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Perché San Remo è San Remo?

di Massimiliano Coccia

C’era una volta un Paese che guardava il Festival di San Remo per ascoltare della buona musica in televisione, che faceva la fila fuori dalle vetrine dei bar per ascoltare Nilla Pizzi o Claudio Villa e per continuare a sognare un domani più roseo e importante in tutti i settori della vita civile. 
Quel Paese lentamente è stato distrutto dalla civiltà dei consumi, dalla voglia di celebrità, dal vippismo e dalle televisioni commerciali che ne hanno annientato il senso civico e del pudore che fa in modo che tutto appaia cultura, tutto appaia progresso anche quando è regresso. 
Oggi San Remo non è più una vetrina positiva, ma diventa la cartina tornasole di quel Paese che vuole evitare la complessa associazione tra vita e pensiero e le canzoni in gara ne erano la dimostrazione. In pochi meritavano di stare su quel palco: Arisa con la sua stravaganza sentimentale insieme alle Sorelle Marinetti, Noemi e la sua voce potente che fa quasi dimenticare che provenga da un reality musicale come X-Factor, Irene Fornaciari che dimostra di non essere una figlia d’arte senza talento, Malika Ayane di cui mi ha sorpreso la grinta e il testo. Il resto dei concorrenti meritava di cantare alla Fiera della Castagna sulla Sgurgola Marsicana. Da Enrico Ruggeri che sembra la brutta copia di sé stesso , fino al famigerato Trio Monnezza  costituito da Pupo, il principe di Casa Savoia (che ricordo ha chiesto a noi italiani, lavoratori e contribuenti ben 260 milioni di euro per quello che lo Stato prese alla sua famiglia di monarchici cuor di leone) e il tenore Canonici, che a dire il vero salvava la baracca, abbiamo assistito ad una penuria di testi e di idee che hanno reso palesi gli interessi discografici in campo. Un festival senza poesia quindi, senza la bellezza di essere autenticamente popolare ed emozionante, dove una frizzante Antonella Clerici che alle volte eccedeva nell’autocomplimentarsi per l’impresa di raggiungere notevoli picchi  di ascolto notevoli, diventava la musa di quel pressapochismo culturale che ormai ci contraddistingue. 
Nella serata finale il mio muscolo cardiaco è entrato in tensione per ben due volte, la prima davanti al tiro dello spartito dell’orchestra che ha donato dignità alla Sala dell’Ariston e la seconda volta, la più tragica per le mie coronarie, quando il famelico baffo di Maurizio Costanzo si è rivolto al segretario del PD Bersani in merito agli operai di Termini Imerese. 
Ho sperato fino all’ultimo che Bersani dicesse: “No, grazie!” e invece il numero uno del PD, ha risposto, sbiascicando delle parole, dicendo “è giusto che si parli di queste cose”, fermandosi quando  hanno urlato qualcosa contro di lui permettendo poi al prode Scajola, di cui la platea dimenticava la gestione vergognosa del G8 di Genova, di incamerare applausi e ovazioni su due dichiarazioni assolutamente banali.

Ha vinto tale Scanu, proveniente da “Amici” (per il secondo anno consecutivo), con una canzone abbastanza anonima, che tuttavia ci invita a “fare l’amore in tutti i laghi”. 
Ho pensato a quando sul Palco dell’Ariston c’era Rino Gaetano che tirava le medaglie e cantava “Gianna” e non Simone Cristicchi che lo imita denigrando Carla Bruni o quando con commovente eleganza Domenico Modugno ci raccontava di quando “volava nel cielo infinito”, dove nascevano nuove speranze per una nazione che sapeva e voleva guardare al futuro e dove non esistevano le astronavi che portavano biondissime conduttrici sbraitanti lontano nelle costellazioni dell’Auditel.

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