Gli intellettuali di sinistra nell’era del postmoderno
di Angelo Giubileo
Il significato più corretto del termine intellettuale è forse racchiuso nella locuzione francese di maitre à penser. La figura dell’intellettuale (laico) s’impone nel corso degli ultimi due secoli, in un’epoca di trasformazione, che storicamente definiamo moderna.
In questi giorni è apparso in libreria un saggio di Pierluigi Battista dal titolo I conformisti. L’estinzione degli intellettuali d’Italia. Nel saggio si sostiene la tesi che sia stata la cultura italiana, “con il suo strabismo e i suoi pregiudizi”, a uccidere se stessa con l’arma del conformismo, tipica dell’intellettuale che ha rinunciato da tempo ad esercitare il proprio ruolo di critico libero e indipendente.
Dell’altro ieri è invece un articolo di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato su Il Corriere della sera, sul tema del rapporto tra gli intellettuali di sinistra e la nostalgia per un passato che non ritorna. In breve, lo storico esprime il proprio parere principalmente in ordine alla lettura del saggio del critico e scrittore Alberto Asor Rosa, pubblicato qualche tempo fa da Laterza con il titolo Il grande silenzio.
In proposito, ciò che a me appare più interessante è la considerazione, che nell’articolo viene subito esposta, circa la nostalgia provata dal critico comunista per un mondo che, almeno in Italia, non c’è più perché soppiantato da un “onnivoro presente” che rappresenta “la nostra presente sciagura”. Nella critica alla congerie del tempo presente, non manca l’attacco al sistema “liberal-democratico” e men che meno alla “frammentazione e dispersione prodotte dalla macchina internettiana”.
In effetti, risalgono già a più di due decenni fa le considerazioni di Fredric Jameson circa l’occupazione dello spazio culturale e politico, abbandonato dal moderno, ad opera del post-moderno. Nonostante già il richiamo (1984) di Umberto Eco a che “ogni epoca ha il proprio postmoderno”, Jameson nel celebre saggio dal titolo Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo evidenziava soprattutto la tendenza dell’epoca a una “decostruzione dell’espressione (fino ad un) collasso nella catena significante”. Il postmoderno veniva così descritto come lo spazio culturale prima e politico poi in cui l’esistenza si dà eternamente in relazione al presente. Nesso questo che, a dire il vero, pervade tuttavia l’intera opera del metafisico Emanuele Severino e rimanda, sulla scorta di quanto mutuato da Eco, al pensiero che fu espresso certo già da Parmenide.
Condivido quindi la critica di Galli della Loggia a Asor Rosa, nel senso che è essenzialmente con il presente che la sinistra attuale, in Italia, deve fare i propri conti. Nel 1989, Jameson concludeva: “la nuova arte politica – se in generale è davvero possibile un’arte politica – dovrà attenersi alla verità del postmoderno, vale a dire al suo oggetto fondamentale – lo spazio mondiale del capitalismo multinazionale – e contemporaneamente dovrà aprire una breccia su un nuovo modo finora inimmaginabile di rappresentarlo, in cui noi possiamo cominciare ad afferrare nuovamente il nostro porci come soggetti individuali e collettivi e a riguadagnare una capacità di agire e lottare, che al presente è neutralizzata dalla nostra confusione spaziale e sociale”.
Quanto agli intellettuali e al loro ruolo, nel tempo che fu, all’incirca due secoli orsono, si apprestavano ad essere nella società del tempo i nuovi mentori, spiriti “laici” pronti a sostituire i ministri del culto di epoca pre-rivoluzionaria. Oggi, nell’era di internet, direi che questo ruolo è divenuto in pratica accessibile a tutti e, credo, davvero poco importa che, a quanto sembra a giudizio di tanti a sinistra, decadenza e degrado morale siano intese viceversa come il prodotto della dispersione “di” internet. Intelligenti pauca.

Corro il rischio di passare per “bastian contrario”, ma questi attacchi al “conformismo degli intellettuali italiani” mi appaiono un pò fuori tempo massimo ed anche indirettamente viziati dalla “nouvelle vague” dell’era berlusconiana per la serie “quando sento parlare di Cultura tiro fuori la pistola” oppure “intellettuale=komunista”.
Questo per dire che il saggio-pamphlet di Pierluigi Battista, non so perché, mi è sembrato fin da subito, già dal titolo, un “istant-book” da piazzare sull’ormai “pronto” mercato italiota.
Beninteso, certi “birignao” di una Sinistra comunista-egemonica, “pseudo intellettual-organico-militante” e salottiera da “thé alle cinque” o da “simposio su Mavx e Lenin sul bovdo della raduva della tenuta di Capalbio” facevano torcere le budella anche ieri….ma non è da meno il qualunquismo beota e pecoreccio dell’oggi, unito all’analfabetismo di ritorno ed alla storica ed ormai esaltatissima pratica della prostrazione al Principe del momento ed ai suoi “gusti”.
La realtà è che questo Paese raramente ha posseduto degli intellettuali “maitre a’ penser” degni di tal definizione (come i grandi artisti, quasi sempre ignorati o isolati in vita per poi essere ipocritamente esaltati, strumentalizzati o presi impropriamente alla lettera “post mortem”), il resto è stato ed è tuttora storia di pura cortigianeria più o meno colta.
Tanto per riferirsi a qualche nome citato, gli stessi Galli Della Loggia e Flores D’Arcais (oggi non propriamente assimilabili – a voler essere buoni – ma ieri entrambi omogenei e proni al “nuovo corso craxiano”) offrono un esaustivo esempio di quanto osservo.
Direi di passare oltre e di inscrivere il capitolo “pseudo intellettuali italiani” nella più ampia e triste storia della decandenza italica.
Se non cambia sul serio l’aria “antropologica” sulle nostre terre difficilmente potremo ri-incontrare dei veri “maestri di pensiero”.