La sacralità della periferia
“Con il mondo non la spunti che quello si è svegliato prima di tutti”.
La frase di una Madre dolorosa in minigonna ben racchiude la poetica di Antonio Tarantino fatta di barboni, matti, omosessuali: personaggi ai margini che popolano la periferia torinese. Quattro atti profani riunisce quattro monologhi, anzi quattro soliloqui, tratti dai testi che l’autore d’adozione torinese compose negli anni ’90 e che Valter Malosti ha ridotto per una coraggiosa operazione registica che non per niente gli è valsa il premio Ubu (gli Oscar del teatro) come miglior regia 2009. Tra Giovanni Testori e Pier Paolo Pasolini, la scrittura di Tarantino dà ai personaggi stranianti ascendenze evangeliche. L’idea, dunque, non è originale ma convincente sì grazie soprattutto a un linguaggio crudo fatto di inflessioni dialettali e dalla forte sessualità, forse un po’ troppo per il pubblico del Teatro Eliseo di Roma, dove è in scena fino al 14 marzo, che un po’ se ne scandalizza. Stabat Mater, qui interpretato da una ironica e commovente Maria Paiato fu il testo con cui l’autore si rivelò al pubblico vincendo nel 1994 il Premio Riccione per il Teatro. Malosti fa di questa Madonna contemporanea che invoca “quel cristo di mio figlio” cresciuto a Nutella e Simmenthal e portatole via dalla politica, il filo conduttore di un’umanità ridotta alla miseria dove i figli dei poveri è meglio che non nascano o se nascono è meglio che siano stupidi perché “l’intelligenza nelle menti dei poveri è un danno”.
Sulle sponde del Po-evocato quasi come Gange purificatore- si muove anche un folle vittima dell’elettroshock con la sua “purpurea felpa”. E’ lo stesso Malosti a interpretare la Passione secondo Giovanni, nel testo originale un dialogo con un infermiere che qui diventa un parlarsi addosso fatto di frasi sconnesse, di pensieri interrotti. Forse- come spesso accade ai registi, anche bravi come in questo caso, che si dirigono da soli- il passaggio meno compiuto dello spettacolo che per il resto ha il merito di essere una vera e propria operazione drammaturgica che compone in un unico quadro frammenti apparentemente sconnessi. Ne nasce una liturgia, sorta di rappresentazione medievale, ben calata nelle contraddizioni della contemporaneità dove la sofferenza è figlia non della miseria ma della solitudine. E’ sola la ragazza madre disperata e incompresa, è solo (qui anche scenicamente) il povero Cristo uscito dal manicomio e che crede di “essere Lui”. E’ solo il padre con la sua preghiera davanti al corpo del figlio trans, tanto da vestirne gli abiti e traformarsi, temporaneamente, nella creatura morta.Così il Vespro della Beata Vergine diventa un pianto trattenuto, un dolore sordo. Con la sua fisicità appesantita dagli anni e fasciata in un abito di velluto rosso, quel grande attore che è Mauro Avogadro riesce a creare una situazione di disagio, tanto che lo spettatore sente quasi di spiare un momento intimo e per questo imbarazzante ma non può fare a meno di esserne partecipe. Soli, benché si accompagnino insieme, sono Lustrini e Cavagna, (perfettamente azzeccati nei ruoli Michele di Mauro e Mariano Pirrello) figure beckettiane in attesa di un personaggio facoltoso da irretire. In questa attesa passa l’omosessualità, palese, di Lustrini e quella, negata, di Cavagna (uno che è “temporaneamente nella merda”). Con brevi tratti Tarantino racconta l’etereo Lustrini cresciuto dai preti, personaggi che compaiono spesso nei suoi testi, gli unici a contatto con questo residuo di umanità ma anche i primi ad approfittarne. Colpa loro e della loro solidarietà, secondo Cavagna se “abbiamo tutta l’Africa in casa e non troviamo più un posto al dormitorio”. C’è qui un tentativo di rapporto, forse un amore, roso dalla fame, dal freddo e dal sogno di un’altra vita possibile. Lustrini finirà morto su un palo della luce, sotto il pianto della Stabat Mater. Ma le lacrime non sono per lui, bensì per un altro figlio scomparso. Così, ancora una volta, le due storie si incrociano ma non si incontrano, lasciando un povero cristo abbandonato sulla sua croce contemporanea dove campeggia la scritta Inps a evocare la necessità, che è preghiera, di previdenza e assistenza.
