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Fame, istruzione e ricercatori pazzi

ifprilogodi Antonio Vastarelli

Per sconfiggere la fame bisogna puntare sulle donne, sul loro benessere e sulla loro istruzione perché “là dove le donne sono più istruite ed hanno accesso a servizi sanitari migliori, ne beneficiano tutti i componenti della famiglia, in particolare i bambini sotto i cinque anni”. L’indicazione arriva dall’Indice globale della fame 2009, il rapporto redatto dall’Ifpri (International food policy research institute) che è stato presentato nella sede del ministero degli Esteri, in vista del vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, organizzato dalla Fao, che si terrà a Roma da lunedì 16 a mercoledì 18 novembre. Dalla ricerca emerge come i Paesi che presentano i livelli più alti di denutrizione siano gli stessi che fanno registrare la maggiore diseguaglianza di genere. Colpisce il fatto che, per la prima volta, si metta in relazione quasi di causa ed effetto il grado d’istruzione delle donne con i livelli di nutrizione e, quindi, di sviluppo.

Con le ovvie differenze derivanti dal diverso stato di “sazietà” rispetto a quello dei Paesi del terzo e quarto mondo, sembra che anche in Italia gli investimenti in istruzione possano essere fortemente “remunerativi”, addirittura più di bot, azioni, e obbligazioni. A sostenerlo è una ricerca della Banca d’Italia la quale, basandosi sull’assunto, statisticamente riconosciuto, che a maggior livello d’istruzione corrispondono, in media, salari superiori e un tasso di occupazione più elevato (e, quindi, anche maggiori entrate fiscali per lo Stato), calcola nel 9% il tasso di remunerazione degli investimenti in istruzione in Italia; nel Mezzogiorno si supererebbe il 10% (con punte di oltre il 12% per l’istruzione universitaria). Non c’è bisogno di un consulente finanziario per capire che si tratta di un affare. Da questo studio si potrebbero, quindi, desumere due “analisi” alternative: o i ricercatori di Bankitalia sono impazziti e hanno fatto male i calcoli (magari validi sulla carta ma non calabili nella realtà), oppure il governo che taglia risorse all’istruzione per spostarle su iniziative anticrisi ottiene esattamente il risultato opposto a quello che voleva conseguire. E rinuncia anche a uno strumento di riduzione del divario Nord-Sud perché, sempre secondo la ricerca, quello in istruzione è un investimento molto più remunerativo nel Mezzogiorno (che nell’ultimo anno ha visto anche ridursi i redditi e il già basso tasso di occupazione, soprattutto femminile) che nel resto del Paese.

Sebbene i reali benefici economici degli investimenti in istruzione, in Africa quanto in Italia, potrebbero essere valutati solo in tempi lunghi (per la gioia di chi, per giustificare il non far niente, ama citare il motto keynesiano secondo il quale “nel lungo periodo saremo tutti morti”), il valore egalitario dell’investimento in istruzione (Nord-Sud, uomo-donna) dovrebbe convincere qualsiasi governante serio a considerarlo importante per la vita come l’aria e l’acqua. Secondo la ricerca sulla denutrizione presentata a Roma, è così per un bimbo del Pakistan, del Ciad o del Congo che, avendo scarse possibilità di vedere la maggiore età, percepiscono l’espressione “lungo periodo” come un augurio, una speranza.

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