interpretazione e rielaborazione in “chiave di governo” delle sue esigenze, delle sue aspettative e delle sue speranze.

Si dice che la Lega costituisce l’ultimo esempio di partito fortemente radicato, ed è vero, è fortemente radicato ed insediato nel territorio, ma anch’essa ha dovuto fomentare e gestire gli istinti peggiori di un “popolo” che se “lasciato libero” può dare il peggio di sé in senso egoistico e xenofobo. Insomma, la Lega non si è messa alla guida del popolo rielaborandone le necessità (come fece a suo tempo e per decenni la DC con lo stesso popolo negli stessi territori), ma ha gestito un disagio esasperato ad arte.

Insomma, a destra prevale il modello del partito “padronale” o “ideologico”, con collegato “culto della personalità”: Bossi e Berlusconi.

La legge elettorale di Calderoli, la “Legge porcata”, da cui il nome d’arte “Porcellum”, è l’atto finale di un processo degenerativo della democrazia rappresentativa: le liste vengono definite dai segretari dei partiti, per cui i parlamentari devono essere riconoscenti non agli elettori che li hanno votati, ma ai segretari che li hanno candidati in posizione utile.

Si noti che con il Porcellum non solo i parlamentari, ma anche gli organismi di garanzia sono nelle mani dei segretari dei partiti, per cui siamo quotidianamente di fronte ad un gigantesco conflitto di interessi tra controllati e controllori, che sono le stesse persone, appartenenti alle stesse categorie, interessate innanzitutto a garantirsi un futuro.

Mentre vanificavano la democrazia rappresentativa, i partiti cercavano di corrodere dall’interno anche le strategie del suo superamento in positivo. Ne sono un esempio le “elezioni primarie” addomesticate praticate ampiamente dall’Ulivo (per legittimare Prodi) e dal PD (per legittimare Veltroni): primarie finte, svolte solo dopo che i dirigenti politici avevano fatto l’accordo sugli eletti.

In effetti, che la democrazia rappresentativa sia in crisi non è una bella notizia.; come si sa, la democrazia è piena di difetti, ma non si è trovato un sistema politico migliore, finora. Adesso però, potremmo essere al capolinea: e allora bisogna individuare altre strade.

E non è facile, perché siamo entrati in una realtà nuova, che Ilvo Diamanti bene sintetizza con queste parole, citando Bernard Manin: “Bernard Manin ha parlato, a questo proposito, di “democrazia del pubblico”. Dove il “pubblico” non si riferisce a “ciò che è di interesse comune”. Né allo spazio del dibattito sui temi (appunto) pubblici creato e occupato dagli intellettuali. Il “pubblico” evoca, invece, il cittadino-spettatore di fronte alla “messa in scena della politica” (per parafrasare Balandier, quando definisce i rituali del potere nelle società pre-moderne)”. (la Repubblica, 17 maggio 2009)

Sintetizzando, e guardando a sinistra, che mi interessa di più:

  1. i partiti, per vari motivi, non sono in grado di rappresentare un’alternativa alla destra che ci governa;
  2. del resto il ceto politico di sinistra è delegittimato dal fatto che per due volte ha governato e ceduto il potere alla destra; e questo ceto politico è costituito dalle stesse inossidabili persone, che ogni volta – anche dopo una cocente sconfitta – ci spiegano cosa bisogna fare; l’unico ad essersi fatto da parte è Prodi, l’unico ad avere davvero vinto la destra e ad essere stato vinto dai suoi;
  3. nella latitanza dei partiti, sono emerse forze dalla società che hanno ulteriormente delegittimato la politica (Di Pietro, Grillo, Santoro, Repubblica, CGIL, Girotondi, Onda, Popolo Viola), e che non sono in grado di fare sintesi propositiva, per cui si corre a chi grida di più.

In questa situazione è difficile immaginare una via d’uscita, ma certo essa deve essere data da una serie di situazioni convergenti, a partire dalla scelta di un modello di rappresentanza politica (e poi da un modello istituzionale) che dia davvero voce al “popolo elettore” e permetta di fare sintesi – mettendo fuori gioco le oligarchie partitiche centralistico-romane – e di responsabilizzare il ceto politico.

1 Comment

    La crisi della rappresentanza e rappresentatività della sinistra è legata all’ attuale incapacità di essere “inclusivi” della complessità ed articolazione della società moderna. Il PCI, il PSI, e la DC erano inclusivi di fasce larghe della società del tempo. Oggi prevale la rappresentanza parziale: o per fattori locali (vedi la Lega, Sud, val di Susa, ecc.) o per tematiche (vedi i Verdi ed IDV), ognuno si intesta “una problematica”, di quella ne assume la leadership e da quella pensa di governare il tutto. Non è un caso che anche i sindacati, compreso la CGIL, la più confederale di tutti, vivono una forte corporativizzazione della rappresentanza del lavoro tra categorialismi spinti e localismi. Oggi, è più una constatazione che una denuncia di pericolo, dire che il paese Italia è frantumato e parcellizzato. Ci resta come giustamente sostiene il Presidente Giorgio Napolitano, la Costituzione come carta dei valori e dei principi unitari per tutti noi. Penso quindi che la possibile soluzione sia ripartire dalla prima parte della Costituzione italiana, rendendola vigente in tutti i suoi aspetti, in primis il lavoro,la salute,la formazione ecc., assumendola come progettualità generale per il Paese e programma di governo. Sulla Costituzione intesa quindi come base culturale, etica, politica, costruire il più ampio movimento tra i cittadini e da questo movimento far emergere moderni strumenti di partecipazione, organizzazione, formazione di classe dirigente per la sinistra, in grado di raccogliere il meglio del passato ed elaborare nuovi rapporti tra istituzioni , partiti e cittadini. L’inclusione condivisa è la vera questione delle società moderne e del futuro con cui dovremo misurarci, e che gli attuali strumenti della politica a sinistra ma anche nel centro ed a destra, non sono in grado di realizzare.

Leave a Reply