di Michele Petriccione
Napoli, 11 maggio 2009. Nel rione popolare della Sanità, quello dove è nato il grande Totò, un uomo viene ucciso fuori ad un bar da un killer a cui la camorra aveva dato il mandato di eseguire la sentenza di morte: il tutto in pieno giorno e dinanzi a tantissime persone. Il video dell’omicidio fatto pubblicare dalla Procura di Napoli ha tenuto banco sui media nelle ultime settimane, non senza polemiche, per far sì che qualcuno potesse fornire gli inquirenti elementi utili a dare un nome all’assassino. Certo impressiona vedere come la camorra uccide in presa diretta, ma altrettanto impressiona il contorno postumo all’omicidio: l’indifferenza che diventa protagonista del video, le persone che scavalcano il corpo come per evitare un ingombro del marciapiede, la gente che si allontana quasi come a cancellare la loro presenza ad un istante così grave, così orribile.
Ciò potrebbe spiegarsi con l’orrore del fatto, ma l’orrore non sembra pervadere chi passa vicino al corpo, guarda e va via; piuttosto sembra che la fuga sia per evitare di essere coinvolti, di essere chiamati a dare testimonianza, insomma all’orrore del delitto si aggiunge la normalità della follia.
Come se niente fosse accaduto, come se tutto sommato sia una cosa “normale” che qualcuno venga freddato dinanzi a centinaia di testimoni da un killer a volto scoperto che se ne va via indisturbato.
Persino la moglie della vittima ai giornali ha commentato che essere ammazzati a Napoli può capitare, non c’è da stupirsene; piuttosto il dispiacere è per la figlia che ha ricevuto il video sul telefonino. Incredibile. Sia chiaro, nessuno si sogna di immaginare cittadini eroi che si mettono a far la guerra ai camorristi che abitano poi al piano di sotto del loro edificio, ma che venga oramai dato come “normale” la follia dell’omicidio, sembra francamente un po’ troppo.
Viene ancora da chiedersi dove sia tutta la “brava gente” che si lamenta del predominio criminale inveendo contro politica, polizia, magistratura, carta stampata. Dov’è l’indignazione? Come si concretizza? Fiaccolate, manifestazioni, comitati civici, ma soprattutto le denunce dove diavolo sono? La risposta è: da nessuna parte; perché è vero che c’è paura, è vero che la giustizia è lenta e le forze dell’ordine non riescono a proteggere chi vorrebbe pure denunciare, ma è altrettanto vero che c’è una marea di assuefatta connivente strafottenza, che si nasconde dietro le frustrate e ridicole invettive contro tutto e tutti ma che, in realtà, giustifica quanto accade come un qualcosa di “oramai normale”. Vergogna. Solo questa è la parola adatta. Dovremmo provarla tutti, perché se la camorra è tanto forte è perché tutti lo hanno consentito, nessuno escluso. Ma la rabbia e la vergogna non devono rimanere sentimenti da tener chiusi nel cassetto della frustrazione, perché il riscatto civile è sempre possibile, come testimoniano quanti della lotta al crimine hanno fatto la loro battaglia di vita, pagandone conseguenze pesantissime. Il riscatto però deve coinvolgere l’anima e il cuore di quanti vogliono vivere nella giustizia e non nella paura, deve trovare vita in una lotta senza quartiere alla cultura della sopraffazione criminale, alla normalità della follia; deve insomma trovare fondamento nella massa, non solo nei singoli.
Altro che scuole con meno insegnanti, altro ronde cittadine, si deve capire che in certe parti di Napoli come di tante altre realtà del sud si combatte una guerra tra la civiltà e la barbarie, tra la legge dello Stato e quella del più forte, tra chi vuol vivere onestamente e chi sopravvivere nella paura della morte.
Senza sconfiggere la camorra ed il suo modello culturale, senza ridare allo Stato la sovranità di alcuni suoi territori dove il crimine è legge, senza dare opportunità per vivere onestamente laddove la camorra garantisce i sussidi per vivere ai suoi affiliati e loro parenti, senza tutto questo perde l’ Italia intera, non solo Napoli.


















7 novembre 2009
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