L’eversione istituzionalizzata di La Russa e Di Pietro
Sgombriamo il campo da un equivoco. Anzi da due. Il decreto salva-liste è raccapricciante ed è senz’altro la soluzione peggiore alla vicenda di settimana scorsa. Il Pdl non solo non è costretto a fare pubblica ammenda, ma può addirittura (e questo è un paradosso) raccontare di aver risolto un’emergenza. L’uso strumentale del decreto legge per tutelare i propri interessi (non l’esercizio democratico del voto, altrimenti della sanatoria avrebbero beneficiato le altre liste escluse, come ad esempio i radicali) è un boccone amaro per chiunque ami il Paese e abbia a cuore le sue istituzioni. Ma va anche detto che formalmente il decreto è corretto e che Napolitano non poteva non firmarlo. Non firmandolo avrebbe acuito la situazione surreale e conflittuale di questa campagna elettorale, aprendo di fatto la strada a scenari molto distanti dal clima democratico in cui dovrebbero svolgersi delle consultazioni. Il peso politico del decreto ricade (tutto) su chi ha convocato in fretta e furia un Consiglio dei Ministri, cercando di battere sul tempo la giustizia amministrativa, e non sul Presidente Napolitano. La responsabilità politica del governo si misurerà, speriamo, in termini di consensi elettorali. Certo che La Russa, Ministro della Difesa, gran fautore della presenza militare nelle strade, con il suo cameo al Tribunale di Milano il giorno dei ricorsi non ha fatto una gran figura. “Siamo pronti a tutto” tuonava l’avvocato milanese, con una dichiarazione che ricordava di più il suo comizio immortalato da Bellocchio in “Sbatti il mostro in prima pagina” che la responsabilità politica e civile necessaria a un Ministro della Repubblica. Qualche ora dopo la firma del decreto, però, ci pensa un ex ministro a evocare scenari da golpe. Per Tonino Di Pietro il decreto “andrebbe bloccato con l’intervento delle forze armate”. Berlusconi non è Salvador Allende, ma l’intervento militare sull’esecutivo non evoca bei ricordi (con l’eccezione, naturalmente, della rivoluzione dei garofani portoghese). E poi l’ex pm entra in un turbine di accuse scomposte al Capo dello Stato. Una parodia di Ciccio Franco. La prima e tanto vituperata repubblica, che mai aveva forzato il sistema delle regole elettorali come il decreto pro-Formigoni, aveva messo il fascismo al di fuori dell’arco costituzionale. Nella seconda repubblica, senza orbace i metodi antidemocratici tornano di moda. E sono trasversali. Cosa aspetta Bersani a rompere con Di Pietro?

e si, cosa aspetta?