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[speciale Tobagi] Adesso si dissolve il mito della colonna imprendibile

Walter_TobagiCon lo scopo di intraprendere una riflessione sulla figura di Walter Tobagi e sul contesto professionale e politico dei mesi precedenti il suo assassinio, riproponiamo un articolo scritto da Tobagi e pubblicato sul Corriere della Sera del 28 marzo 1980.

Adesso si dissolve il mito della colonna imprendibile

di Walter Tobagi

E così il mito dell’imprendibile colonna genovese, il nucleo d’acciaio delle Brigate rosse, ha subito un colpo durissimo. E l’ha subito in quella strada di Oregina dove un commando aveva teso l’agguato a Guido Rossa, il sindacalista dell’Italsider che osò denunciare Francesco Berardi, postino in fabbrica delle Br. Non tutto si può ridurre a simbologia, ma non si può nemmeno sfuggire alle coincidenze, ancora una volta impressionanti.

La mattina del 24 gennaio ’79, i killer di Guido Rossa si dileguarono nel nulla, come fantasmi capaci di passare inosservati. Erano le sette, a quell’ora centinaia di persone dovevano uscire di casa. Come riuscirono a sparire inosservati? Oggi prende corpo un dubbio: e se, ucciso Rossa, il commando avesse percorso il sentiero stretto, quasi una scaletta in mezzo ai cespugli dei giardinetti, che separa il posto dell’agguato dal palazzo di via Fracchia dove si è scoperta la base brigatista? Ieri mattina la vedova di Rossa, Silvia, si è affacciata al balcone, scrutando l’altro palazzo presidiato in forze dai carabinieri. Ci saranno cinquanta metri di distanza. E attorno a questo spazio angusto una specie di triangolo maledetto tra le case di Oregina, ruota il dramma e il mistero più impenetrabile.

L’uccisione di Rossa e la tragedia parallela di Berardi sono un riferimento obbligato. Tant’è che i brigatisti genovesi hanno intitolato proprio a Francesco Berardi, nome di battaglia «Cesare», la propria colonna. E l’hanno fatto all’indomani del suicidio (24 ottobre scorso), dentro il carcere di Cuneo, di quell’uomo spavaldo e un po’ troppo facilone diventato propagandista e informatore dei clandestini. E della «colonna Berardi» s’è parlato, in questi mesi, come di una avanguardia impegnata anche sulla «linea d’annientamento» teorizzata dalle Brigate rosse in autunno.

Che cosa sia la strategia d’annientamento, s’è visto a Genova il 21 novembre dell’anno scorso: due carabinieri uccisi al bar «Angelo» di Sampierdarena. E s’è rivisto il 26 gennaio, con l’agguato al colonnello Tuttobene. Per dimostrare la loro efficienza, poi, i brigatisti hanno sviluppato altre iniziative «politiche»: auto bruciate a dirigenti delle grandi fabbriche, volantini all’interno del porto. Lunedì avevano teso l’agguato al professor Moretti, un attentato-spettacolo all’interno dell’università.

Quel che è successo l’altra notte, in fondo, alla gente appare come il contrapposto inevitabile di questo stillicidio di sangue. Nella latteria all’angolo di via Fracchia, una signora tranquilla e sorridente, modesto cappotto rosso commentava con due amiche: «Mi sarebbe dispiaciuto se fosse morto il carabiniere. Per gli altri no». È come se perfino un sentimento di pietà non possa più trovar spazio; ed è la conseguenza più avvilente di quella strategia perversa che ha voluto puntare sulla lotta armata.

A leggere il comunicato scritto ieri dal consiglio di fabbrica dell’Italsider, lo stabilimento di Rossa, si coglie questo senso di sgomento: «La strategia della violenza e del terrorismo non può avere come epilogo altro che il macabro stroncare delle vite umane». E poi, l’organismo sindacale conferma «tutta la sua solidarietà alle forze dell’ordine»: insiste sulla scoperta del covo «nelle vicinanze dell’abitazione dove è stato assassinato Rossa», e «rileva l’importanza di tale scoperta che segna per la prima volta a Genova una svolta che può rivelarsi determinante nella lotta contro il terrorismo». La dimensione della «svolta» è difficile da valutare. Certo, il mito dell’imprendibile brigatista genovese, che colpisce ma non può essere mai scoperto, comincia a dissolversi; ma è arduo fare ragionamenti sino a quando non si conosceranno nomi e dettagli. Se qualcuno non credeva ancora che il terrorismo può celarsi dietro porte insospettabili, adesso dovrà cambiare idea. E dovrà riflettere anche su quello schedario da tremila nomi trovato nell’appartamento: riprova del gran numero di persone, di «obiettivi», che il partito armato tiene sotto controllo. Resta da vedere, adesso se l’irruzione alle quattro di notte – l’ora degli agguati e dei tradimenti – ha colpito un centro nevralgico o soltanto una base d’appoggio del terrorismo.

L’altra «svolta» riguarda la decisione con cui sono intervenuti i carabinieri, troppe volte negli ultimi mesi vittime designate degli agguati più brutali. Poco si sa di come si sia sviluppata l’operazione; comunque risulta chiaro il massiccio spiegamento di forze e l’impiego di nuovi mezzi anti-guerriglia. È il caso del «casco integrale» che si è aggiunto ai corpetti antiproiettile. Come dire: alla sfida sul terreno delle armi, si risponde con lo studio di nuove tecniche che mirano a garantire non solo l’efficienza, ma anche la sicurezza degli uomini in divisa. Nel Medioevo prossimo venturo dovremo abituarci anche a queste visioni, con l’incrocio tra vecchi elmi e fantascientifici Ufo Robot. E sarà difficile sfuggire a questa logica della «militarizzazione», innescata dal crescendo terroristico. Fra la gente raccolta in via Fracchia, c’era qualcuno che diceva: «Se li avessero arrestati, i brigatisti avrebbero potuto parlare come Fioroni». Ma c’erano altri, e più numerosi, che ribattevano: «È la paura che può indurre qualcuno a rompere il cerchio dell’omertà».

I frutti prodotti dal fascino malefico della clandestinità sono un seme che avvelena e angustia, ormai, l’intera società. È una paura diffusa, un terrore istintivo; la paura e il terrore di chi non vorrebbe immischiarsi in queste faccende, ma teme di trovarcisi in mezzo per banale fatalità. È la paura, il terrore per cui qualche famiglia di Oregina, in questi giorni si rifiutava di aprire la porta persino al prete che passava a benedire le case; e poi correva a scusarsi quando scopriva dai vicini che quell’uomo in tonaca era davvero un sacerdote.

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