Saldi di stagione: parte la svendita dei beni dello Stato
di Fulvio Tudisco
Le feste sono appena finite e si sa che nel periodo natalizio, tra un panettone e un regalo, gli italiani non hanno molto tempo per porre attenzione alle attività legislative del governo. Accade così che nel più totale disinteresse pubblico, alla vigilia di Natale, il Consiglio dei Ministri ha varato un decreto legislativo, il così detto “federalismo demaniale”, che si prefigura come il più imponente e sgangherato intervento legislativo in materia di beni pubblici della storia repubblicana.
Ma vediamo da vicino di cosa parlano i sette articoli del provvedimento presentato dal ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli. Innanzitutto il decreto stabilisce che in nome della semplificazione e della valorizzazione, il governo possa cedere a Province, Regioni, Comuni e Aree metropolitane pezzi del proprio patrimonio demaniale quali vecchie caserme, castelli, palazzi d’epoca e spiagge ma anche beni sottoposti a vincolo storico, artistico e ambientale, purché non di rilevanza nazionale. Intenzioni nobili, dunque, ma che nascondono non poche contraddizioni. Innanzitutto quali saranno i beni che potranno essere dati agli enti locali? E con quale criterio verrà stabilito se un determinato bene artistico è di interesse nazionale o locale? Per adesso non si sa. In Campania potrebbero diventare proprietà della Regione strutture, ad esempio, come la Reggia di Caserta e parti della costiera amalfitana. Se il decreto venisse convertito in legge ci troveremmo quindi di fronte ad una contraddizione di non poco conto. Beni che secondo l’Onu appartengono al mondo intero, per la legge italiana non sarebbero di interesse nazionale ma soltanto di interesse locale e come tale alla loro tutela dovrebbero interessarsi soltanto i cittadini campani. Al nord, invece, il federalismo demaniale potrebbe portare a far considerare l’Arena di Verona parte integrante del territorio, quindi appannaggio dei soli cittadini veneti cui spetterebbe di valorizzarla in quanto espressione della “loro” storia.
Ovviamente si tratta di casi limite, ma quello che non convince di questo decreto natalizio è proprio il principio ispiratore. Più che federalismo demaniale si potrebbe parlare di una vera e propria secessione demaniale, per cui la storia del nostro paese non sarebbe costituita da tutto il patrimonio nazionale ma semplicemente composta da pezzi diversi. Sarebbe un po’ come se in Spagna fosse stabilito che i palazzi moreschi di Granata non appartengono a tutto il paese in quanto soltanto in Adalusia c’è stata una lunga dominazione araba.
Ma pur volendo sorvolare sul principio ispiratore, il decreto fa acqua da tutte le parti. Infatti, pur se non si può negare che esistono non pochi problemi legati all’eccessiva complessità delle attribuzioni di competenze tra enti locali e nazionali, la cessione dei beni difficilmente potrà veramente risolvere i problemi legati alla gestione del nostro patrimonio. Il decreto legislativo afferma che Regioni e Province potranno disporre del bene soltanto se dimostreranno, con la pubblicazione sui loro siti internet, di avere una precisa strategia di valorizzazione e un budget sufficiente al mantenimento delle strutture.
A questo punto risulta molto improbabile che gli enti locali, sempre più indebitati e in carenza cronica di fondi, possano permettersi di sostenere nei propri bilanci ulteriori enormi spese. Ma il ministro Calderoli, in barba alle tante promesse fatte in campagna elettorale, ha pensato anche a questo. Il primo articolo del provvedimento consente agli enti locali di creare delle tasse ad hoc per far fronte alle nuove esigenze, cosa che certamente non sarà molto gradita ai cittadini già oberati da un notevole carico fiscale. Ma niente paura, anche in questo caso il ministro ha pensato ad una soluzione. Il decreto prevede che le nuove ipotetiche tasse dovranno essere restituite ai cittadini nel caso in cui l’opera non partisse entro due anni, cosa che, per i beni sottoposti a vincoli, sarà praticamente la regola, anche perché nel decreto legislativo non c’è nessuna menzione di quali saranno gli ipotetici enti tecnici che dovranno approvare o promuovere i progetti.
Insomma, vista l’enorme patata bollente che il governo si prepara a lanciare sugli enti locali, non è difficile immaginare che ben poco successo avrà il federalismo demaniale e che poche Regioni si assumeranno un onere così gravoso. Ma scorrendo gli articoli del decreto legislativo si scopre anche un’ulteriore postilla forse ancora più pericolosa delle altre: accanto agli enti locali lo stato può attribuire beni immobili anche a fondi immobiliari sottoscritti “da persone fisiche, persone giuridiche e altri enti privati”. Praticamente laddove gli enti locali non possono intervenire, si regaleranno beni demaniali ad enti privati in nome della semplificazione e della razionalizzazione. Si potrebbe obbiettare che un ipotetico intervento privato potrebbe garantire una migliore gestione dei beni come accade già, ad esempio, per le spiagge in concessione. Peccato che il decreto si affretti ad affermare che il patrimonio potrà “essere valorizzato in altri modi”. Ovviamente in tutto il testo non c’è nessuna specificazione di cosa si intende “per altri modi” e questa vaghezza, vista la materia delicatissima appare quanto mai sospetta. In mancanza di disposizioni certe, chi può assicurare che la cessione gratuita di pezzi del patrimonio non favorirà speculatori e gruppi d’interesse?
Insomma, al di là dei buoni propositi, quello che risulta evidente è che il decreto così com’è, lungi dal semplificare, ingarbuglia ancora di più una situazione già molto ingarbugliata. Speriamo solo che dietro questo caos non si nasconda in realtà la più grande apertura della stagione dei saldi della storia repubblicana. In questo caso sì che ci sarebbe una bella semplificazione.
