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Dibattito Macaluso-Petruccioli: Contributo di Turci.

Botta e risposta tra Macaluso e Petruccioli

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di Lanfranco Turci

Caro Claudio

non mi sembra che ti esponi troppo scommettendo sulla persistenza ,dopo le elezioni, di quello che tu chiami un “grande territorio individuato,picchettato e nominato”,territorio che peraltro tu stesso non sapresti come definire più precisamente. Ha ragione Emanuele quando ti ricorda che quel territorio corrisponde alla “legge fisica dell’alternativa”.Il problema è che cosa quel territorio è in grado di produrre e in che cosa consistano quelle che tu chiami”le cose di cui si avverte da tempo la necessità”.Tu non le nomini,sembri darle per scontate. Credo invece che da qui occorrerebbe avviare il discorso. Siamo sicuri che il PD abbia un programma e una cultura, a monte, adeguati alla crisi che stiamo vivendo?Mi riferisco per comodità alla bella,chiara e elegante relazione che il nostro amico Michele Salvati ha presentato al recente convegno di Cortona di Area democratica. Tralascio la sua preferenza per un sistema politico bipolare che dovrebbe essere ricondotto a un sistema sostanzialmente bipartitico attraverso la camicia di forza della legge elettorale. Cosa in cui come dice Macaluso desideri e realtà non dimostrano netti confini. Mi preme invece sottolineare come ,definita esaurita la tradizione socialdemocratica e con essa le “critiche di principio al capitalismo”,Salvati arrivi poi alla conclusione “disperata”che sul piano macroeconomico le possibili proposte della sinistra sono difficilmente distinguibili da quelle della destra ,salvo lo spregiudicato antimercatismo di Tremonti indigeribile per la sinistra. Mentre sul piano micro le diverse proposte della sinistra possono solo far perdere ulteriori consensi. Insomma,se non ci fosse l’anomalia Berlusconi,si dovrebbe puntare a un programma bipartisan,anche perché la sinistra non può vincere di fronte a una crisi di queste proporzioni. Ammiro l’onestà intellettuale di Salvati. Annoto però che con una tale impostazione ,comune a gran parte del PD,difficilmente vedremo crescere colture e allevamenti fiorenti nel vasto territorio picchettato di cui tu parli. Tieni conto poi che Salvati cita come discorso alternativo al suo non quello di Bersani ,cui addebita solo qualche vaga propensione socialista e un attaccamento residuale agli interessi sociali tradizionali della sinistra,bensì quello di Salvatore Biasco così come illustrato nel suo recente libro “Per una sinistra pensante”.Un discorso quello di Biasco da socialdemocratico critico,sull’onda di una riflessione critica e autocritica che sta facendosi spazio nella socialdemocrazia europea, che con ciò si dimostra ancora viva e pensante. Dopo i fasti della Terza Via e dell’incontro blairiano fra socialdemocrazia e neoliberismo,fasti cui fummo in tanti sensibili,io fra gli altri,sottovalutando i guasti sociali crescenti che si andavano accumulando,è venuto il momento di un ripensamento critico. Alla luce di una crisi che ha per unanime riconoscimento nel neoliberismo la sua causa e la sua matrice,non si può non reimpostare un discorso socialista. Non sarà l’heri dicebamus del ventennio postbellico,ma non possiamo continuare neppure con l’estenuata versione del liberal-liberismo che ispira il PD e gran parte della sinistra europea.Se vuole avere un senso non solo nominalistico,né solo passatistico,la discussione sull’alternativa democratici/socialisti,la si può costruire solo attorno a questi nodi problematici.Il grande dibattito che Emanuele auspica dovrebbe vertere su queste questioni. Il rischio è invece di trovarci dopo le elezioni di fronte a una disputa tutta politicista su quanto pepe di Di Pietro o quanto dolcificante di Pier aggiungere al brodo democratico. E’ evidente che una discussione di tal fatta servirebbe solo a restringere il territorio picchettato,lasciandolo ancor più spoglio di frutti e coperto di rovi. Rovi che stanno nella metafora a individuare le pratiche clientelari o peggio che crescono nel Pd in misura direttamente proporzionale al ridursi della democrazia interna e alla mancanza di un vigoroso dibattito politico e culturale.

