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Brevemente il processo breve

di Luca Falcone

Per ora siamo di fronte all’ennesima legge ad personam spacciata per una riforma del processo penale. Una soluzione sbagliata. Mossa col chiaro obiettivo di fermare la macchina processuale che sta per esaminare alcune condotte del nostro Premier.

Il metodo è sempre lo stesso. Escogitare un sistema che blocchi il processo che vede come imputato Silvio Berlusconi e poi, intorno a questo, costruire una norma che nella sua generalità produce un mare di problemi. In un settore, la giustizia, che nel nostro paese non scoppia di salute.

La maggioranza di centrodestra è impegnata da un po’ di tempo a spiegare al Paese che questo procedimento è sacrosanto perché in Italia i processi hanno tempi biblici. Conclusione impeccabile. Peccato che la premessa – approviamo il “processo breve” e d’incanto i processi s’accorceranno – è una della quelle fiabe a cui non crederebbero neanche i bambini.

Sarebbe troppo facile e troppo bello se bastasse una legge per stabilire quale debba essere il limite massimo per la durata dei processi. Non credo che esista una norma del genere in qualche altro paese.

Non che il principio non sia giusto. La ragionevole durata è sancita anche nella nostra Carta costituzionale. L’unica cosa è che nella situazione attuale – come hanno spiegato fior di avvocati e di magistrati – non è quello lo strumento che serve per diminuire i tempi processuali che, spesso e volentieri, soprattutto nelle cause che contano, solo artatamente allunganti dagli stessi avvocati alla ricerca della prescrizione.

La norma approvata non piace a molti nella stessa maggioranza. A conferma di questo sono arrivate stamani le parole di Fini – che ha rassicurato tutti annunciando delle modifiche al testo alla Camera. C’è poi, secondo quanto riportano i giornali, l’accordo raggiunto ieri tra lo stesso Presidente Fini e Berlusconi per cui la norma sul “processo breve” finirà nei cestini della Camera. Mentre arriverà entro fine febbraio l’approvazione del testo sul “legittimo impedimento”.

Il provvedimento ripropone la questione grave di un Presidente del Consiglio che utilizza lo strumento legislativo per interrompere l’accertamento giudiziario nei suoi confronti.

Vecchia storia che va avanti da ormai un quindicennio. Da un lato Silvio Berlusconi e la sua maggioranza che lamenta una sorta di persecuzione personale da parte della magistratura. Per questo ritiene di dover trovare un modo – quale che sia – per evitare che la magistratura con una condanna penale lo delegittimi agli occhi del Paese e non solo.

Il nodo scoperto è sempre quello. La questione aperta nel biennio 1992-1993 (e non ancora risolta) di quali debbano essere i rapporti e i limiti tra i poteri dello Stato. In particolare tra l’esecutivo (ma anche il legislativo) e il giudiziario.

Le solite, quindi. Il sistema politico si sente debole e sottoricatto della magistratura. Dall’altro i giudici che, forti della loro indipendenza (e impunità), vanno avanti nel loro lavoro e ritengono (a ragione stando questo quadro costituzionale) che non ci siano e non ci debbano essere dei limiti e degli intralci alla loro azione.

L’ostaggio di questo scontro non sanato è il Paese. Bloccato da un governo che vede il Presidente del Consiglio che passa la maggior parte del suo tempo a cercare una soluzione ai suoi processi. E da una maggioranza che vota a mani basse e senza lamentarsi, una dopo l’altra, le varie leggi che i geniali legulei vicino al Premier escogitano come possibili soluzioni. Tranne poi incappare nella solita, infingarda, questione di costituzionalità che annulla tutto e riporta la macchina dell’esecutivo alla casella del via. Pronta a sbagliare di nuovo.


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