Viaggio nei teatri romani (parte seconda)
“C’è una volontà precisa di uccidere la memoria”. Pippo Di Marca è da 37 anni direttore del Metateatro, una delle cantine in cui è nato il teatro di ricerca negli anni ‘70. Nel suo spazio sono passati grandi personaggi dell’avanguardia teatrale dell’epoca, quelli della “nuova onda” negli anni 90 e del 2000. Ma le istituzioni fanno ben poco per difendere spazi storici come il suo.
Che cosa connota le cantine da cui sono usciti i maggiori rappresentanti del teatro contemporaneo come Carmelo Bene e Leo De Berardinis, per citarne qualcuno, e le differenzia dagli altri teatri?
Intanto bisogna dire che gli spazi piccoli non sono tutti uguali. Calcoli che Roma è la città in assoluto in tutta Europa che vanta più spazi piccoli che teatri grandi. Questa è la nostra creatività. Tra gli spazi “non ufficiali” ci sono anche le cantine, ovvero quei teatri che continuano ad avere quel significato poetico-politico degli anni 60, la cui valenza politica era andare contro qualcosa, come faceva Carmelo. Le cantine sono luoghi dove ogni artista che entra connota lo spazio, lo modifica. Negli anni 60 qui, per la prima volta, si affermava la necessità di entrare a contatto con lo spettatore, non c’era più la separazione dei teatri ufficiali.
Esiste ancora questo tipo di spazio?
Le cantine di oggi sono i centri sociali: luoghi dove nasce una modalità nuova per creare la propria dimensione, dove lasciare libera l’immaginazione. Negli anni 90 questo avveniva negli spazi dove si faceva musica, spazi di aggregazione. Per tutto quel periodo sembrava che la ricerca teatrale fosse morta poi, ricordo che era il 1997, improvvisamente scoprimmo – grazie ad un osservatorio sulla materia- che c’erano 500 compagnie “invisibili”. Fu come se qualcosa si fosse fermato e poi avesse ripreso il filo dagli anni precedenti.
Qual è l’appoggio dato dalle istituzioni?
La compagnia prende delle sovvenzioni statali che reinvestiamo nello spazio e qualcosa dalla Regione e dal Comune. Loro preferiscono dare dei contributi economici che risolvere i veri problemi di spazi storici e stiamo parlando di luoghi che hanno svolto un lavoro da teatro pubblico. Quando mi hanno sfrattato da via Mameli (il teatro ha avuto varie sedi: via Sora, Via Mameli, la Casa delle culture e l’attuale a via Natale del Grande ndr) mi sono depresso per due anni e non volevo più stare appeso alla politica. C’è, infatti, una volontà precisa di distruggere la memoria distruggendo i luoghi di questa memoria che è proprio della politica di Berlusconi. Ci considerano dei covi dove non c’è possibilità di controllo anche perchè non hanno gli strumenti per capirne lo spirito. Nello specifico a Roma con le giunte precedenti c’era una tolleranza sempre meno convinta, ora con Alemanno la situazione è chiarissima. Ma è una paura che non paga né a livello di immagine, né a livello di voti.
Ne vale ancora la pena?
Certo ci dovrebbe essere una politica culturale per cui determinati spazi vengano riconosciuti come laboratori di arti sceniche e affidati a degli artisti. Un luogo dove essere totalmente liberi, ma questo è difficile che avvenga. In ogni caso se dovesse chiudere anche questo teatro, io ne aprirerei un altro ancora più piccolo: lo spirito non si può assassinare.
