Massimiliano Coccia per leragioni.it incontra Cesare Giardina, presidente della Giovane Italia di Roma.

Il viaggio nella destra romana si conclude con l’intervista a Cesare Giardina, presidente della Giovane Italia, la nuova sigla che mette insieme i giovani di Forza Italia e Azione Giovani, formazione della destra giovanile, che ai tempi della svolta di Fiuggi raccolse il testimone del Fronte della Gioventù che tanta classe politica ha formato a destra.
La difficoltà di un percorso di commistione e le tante battaglie per l’affermazione territoriale sono al centro di questa intervista, con un occhio alla Giunta Alemanno e alla barra della coerenza.
“Quello che noi abbiamo detto in merito alle questioni etiche è sempre stato frutto di una posizione condivisa; ne sono esempio le nostre campagne contro la RU486..”
Azione Giovani è stata per tanti una scuola, un altro modo di essere di destra in questa città, quale patrimonio lasciate per fare la Giovane Italia?
Più che lasciare qualcosa, noi portiamo qualcosa; per quello che concerne la “logistica”, mi riferisco ad un modello d’esperienza militante ed un radicamento sul territorio che nella capitale abbiamo in maniera esclusiva . Per quello che compete la sfera ideale, continuiamo ad essere gli instancabili garanti di un invariabile progetto e di un modo di avvertire la politica non solo come l’arte della buona amministrazione, ma soprattutto come strumento in grado porre nuovamente il concetto di persona al centro di un panorama sociale e culturale dove, di contro, il nocivo concetto di individuo la fa da padrone.
Cosa diventerà la Giovane Italia? Una fusione a freddo o un progetto politico?
“Credo che le fusioni a freddo competano solo agli ambienti della cattiva e mal compresa politica, oltre che della fisica nucleare, entrambe sfere che non mi appartengono, specialmente la prima. La Giovane Italia sarà l’unica cosa che avrebbe motivo di essere: un progetto politico ed un’organizzazione giovanile autonoma con la ferma volontà – non siamo mai stati troppo modesti – di rappresentare la maggioranza dei giovani di questa generazione. Ovviamente – per dirla con la cinematografia – da grandi opportunità derivano grandi responsabilità; ciò significa che, per rivolgerci a tutta quella fascia di giovani che guarda con soddisfazione al PdL, ma non conosce l’esperienza della politica giovanile, sarà necessaria la creazione di una nuova struttura operante e condivisa. Una sfida di responsabilità che affronteremo come ogni altra.”
Anche voi vi apprestate a morire berlusconiani?
“Non so gli altri, ma noi abbiamo intenzione di vivere piuttosto a lungo; l’idea di un futuro senza di noi ci disturba (cosa fareste da soli?). Scherzi a parte, abbiamo ovviamente i nostri giudizi su questo governo e su Berlusconi più positivi che non, spesso suscitato da quelli che possiamo definire i “ministri di punta” Brunetta, Tremonti e Sacconi. Ciò nonostante, non siamo disposti a mediare la nostra identità ed il nostro progetto politico e, allo stesso modo, non siamo abituati a chiedere permesso quando si tratta di individuare qual è la grande sfida della società moderna… a volte i primi della classe sono i più indisciplinati…fortunatamente”
Sembra che sui temi etici e legati all’immigrazione ormai esistono due destre, una europea incarnata da Gianfranco Fini e molti altri e una destra moderata ma identitaria, come convivono a livello giovanile questi due mondi?
“Questi eventuali spaccati della politica dei “grandi” non ci toccano. Potendo e sapendo preservare la nostra autonomia noi siamo immuni alla “sindrome delle correnti”. Quello che noi abbiamo detto in merito alle questioni etiche, il vero crinale della sfida epocale che investe la politica, è sempre stato frutto di una posizione condivisa; ne sono esempio le nostre campagne contro la RU486, il caso Englaro, le droghe, l’aborto.
A Roma sembra che il vostro ruolo sia diventato marginale, in molti a destra vi indicano come ceto politico e non come ceto innovatore. Sembra che i ragazzi siano attratti da realtà come Casa Pound, Blocco Studentesco e Il popolo di Roma, c’è una sorta di emorragia nella vostra organizzazione?
