Sacconi sbaglia: è il lavoratore il contraente debole
Mentre il Paese è con il fiato sospeso per sapere se e quando (e per chi) potrà votare alle regionali in Lombardia e nel Lazio, mentre Formigoni e la Moratti improvvisano un tango (non metaforico, ahimé) che ricorda fin troppo i balli sull’inaffondabile Titanic, il (sedicente) governo del fare è in procinto, appunto, di fare. In particolare all’orizzonte c’è una riformina del diritto del lavoro passata inosservata ai più, ma i cui effetti, se verrà mantenuta come nei proclami del ministro Sacconi, potrebbero essere devastanti.
Che il lavoro in Italia, che si divide ormai in due grandi categorie: chi ha contratti “tradizionali” ben tutelati e chi invece si arrabatta in un caledoscopio di contrattini e prestazioni occasionali, abbia bisogno di una riforma forte non è una novità. Anche i più solerti difensori dello status quo si sono accorti, negli anni, che la situazione è foriera di ingiustizie, discriminazioni e frustrazioni soprattutto per i giovani. Quindi una riforma, dopo l’incompiuta legge Maroni, si pone come auspicabile e, da che mondo è mondo, le leggi le fa chi governa. Così ci prova Sacconi e il risultato è pasticcio ideologico. Vediamo perchè.
Il disegno di legge prevede la possibilità di ricorrere all’arbitrato per dirimere le controversie tra datore di lavoro e lavoratore in due casi. Nel primo caso qualora il contratto collettivo lo preveda. E qui si potrebbe anche essere d’accordo: se le parti sociali desiderano inserire nei contratti questa possibilità, l’ordinamento dovrebbe permetterlo. Nell’eventualità però che non si arrivi a un accordo, potrebbe intervenire il ministro per decreto, vero e proprio elemento deformante nella tutela del lavoratore: in questo caso si potrebbe introdurre l’arbitrato bypassando la contrattazione collettiva.
Nel secondo, e a mio modo di vedere peggiore, caso si potrebbe ricorrere all’arbitrato (anche con giudizio di equità) se il lavoratore, nel proprio contratto di lavoro, accettasse una clausola arbitrale. Certo, diranno i sostenitori del ddl, chi non vuole l’arbitrato, non firma. Già, questo sarebbe vero se lavoratore e datore fossero sul medesimo piano. E’ invece innegabile che, in special modo al momento della firma del contratto, il lavoratore sia la parte debole. Quale lavoratore non firmerebbe qualsiasi clausola pur di sfuggire alla disoccupazione? (Che stando agli ultimi dati galoppa ed è in crescita). E ancora, siamo sicuri che l’azienda non userebbe la disponibilità a firmare la clausola arbitrale come elemento dirimente nella selezione del personale?
La riformina, insomma, se dovesse mantenersi inalterata, aumenterebbe le distanze tra lavoratori di serie A (quanti sono già tutelati dai contratti a tempo indeterminato) e lavoratori di serie B, configurandosi per questi ultimi non solo un presente precario, ma un futuro, nella migliore delle ipotesi, con poche garanzie e ancor meno certezze.
