To free or not to free. I Tory, il Labour e la british education
di Simona Bonfante (blog)
Education, education, education. Anzi, free education, free education, free education.
Tre governi Labour, un sacco di soldi, obiettivi ambiziosi, risultati – pare – non adeguati alle aspettative. Lo dicono i Tory, lo ribadisce la CBI, la confindustria british, lo evidenziano i dati secondo cui in alcune aree depresse del paese il 90% degli studenti non raggiunge gli standard minimi.
E questo – sostengono gli antigovernativi – dimostra che la politica Labour ha fallito. Che i soldi spesi sono stati sprecati. Che le opportunità non sono aumentate. Che il gap rimane. E il gap è tra chi è ricco e chi no. Ovvero tra chi può permettersi di mandare i figli in una scuola privata e chi invece è costretto a mandarli nella scuola sotto casa dove, nonostante il popò di risorse investite, si continua a sfornare ignoranti destinati ad un parcheggio a tempo indeterminato fuori dal mercato del lavoro.
Ovviamente quella dei Tory è un’esagerazione: la media nazionale dice che nel 47.8% dei casi gli standard sono raggiunti. Ma è vero che nelle località sfigate le performance vanno parecchio più giù. E ci sarà pure un perché.
E allora che ti propone lo shadow minister per i minori, il tory Michael Gove? Le free school, una via di mezzo tra le scuole private svedesi e le accademie americane. Scuole cioè in cui lo studente costruisce il suo piano di studi, scegliendo tra le materie offerte in piena autonomia dall’istituto.
Chi può aprire una free school? Chiunque. Genitori e insegnanti, associazioni e organismi no profit.
Chi paga? Lo stato.
Chi garantisce che l’operazione funzioni, nel senso che serva realmente ad elevare gli standard? Nessuno. Come nessuno, ovviamente, può garantire che il free system agevoli proprio i meno avvantaggiati. E basta poco per osservare che le perplessità non sono certo infondate. Per dire, appare difficile che una free school fica si metta in un quartiere sfigato dove, appunto, rischierebbe di calamitare solo sfiga, degrado, povertà. Nello stesso tempo pare poco probabile anche che pur di andare in una scuola fica un ragazzino sfigato possa permettersi ogni giorno un attraversamento metropolitano di largo raggio. Infatti per lo più gli studenti delle scuole primarie vanno a scuola nel loro quartiere. Ovvero in una scuola sfigata.
Ciò detto, il problema del gap rimane. E non è – sia chiaro – un problema solo britannico.
In Italia siamo messi peggio di loro. È solo che da noi il capitolo educazione non prende, come non prende quello della disparità delle opportunità. O meglio, prende ma nella più ideologica e corporativa delle maniere finendo con il premiare la conservazione. Ovvero la difesa dell’aberrante status quo.
Education, education, education, diceva Blair quasi tre lustri fa. Education, education, education dicono i Tory oggi, con l’apposizione di un “free” che qualcosa nella sostanza della scuola pubblica si prefigge di cambiare. E – strabiliante ma vero – nessuno, neppure a sinistra, si azzarda a bollare la suggestione conservative come un attentato alla democrazia, una clava posh sulla giustizia sociale, un suicidio assistito del valore dell’eguaglianza, una crocifissione del diritto universale allo studio… Macché! In Uk, anzi, il dibattito è entrato subito nel merito poiché i dati son dati. E pure gli obiettivi sono obiettivi. E se l’obiettivo è colmare il gap, la sola discussione da fare è su quale sia la ricetta migliore per raggiungerlo.
