LeRagioni.it

[72]Ora c'è Bersani

Alle primarie indette dal Pd ha votato tanta gente, più di tre milioni. Un fenomeno che si era già verificato con la coalizione prodiana, l’Unione (c’erano i Ds, Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti italiani, Udeur ecc.) e successivamente quando Veltroni fu incoronato leader del nascituro Pd. Le primarie dei giorni scorsi hanno in definitiva confermato l’esito dei congressi del Pd: Bersani è il nuovo segretario e a lui facciamo auguri vivissimi per il suo lavoro. Difficile lavoro. La nostra rivista ha criticato il sistema elettorale adottato dallo statuto del Pd, in modo particolare il ricorso alle primarie al fine di confermare o rovesciare le decisioni adottate dagli iscritti al partito. La domanda, che abbiamo già fatto, cosa contano nel Pd gli iscritti, resta valida. Se in un partito chi prende la tessera non può decidere nulla sulle scelte politiche e sui gruppi dirigenti, perché iscriversi? A Radio anch’io, un esponente del Pd (franceschiniano) ha detto che gli iscritti servono a tenere aperto il circolo, a propagandare le posizioni del partito, a fare la festa dell’Unità. Punto. Insomma gli iscritti servono a fare le frittelle nelle feste, a distribuire volantini, ad essere presenti nelle manifestazioni e cose simili. Decisioni nessuna. Questa concezione, populista e aristocratica al tempo stesso, va respinta e combattuta. Se le cose stanno così, è più onesto fare un partito degli elettori con un gruppo dirigente nominato dall’eletto: una variante democratica del partito padronale di Berlusconi. Non sottovaluto il significato politico di un’ampia partecipazione alle primarie. Anzi, quella di cui discutiamo oggi è significativa perché tre milioni di elettori sono andati a votare nelle sedi del Pd nel giorno in cui tutti i giornali e le tv parlavano e sparlavano del caso Marrazzo. C’è di più, le primarie del 25 ottobre scorso si sono svolte per scegliere tra tre candidati, con posizioni politiche diverse, il segretario del Partito. È una novità rispetto al passato quando Prodi e Veltroni erano i soli candidati dell’Ulivo prima e del Pd dopo. Tuttavia, come in passato, anche queste primarie sono un momento in cui la parte più attiva dell’elettorato del centrosinistra manifesta non solo un’adesione al partito che vota, ma una radicale avversione al Governo e soprattutto a Berlusconi. In soldoni, si tratta di una grande manifestazione con tre milioni di persone, non in una piazza, ma nei seggi del Pd. C’è stata una campagna elettorale con posizioni pubbliche diverse sintetizzate dai mezzi di informazione. Alcuni di questi, la Repubblica, il Tg3, il Fatto quotidiano, l’Unità e anche La Stampa, con un editoriale domenicale di Barbara Spinelli, hanno sostenuto Franceschini. Ma è stato Scalfari a spiegare nei suoi ultimi “domenicali” che occorreva comunque votare, anche se non si condivideva nulla del Pd, scheda bianca, per fare dell’elezione del segretario una manifestazione di forza contro Berlusconi. E così dopo il voto è stata salutata la presenza di tre milioni di persone ai seggi del Pd. Tuttavia, una elezione c’è stata e Bersani è il nuovo segretario del Partido democratico. A Rutelli è bastato questo risultato sconvolgente per revocare la sua adesione al partito che lui stesso aveva contribuito a fondare! Un partito di cartone. È questa la questione cruciale che Bersani ha davanti: il Pd è un partito o un insieme di famiglie politiche e non politiche? Ha una strategia, ideali e valori propri (non prestati)? Ha idee e programmi suoi sui temi che sono sul tappeto come le riforme istituzionali, la giustizia, l’economia, il welfare, la laicità, la scuola ecc? Se ha maturato una posizione su queste scelte le metta in campo: oggi che si è aperta una crisi politica nella maggioranza.
Bersani si è distinto da Franceschini sulla linea politica del partito:
- incontrare l’avversario per valutare la possibilità di adottare riforme costituzionali condivise;
- lavorare per alleanze credibili che possano dare concretezza e un’alternativa al Governo e al berlusconismo.
Occorre capire se questa linea sarà tenuta ferma o sarà annacquata, in nome dell’unità, riportando il Pd nel limbo dell’impotenza. Non sottovaluto le difficoltà, ma il Pd può riprendere un rapporto con la gente se ci sarà una svolta tale da mettere in moto un processo politico che gli dia un’identità per quel che dice e fa e se promuove un rinnovamento interno in grado di fare avanzare nuovi gruppi dirigenti. La sfida è grande, ma questi sono i momenti in cui una persona che fa politica può dimostrare se è un leader o solo un gestore dell’esistente. Vedremo.

1 Comment

Leave a Reply