
Il gesto aggressivo di un folle verificatosi il 15 dicembre 2009, a Milano in Piazza Duomo, su cui si sono scritte migliaia di righe, alcune utili e molte inutili, ha prodotto un fatto politico che va rilevato: è cambiata la direzione del vento che incalzava il presidente del Consiglio. Il quale, con indubbia abilità mediatica, ha dato l’avvio a una campagna incentrata sull’odio come cifra politica dei suoi avversari. Una discussione, sull’odio e l’amore, che non so chi appassioni, ma non credo che possa svelenire il clima politico. Infatti la discussione ha posto un altro quesito: chi semina odio? Chi ha cominciato? Il Cavaliere o i suoi avversari? E chi, fra i suoi avversari? La verità è che questo clima mette ancora una volta in evidenza una crisi di sistema che si trascina da vent’anni. È possibile parlare di “transizione” quando i tempi di questa sono uguali (vent’anni) a quelli del periodo fascista?
Il problema, si dice, è la presenza nella scena politica di Silvio Berlusconi e del suo partito populista e personale. È vero, ma la domanda ne sollecita un’altra: perché, al timone del Paese c’è ancora Berlusconi e il suo partito? Il centrosinistra ha vinto, con Prodi, due volte le elezioni politiche e due volte non ha portato a termine il mandato datogli dagli elettori. Anche il ribaltone, con Dini nel 1995, non ha avuto un esito positivo. E nella legislatura 1996-2001 il centrosinistra ha sperimentato tre presidenze, Prodi, D’Alema, Amato e all’appuntamento elettorale non ha presentato nessuno dei tre: Veltroni inventò la candidatura di Rutelli e si candidò sindaco di Roma. In questo contesto perché stupirsi che il Cavaliere resti a cavallo.
Il fatto che oggi una parte del centrosinistra pensi che l’unica strada per abbattere la statua equestre di Arcore sia quella giudiziaria, dice tutto sulla crisi politica dell’opposizione. A questo punto una domanda si impone: senza il Cavaliere il centrosinistra vincerebbe? Il centrodestra è solo il potere, i mezzi di comunicazione e il denaro di Berlusconi? Non è così.
In questi vent’anni interessi forti e meno forti, centri di potere nazionale e internazionale, riconducibili ai processi economici e sociali che hanno attraversato il mondo, hanno ridefinito i blocchi sociali e politici. La mutazione politico-culturale nel Nord e nel Sud, nei centri in cui vive il popolo lavoratore, è profonda: l’immigrazione, il transito sociale dal lavoro subordinato a quello autonomo, la “cultura” televisiva, l’irrompere dell’individualismo e l’assenza di ogni richiamo forte agli interessi collettivi, generali, hanno trasformato la società. Le manifestazioni delle Lega di Bossi con i suoi slogan, gli atti delle sue amministrazioni locali, le iniziative dei suoi ministri avallate da Berlusconi, esprimono ormai una realtà.
L’egemonia della subcultura leghista in zone vitali del Paese segnala la sconfitta della sinistra e anche di quella parte di mondo cattolico che aveva operato per un’emancipazione politica di quella larga parte di popolo che nel Veneto e nelle valli lombarde seguiva la Chiesa. E nel Sud la depressione sociale e politica è tale da provocare solo rassegnazione e trasformismo.
In questo quadro i discorsi che si fanno sul ruolo del Pd, sugli inciuci, sull’opposizione intransigente o disponibile, sono pura evasione dalla realtà.
La prima riforma a cui Bersani dovrebbe mettere mano è quella del suo partito, per fare di un aggregato informe qual è oggi il Pd, un partito vero, in grado di utilizzare i mezzi più moderni di comunicazione e aggregazione, ma anche, sì anche, capace di parlare direttamente, umanamente con le persone. Prendere atto che in una parte importante del Paese il Pd è minoranza, non solo nelle elezioni, ma nella quotidiana organizzazione delle comunità, significa animare una battaglia politico-culturale a cui tanti giovani potranno appassionarsi. Se l’indignazione di una minoranza non trova la politica per esprimersi non solo sul piano morale, tutto si esaurisce nella lettura di un articolo di Repubblica. Saprà Bersani costruire un gruppo dirigente che, su questo terreno, vuole riaprire un nuovo capitolo delle travagliate vicende della sinistra italiana e di quei cattolici che con la sinistra hanno intrecciato un rapporto antico o nuovo? Io non lo so ancora.
P.S. Staino e il suo “Tango” sono parte del patrimonio politicoculturale dell’Unità, della mia memoria e dei miei affetti più cari. Ma sono anche patrimonio del socialismo e la collaborazione di Sergio ci aiuterà a riproporne le ragioni. Grazie


















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