Perché ancora destra e sinistra*
di Angelo Giubileo
In periodi di crisi del pensiero politico, quale quello che viviamo oggi soprattutto in Italia, assume un valore stra-ordinario il tentativo di Carlo Galli in “perché ancora destra e sinistra” di dare conto di una differenza – secondo molti oggi solo formale e per giunta legata ad un passato fosse anche recente – ancora esistente in politica per l’appunto tra una visione di “destra” e una di “sinistra”. E purtuttavia, l’aggettivo stra-ordinario assume un significato ed una rilevanza ancora più profondi, perché il tentativo, apparentemente anacronistico, è quello di definire, andando a ritroso nel tempo, più esattamente, due “modalità, distinte ma inscindibili, opposte ma complementari, di accesso all’energia originaria del Moderno”, che ancora manterrebbero il loro tratto d’identità reciproca nel “passaggio al postmoderno (ossia al globale)”. Secondo la definizione piuttosto semplicistica data dall’autore del saggio riguardo al fenomeno complesso del postmoderno.
Il breve saggio si snoda attraverso numerosissimi esempi di pensieri più prettamente sia filosofici che politici che nel corso dell’era moderna sono stati classificati a vario titolo di destra o di sinistra, non tralasciando, il pensiero di quegli autori – “da Nietzsche a Heidegger, da Foucault a Derrida”, ma direi segnatamente a partire da Hegel – che Galli ritiene si possano tradizionalmente definire “in sé non di destra né di sinistra perché capaci di rivelare dall’esterno, e di dislocarli, i dispositivi originari del discorso politico moderno”.
Il saggio è quindi molto interessante, ma, per quanto riguarda l’analisi, per me non del tutto convincente. Concordo assolutamente con la tesi di collocare la ragione della distinzione all’inizio dell’era moderna; dissento invece riguardo alla considerazione che in epoca post-moderna quella differenziazione abbia mantenuto del tutto il suo tratto essenziale.
Dato per acquisito che la dimensione della modernità prende avvio con l’illuminismo e cioè con quell’epoca della storia in cui, come ha scritto Immanuel Kant, si realizza “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, Galli scrive che trattasi dell’epoca in cui “l’obiettivo è che la politica sia lo spazio in cui l’uomo si autogoverna; in cui il potere risponde solo alla ragione umana e non ad altre istanze, dogmatiche”. Ed è pertanto in questo spazio che si fonda la distinzione tra “opposte ma complementari modalità di accesso all’energia originaria”, così come appena descritta attraverso le parole del filosofo.
In breve, per l’autore: “la sinistra si caratterizza (…) per la trascendenza, ma non in senso proprio, sì come critica, come superamento, come dover-essere, cioè per la negazione del mondo com’è, e per lo sforzo di realizzarne un altro, migliore, che è già una possibilità (benché al momento negata) immanente al presente”; “per la destra, invece, tutto è davvero possibile (e ciò è bene, per la destra futurista e postmoderna, mentre è male per la destra tradizionale), poiché non esiste in natura una norma universalmente e ugualitariamente umana, per quanto implicita , da sviluppare esplicitamente nell’ordine politico”.
Questa diversità non coglie tuttavia appieno, secondo me, la differenza essenziale tra le due modalità di destra e sinistra, differenza che agisce ad un livello di profondità maggiore rispetto a quello evidenziato nel saggio. E ciò scaturisce efficacemente proprio da una parziale mancata distinzione del diverso, nel suo tratto essenziale, spazio dimensionale del moderno, e di quello rispetto a questo propriamente detto del post-moderno. Nel dare conto di questa diversa interpretazione, mi avvarrò se non altro della considerazione che, in tal guisa, non occorre situare il pensiero de-costruzionista oltre lo spazio del discorso politico, in quanto rispetto a questa diversa interpretazione esso rappresenta piuttosto il discorso del fondamento costituivo dello stesso.
E’ vero che il post-moderno filosofico trova il suo fondamento originario nel moderno illuministico, ma è anche vero che esso “si autocomprende come decostruzione del moderno” (M. Ferraris 1987). Con il moderno, inizia l’opera di “annientamento” della storia, che trova poi compimento nell’avvento del postmoderno, nei cui riguardi U. Eco (1984) tuttavia ha giustamente evidenziato: “ogni epoca ha il proprio postmoderno”. L’annientamento della storia consiste innanzitutto nella prospettiva di elaborare un progetto politico “nuovo”, rispetto ad un passato che non è più e ad un futuro che ancora deve realizzarsi. L’essere, inteso come tempo storico legato al presente, assume pertanto una rilevanza assoluta nell’ambito del discorso politico. In questo senso, ne deriva che – e solo dopo che si è giunti a questo punto, mi trovo perfettamente d’accordo con l’autore del saggio – l’interpretazione del presente è alla base della distinzione moderna tra “destra” e “sinistra”. Con l’avvento del postmoderno, questa stessa rappresentazione dell’essere inizia a ri-velarsi incerta. Il pensiero de-costruzionista re-interpreta il presente, ma nella misura in cui sembra rendere impossibile una qualsiasi definizione dello stesso: “è venuto il momento di rendersi conto che nessuna esperienza, nessun fatto, nessuno stato di cose, ai quali l’enunciato dovrebbe conformarsi o corrispondere, può definire la nozione di verità” (A.G.Gargani 1987).
Ma, a questa solo apparente evidenza, si contrappone un diverso pensiero del moderno e in particolare del postmoderno, che viceversa salva la verità e interpreta correttamente la ragione della distinzione anche in ambito politico. A tale proposito, E. Severino distingue tra “de-stino” e “de-stin-azione”, laddove “il destino che appare nel cerchio finito è, insieme, destinazione” (2001). L’evento che appare come de-stino reca cioè già in sé l’evento che è de-stinato ad apparire. Ma cosa c’entra questo, si dirà, con la politica?
E, invece, è proprio qui che si manifesta appieno la differenza, in chiave postmoderna, delle diverse “modalità, distinte ma inscindibili, opposte ma complementari, di accesso all’energia originaria del Moderno”. E’ qui che l’origine della distinzione nata con il Moderno trova compimento nell’epoca del Postmoderno: la logica di questo oltrepassamento** (tesi, antitesi e sintesi in Hegel; destino-destinazione in Severino) genera una complessità dell’analisi e della proposta politica, che a sinistra si caratterizzano entrambe in termini di approfondite relazioni, tali da determinare ancora oggi una differenza essenziale tra una modalità di essere più propriamente di destra e una viceversa più propriamente di sinistra.
* E’ il titolo di un saggio scritto da Carlo Galli edito da Laterza (2010)
** Per approfondimenti in merito, invito a leggere il mio saggio dal titolo “Sulla natura dell’essere. Fondamenti per un nuovo liberalismo” su www.ritornoaparmenide.blogspot.com