6 Comments

    Cari Petruccioli, Macaluso, Turci,

    il vostro carteggio ha un tipo di audacia, quella del pensiero lungo, a cui chi oggi traffica nel Pd non è abituato, né più preparato. Lo dico anticipando che questa mia è una dichiarazione d’amore per il Pd, che svolgo però nelle pieghe delle critiche rigorose ospitate dalle vostre lettere e dagli articoli mensili delle Nuove ragioni del socialismo. Ha ragione Petruccioli: la «tentazione trasformistica» è già all’opera per estenuare ancora l’arrocco del gruppo dirigente democratico. E ha ragione Macaluso: il contesto frammentato dell’offerta politica del campo progressista italiano è un ostacolo enorme per scelte politiche significative. Come poi non convenire con Turci, quando segnala che una via d’uscita può darsi solo attraverso un ri-pensamento dei veri «nodi problematici», nella migliore tradizione del pragmatismo riformista.

    D’accordo. Ma lo sbocco virtuoso alla crisi viziosa del Pd, e a quella altrettanto licenziosa dei partiti socialisti membri effettivi dell’Internazionale (mi piace di solito circoscrivere così il campo “mondiale” del nostro movimento), non passa né attraverso la messa in discussione del modello bipolare a tendenza bipartitica, né attraverso la contestazione postuma della vittoria del capitalismo. Sono sinceramente stupito, ad esempio, da alcuni passaggi dell’intervista della parlamentare socialdemocratica tedesca Daniela Kolbe alle Ragioni.it. La sua idea che la profonda crisi dei partiti dell’Internazionale sia dovuta alle politiche neo-liberiste (linguaggio bertinottiano…) di Blair e Schröder è onestamente fantasiosa, come sbagliata è l’implicito riconoscimento che una fuoriuscita sia possibile solo a partire da un ritorno al socialismo ante terza via, inevitabile per chi voglia liquidare quelle straordinarie esperienze di governo. Non si può uscire da una spirale viziosa risalendo la corrente del vizio fino alla sua presunta foce. Non siamo salmoni.

    Né si può continuare con questa assurda tiritera sulla destra che si sarebbe appropriata di strumenti di analisi e soluzioni di marca “socialista” e ne benefici ovunque in termini elettorali. Non c’è nessuna grande ondata di destra che pervade con le sue acque le terre ferme conosciute. Più della metà del mondo libero (vedi Freedom House) è governato dalla sinistra. Due abitanti su tre del mondo libero hanno scelto di lasciarsi governare da legislatori progressisti (Stati Uniti, India, Giappone, Brasile, Sud Africa, Regno Unito, Spagna, Australia, etc.). La prossima sconfitta dei laburisti britannici sarà ininfluente nel computo appena proposto. Questi sono fatti. Sono nazioni governate da politiche economiche, del lavoro, dell’istruzione, dell’immigrazione, delle istituzioni schiettamente liberal-democratiche, con qualche sfumatura socialdemocratica per paesi come la Spagna e socialisteggiante per paesi come il Brasile. La crisi economica ha temporaneamente piegato indirizzo e impianto di queste politiche alle necessità imposte dal momento. È naturale. È sempre stato così: l’intervento dello stato in economia l’hanno inventato i romani quando costruivano le strade non solo per farci passare l’esercito, ma anche per far sviluppare il commercio e farsi pagare ghiotti tributi. E i romani non erano socialisti. Questo avviene nel mondo. E da questo si deve partire per una uscita virtuosa dalla crisi viziosa della sinistra europea, perché ha sempre meno senso – e ne avrà ancora meno in futuro – limitarsi al nostro ambito continentale.

