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[recensione] dentro le vele

di Fulvio Tudisco

stabile-web-200x300Dentro le vele: il racconto della criminalità attraverso lo sguardo di un poliziotto

(Lorenzo Stabile, Dentro le vele, Marotta & Cafiero editori, 2009)

Esistono tanti modi di raccontare Scampia, tanti modi di rivelare la vita e i problemi di questo disagiato quartiere della periferia napoletana costretto a convivere da anni con le sue storie di quotidiana criminalità. Uno dei più comuni è interessarsi ai suoi problemi soltanto quando succedono i fatti di sangue, immaginando che la camorra sia soltanto quella che all’improvviso spara e poi sparisce. Ciò è successo tra il 2004 e il 2005  quando la fazione dei cosiddetti ‘’scissionisti” e il potente clan Di Lauro hanno dato vita ad una feroce faida per il controllo del lucroso commercio della droga. In quel periodo il quartiere delle vele, pressappoco sconosciuto al di fuori dei confini metropolitani, è diventato famoso all’Italia intera. All’improvviso: Scampia, Napoli, camorra.  Le pagine di tutti i giornali e i servizi dei telegiornali si sono riempite di immagini,ricostruzioni, storie e studi, spesso fatti con poca cognizione di causa ed interessati soprattutto alla spettacolarizzazione del fenomeno. Ma quando l’interesse mediatico si è inevitabilmente spento per  mancanza di altri fatti eclatanti, anche su Scampia è calato, lento e inesorabile, il silenzio ed il quartiere è ritornato nel suo agghiacciante anonimato. Tanto è vero che oggi giorno è pressappoco impossibile, a meno che non si tratti di omicidi, trovare un accenno alla camorra o alla quotidiana lotta contro la criminalità delle tante persone oneste che vivono a Scampia.

Il libro “Dentro le vele”, di Lorenzo Stabile sembra iniziare proprio da qui, da quando cioè le luci dei riflettori si sono spente e la camorra ha iniziato indisturbata a controllare di nuovo questo vasto territorio dello stato. Lorenzo Stabile è un “sbirro”, un ispettore capo della squadra di Polizia Investigativa del Commissariato di Scampia. Il suo racconto si dipana proprio partendo dal punto di osservazione particolare di chi c’era durante la faida e continua ad esserci tuttora.

La  “sua” Scampia è quella della violenza quotidiana, degli apparentemente piccoli episodi di illegalità e sopraffazione, del degrado di un quartiere dove non c’è nulla: “né negozi, né mercati rionali, niente che possa ospitare manifestazioni di qualsiasi natura”. Storie raccontate con un linguaggio asciutto, scevro da ogni retorica o commento, che parlano di quella sovversione di valori che costituisce la vera forza della criminalità organizzata. Un mondo capovolto dove i familiari chiamano a raccolta i bambini per far assistere all’arresto del padre quasi come se fosse uno spettacolo di cui andare fieri, un prezioso insegnamento da tramandare da padre e figlio (“Il saluto dei bambini”). Un modo dove la manovalanza non “ha la faccia segnata da cicatrici e la pistola sotto il giubbotto borchiato” ma l’aspetto di uomini anonimi, grigi e di mezza età, pronti ad accampare mille scuse al momento dell’arresto (“Tutto in un giorno”). Un mondo dove il luogo dello spaccio assomiglia ad un ufficio postale, con drogati rigorosamente incolonnati in lunghe file delimitate da transenne.

Le storie di Stabile, con la loro crudele banalità, sembrano tirare in ballo direttamente la coscienza dei lettori. La coscienza di chi si fa prendere da stereotipi o da suggestioni letterarie, cosa sempre pericolosa quando si parla di mafie, e immagina che Scampia sia un corpo estraneo in uno stato di diritto, un luogo abitato da gente irrecuperabile, condannando con tale disinteresse mascherato da interesse questo quartiere al suo triste destino.

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