Ostalgie: quelli che vanno al multisala in Trabant
di Agostino Caruso
9 novembre 1989, è difficile riassumere in quanti modi è stato raccontato questo evento.
Qualcuno ha cercato di portare un po’ d’acqua al suo mulino, altri hanno tentato di indorare la pillola, altri ancora sono semplicemente rimasti a guardare aspettando che questa storia si scrivesse da se.
Niente giudizi, nessuna critica, ogni racconto e ogni posizione hanno la loro parte di mito e verità, che si fondono per creare quella che noi comunemente chiamiamo memoria.
Il mio personalissimo ricordo non si lega tanto ad un muro –e so che questo potrebbe sembrare strano- quanto ad un confine, una linea di demarcazione, tra noi e gli altri, tra ovest e est, tra privato e comune, tra libertà e vopos, tra un attore presidente e un presidente attore (per essere corretti “segretario generale” n.d.r.), dicotomie che rappresentavano due mondi diversi.
Come ho già detto prima devo però ammettere, che questa soggettiva reminiscenza, mi appartiene non tanto perchè mia, ma piuttosto, quanto eredità di una storia scritta da vincitori e da sconfitti.
Ma allora di che cosa si può parlare oggi, intorno ad un tavolo, senza incorrere in favole o leggende?!Non è tanto la risposta a tali quesiti che suscita il mio interesse (non almeno in questa sede), quanto la riflessione che li accompagna, e cioè l’impossibilità di determinare la morale di una storia se vi si partecipa più o meno attivamente.
Così dopo vent’anni dagli eventi sopracitati ecco che, inspiegabilmente, nascono posizioni e punti di vista diversi da quelli che ci erano stati descritti.
Improvvisamente vede la luce un particolare fenomeno che prende il nome di “Ostalgie” -una crasi delle parole tedesche Ost (est) e Nostalgie (nostalgia)- che si diffonde nella odierna Germania a macchia d’olio, senza distinzione tra zone geografiche e politiche.
Il termine di per sé racconta quasi tutto, e non ho nessuna intenzione (con tutto il rispetto) di raccontarvi le tendenze feticiste di questi melanconici della vecchia Germania Est, visto che orbelli e cimeli di vario genere non rientrano nei miei interessi.
Ma se gli oggetti, oggi, sono solo meri pezzi d’antiquariato, così non si può dire dei ricordi che in essi vivono, vero motore e carburante di questo fenomeno.
Sono convinto che in queste memorie, vi siano le braci di un vissuto umano, e che proprio questa quotidianità, ormai venuta a mancare, attiri il cuore e i ricordi di buona parte dei tedeschi (e non solo..).
L’unificazione della Germania ha dato corpo alle ambizioni di chi voleva scardinare le paure e le divisioni, ma fino a che punto si è spinta questa ambizione?
Forse fino a cancellare la diversità degli altri, o piuttosto a non considerarla più, a non vederla più, senza capire che proprio nella diversità l’uomo trova la sua più grande ricchezza.
I ricordi sono però più forti di noi e così sono tornati a galla forieri di una nuova voglia di scoprire le differenze che ci accomunano, e hanno invaso i nostri tempi spodestando le certezze di una società che non ha più fiducia in se stessa.
Ma, come è ovvio, questi brandelli di memoria appartengono a tutti e finiscono per rientrare negli archivi di chi vuole catalogare questo fenomeno per i più svariati scopi, che siano di una parte o dell’altra.
Mai errore più grande si potrebbe fare nel spiegare questa nostalgia con l’affibbiarle una parte politica o sociale, con il posizionarla da una parte o dall’altra del muro, con l’usarla come argomentazione per le proprie convinzioni.
Io credo (con tutta l’umiltà che mi è possibile) che i ricordi non siano strumenti per una parte, ma siano conforto e speranza per i più.