    La risposta italiana si chiama Pd: solo Pd. Che è tutto quello che volete (si fa per dire…), tranne l’attuale accolita di ceto politico nutrita da una mortificante logica sommatoria delle diverse istanze. Il Pd è il nome della cultura politica di governo del ventunesimo secolo. Ma per far diventare il PD l’appassionante risposta alla nuova domanda di politica dell’Italia – una domanda di cambiamento – non ci si può limitare a «ridimensionare» il ruolo del blocco generazionale che dal 1994 guida la sinistra italiana. In politica c’è una fisiologia nella permanenza nelle posizioni di potere che l’ingegneria genetica di questo blocco generazionale continua a sfibrare con le sue «tentazione trasformistiche». Allora, basta ruoli di direzione politica: c’è la pesca, figli e nipoti trascurati per troppo tempo, libri da leggere e da scrivere (magari più interessanti di quelli finora prodotti). Voglio essere volgare: si possono ricandidare tutti quanti. Ricandidiamo tutta la trentina di alti dirigenti che fanno parte del coordinamento politico segreto del Pd: un coordinamento nominato dal nuovo Segretario senza nessun atto ufficiale, soprattutto senza il voto di nomina previsto dallo Statuto da parte della Direzione nazionale e non del Segretario (potenza della nuova gestione piacentina!). Ricandidiamoli tutti, ma via dalla stanza dei bottoni. E non si accettano repliche sui giovani che dovrebbero loro farsi spazio da soli in questo Pd. Blair, Schröder e compagnia bella: tutti sono stati messi nelle condizioni di poter competere per ruoli di leadership dai seniors, attraverso intelligenti canali di cooptazione. Come si faceva pure nel PCI. Non raccontiamoci balle. Anche Obama è stato lanciato dalla campagna presidenziale di John Kerry come volto nuovo dell’America contro Bush, con e neocon.

    Ci vuole un atto di ragionevole umiltà o umile ragionevolezza: tutti a casa. E, finalmente, si riaprano le danze.

    Un caro saluto
    Antonio Funiciello

  • caro tommaso di critiche al neoliberismo si nutre tutto il dibattito della sinistra nel senso largo che piace a te a livello internazionale,compresi i liberal americani quali krugman.stigliz etcc.Della subalternità di molta parte del socialismo europeo all’onda apparentemente inarrestabile del neoliberismo degli ultimi 15 anni(salvo il patatrac della crisi attuale)si discute da un pò di tempo anche in italia in ambienti un pò più vasti di quelli bertinottiani(troppo onore a bertinotti!).Ti cito solo per l’italia il libro di berta e quello di biasco,nonchè una infinità di articoli su riviste quali mondo operaio,le ragioni del socialismo e italiani europei nel cui numero 4 del 2009 ti segnalo anche l’editoriale di d’alema.Quanto alle politiche economiche schiettamente liberaldemocratiche che si sarebbero dovute un pò compromettere con lo stato per colpa della crisi,mi pare una lettura talmente di destra da farmi dubitare,se fosse,come temo,molto diffusa nel pd,sulle sorti di questo partito ben al di là del salutare “tutti a casa” che tu invochi per i suoi maggiorenti..

  • ho scritto tommaso,ma volevo dire antonio(funiciello)

