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Internet sì, internet no. Scontro USA-Cina

Sono passati più di dieci anni da quando la rete rappresentava un oggetto misterioso e anche il “mito della frontiera” di quella new economy che molti declinavano anche in net economy. Le connessioni e i computer erano più lenti di adesso, eppure tutti conquistavano una o più caselle di posta elettronica, si diffondevano a macchia d’olio i siti commerciali e anche i primi siti personali (geocities, la prima comunità virtuale, venne anni luce prima dei blog e di facebook).

Era un mondo in grande fermento e “selvaggio”, nel senso che le leggi che lo regolavano erano poche, incerte e di difficile applicazione. In quel mondo sperimentale giravano dollari con cifre spesso spropositate rispetto agli investimenti iniziali. E come tutte le epoche, aveva il suo dualismo. La scelta tra Beatles e Rolling Stones, tra Pelé e Maradona, negli anni ‘90 era tra i browser Internet Explorer (arrivato con qualche polemica fino ai giorni nostri) e Netscape Navigator (l’ultimo rampollo della sua discendenza è l’open-source Firefox, che ormai è un lontanissimo parente). L’età dell’oro finì per sempre quando, complici connessioni più performanti, i naviganti iniziarono a scambiarsi materiale protetto da copyright. Musica, inizialmente: qualcuno ricorderà il celebre caso dei Metallica e di Napster, chiusosi nel 2001 con un accordo.

Da allora crebbe esponenzialmente l’attenzione verso i “pericoli” del web: dallo scambio di informazioni riservate alle violazioni della privacy, dal terrorismo alla pedopornografia, passando per la diffusione massiccia di musica e di film reperibili gratuitamente nelle tante maglie della grande rete.

Di qualche mese fa la decisione del governo francese di bloccare la rete a chi ne abusa per risparmiare su cinema e musica, così come risale all’estate scorsa il braccio di ferro tra la giustizia svedese e il sito Pirate Bay. Chiuso la mattina, riaperto la sera. Business as usual.

Business, perchè nella polemica cino-statunitense la libertà di parola e di informazione c’entra fino a un certo punto. In realtà la questione è più complessa della possibilità di reperire e scambiare notizie in rete. La questione è, anche, economica. Riguarda il braccio di ferro tra due potenze dell’economia mondiale: da un lato la Cina e dall’altro Google.

La Cina, che si sta affermando nel campo dell’hi-tech sempre più come produttrice di prodotti per l’area asiatica (Giappone escluso) oltre che come assemblatore/costruttore dei prodotti destinati al mercato occidentale, non ha particolare interesse a cedere la parte forse economicamente più vantaggiosa, la navigazione e i servizi correlati, al colosso di Mountain View.

Si tratta di cifre consistenti e con la prospettiva di crescere in fretta, al pari con la diffusione di internet e con l’alfabetizzazione informatica delle zone asiatiche che, a differenza delle grandi metropoli cinesi e coreane, sono ancora escluse o quasi. Un business che riguarda decine di milioni di persone e che riguarda computer, telefonia e pubblicità.

In quest’ottica, forse più disincantata rispetto al dibattito che ha fatto seguito alle dichiarazioni della Clinton, la questione dei diritti umani rimane sullo sfondo rispetto a una politica protezionista. Resta da capire se il protezionismo è compatibile con la diffusione del web e, soprattutto, se una manovra economica, per quanto motivata e comprensibile, possa giustificare un massiccio ricorso a censure o oscuramenti.

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