  • Caro Funiciello,
    è apprezzabile che tu riconosca il dover ripartire del riformismo in Italia, senonchè tu affermi che “la risposta italiana si chiama PD” creando un immagine di questo partito che non corrisponde alla realtà.
    E’ il PD il partito cui guardano i lavoratori dipendenti, autonomi, professionali, intellettuali, quei ceti cioè che hanno fatto ricca l’Italia ed oggi sono un baluardo contro la crisi? E’ il PD il Partito cui guardano i giovani che hanno idee e vogliono intraprendere e rischiare per affermarsi? è il PD il partito che forte di una solida rappresentanza sociale è in grado di svolgere al meglio la mediazione politica e di governare le istituzioni repubblicane?
    Se guardo nel piccolo recinto di Reggio Emilia non vedo l’immagine del PD che descrivi. Vedo un partito sempre più liofilizzato (anche dopo l’aggregazione dei Margheriti), chiuso in luoghi chiamati circoli, che vivono solo in occasioni elettorali per misurare la forza necessaria alla trattativa tra correnti, unico mezzo di confronto che nulla ha a che vedere con la battaglia delle idee e la nobile arte della mediazione politica.
    Se si vuole veramente ripartire non basta mettere in frigorifero il caminetto bersaniano o la cupola veltroniana che a Reggio E. continua a governare leninisticamente il PD, anche se al Congresso ha raccolto solo il 30% dei consensi.
    Il partito dei riformisti (continuo a preferire “socialdemocratici”) per ripartire ha bisogno di ridefinire il recinto (rappresentanza sociale), le regole (autenticamente democratiche) il progetto (giustizia sociale, diritti, governo del paese) e la leadership (il migliore).

  • Carissimi,
    leggo con interesse le varie discussioni che si stanno intrecciando sul futuro della sinistra, ma non riesco a cogliere nessuna concreta prospettiva per il futuro. E’ apparso in Francia tempo addietro un bel libro di Jean-Paul Brighelli: La fabrique du crétin” per i tipi di Jean-Claude Gawsewitch. Basterebbe leggerlo per capire la crisi della sinistra, non solo italiana, ma europea.
    Non ho la pretesa di essere un politologo, ma se non abbiamo un’idea di società da costruire, ogni dibattito diventa sterile.
    Personalmente ritengo che per riformare la società bisogna riformare la scuola seguendo la lezione del De Sanctis nel suo saggio su Emile Zola.
    Il mondo occidentale ha fatto come Luigi d’Orléans la politica della pancia piena e della testa vuota. A mio modestissimo avviso essere socialisti oggi significa battersi per una scuola che riempia le teste e non lasci nessuno con la pancia troppo vuota facendo fare una dieta salutare a chi ha la pancia troppo piena.
    Cordialmente Rino Tiani

  • molto banalmente evidenzio come tutti avete ragione ma…
    Il vero nodo è forse che la sinistra, storicamente, non è in grado di rinnovarsi ed innovare… LA “colpa” è della “dirigenza” autoreferenziale. La sinistra (e il PD) è lo specchio dell’Italia mediocre che invece essa dovrebbe combattere. Il classico “italiano” dell’immobilismo, del tira a campare, del più furbo, del compromesso, della lotta tra poveri mentre i ricchi… ridono, ecc…
    Evidenza di ciò è proprio il fatto che le critiche al PD provendono “da fuori” o da cui “è dentro” per amore ma non per convinzione. Chi “manovra” (D’Almea docet) continua a non vedere quello che accade, pur di continuare a tener in piedi quello “spazio” fisico (che è la sinistra “geometrica”)e conquistato negli ultimi 50 anni ma senza avere prospettive tant’è che non si capisce ancora la strategia (anche elettorale) del PD. A me pare “comico” che il PD, partito oltre il 30%,sia costretto a rincorrere ora Di Pietro, ora Casini, ora Papero, pur di esprimere un candidato ad una qualsiasi elezione. Ancora più “comico”, e forse sintomatico della crisi” è che la parte forte del PD (i DS) è da uan vita (politica) che non sono in grado di esprimere (o non vogliono, perchè è meglio “manovrare”) un candidato a leader di questo Paese… e ancora più “strano” è che un partito che nasce da “burocrazie” (quelle del PCI/DS e DC/Margherita), quindi con gente abituata a fare vita di partito, non candidati dove è possibile i big (o presunti tali) visto che… sono tutti big che spesso non hanno mai gestito molto (a livello nazionale o locale). Ma non voglio divagare!

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