“Io posso solo dire che in piazza siamo i più numerosi, che siamo gli unici a coprire la capitale dal centro a tutte le sue zone periferiche, che abbiamo il maggior numero di eletti nelle scuole, che il presidente della consulta provinciale degli studenti è nostro, che abbiamo la più ampia rappresentatività negli organi studenteschi universitari e che decine di giovani consiglieri municipali condividono anche la nostra esperienza giovanile… a questo punto le possibilità, quindi, sono due: o la domanda è concettualmente sbagliata, oppure esiste un’altra città, chiamata anch’essa Roma, che al momento non conosco…”
Eppure a Roma il vostro candidato alla Presidenza Andrea Moi ha vinto con l’aiuto del Blocco Studentesco che fa capo a Iannone che proprio in queste pagine ha dichiarato che “solo uno stronzo può pensare che il fascismo è stato il male assoluto”…
“E’ vero, l’obiettivo comune era cacciare il precedente presidente che aveva ridotto la consulta ad uno specchietto per ormai i tristissimi post-comunisti. I soliti nipotini del ‘68, ribelli quando il partito comanda ma avidi e immobili quando si parla di gestione di qualsiasi cosa, a partire dalla consulta degli studenti.”
A sinistra era usuale definire una formazione di lotta e di governo. Il Governo c’è, la Meloni vi rappresenta tutti, ma la lotta? Su cosa si caratterizzerà il vostro autunno?
“Siamo l’unica organizzazione giovanile che sopravvive ed anzi cresce durante le stagioni di governo, e questo perché diversamente dalle chiacchiere delle giovanili di centro-sinistra noi non abbiamo mai rinunciato alla piazza, cercando sempre di essere pungolo anche per il nostro stesso governo. In autunno, come in ogni stagione dell’anno – noi a differenza degli altri non andiamo a periodi – cercheremo di portare nelle piazze, come abbiamo sempre fatto, la nostra idea di società, di lotta al precariato, d’economia sociale, di rispetto per la vita umana, di immigrazione e una nostra idea di città. La politica è un mezzo per declinare il nostro modo d’avvertire la realtà, a prescindere da chi governa; se la si spoglia di questo – ovvero del suo elemento umano – restano solo le cifre della politica che, in sé, non sono nulla.”
Come giudichi questi mesi di Governo di Roma?
“In modo assolutamente positivo. Finalmente una grande svolta nella nostra città. Alemanno sta rispondendo bene a quelle che erano le reali esigenze della cittadinanza, quali la sicurezza, la mobilità e la cultura. Una felice sterzata rispetto al chiacchiericcio da salotto, i fuochi d’artificio e gli annessi specchietti per le allodole dell’ormai decaduto ed incredibilmente silenzioso Walter Veltroni.
Che giudizio dai dell’opposizione?
“NC…SV… diciamo che non si sono presentati all’esame…”
A Roma c’è un’emergenza omofobia?
“A Roma, come nell’intera nazione e sopratutto nell’intera Europa, c’è un emergenza violenza. È giusta la denuncia dell’accaduto, è giusto che venga messa in moto la macchina della solidarietà, che sopraggiungano i momenti di sereno e non strumentale confronto, ma è ovvio che alla radice di quanto accade ci sia una profonda e purtroppo generale crisi dell’uomo. Sradicamento culturale, stravolgimento ed annientamento del concetto di famiglia, il diffuso senso di incertezze nella vita ed il trionfo della logica del sopruso e dell’individualismo sul concetto di uomo, di persona: questo sta alla base dei grandi mali del nostro tempo. Ripeto, non si può ridurre il tutto (per strumentale convenienza o per scarsa capacità d’analisi) ad un problema di carattere lessicale, sfruttando termini come omofobia, xenofobia, razzismo: il problema è la violenza, che si manifesta indiscriminatamente. La politica ha il compito di affrontare la piaga della violenza, ma di sicuro la risposta non può venire da una proposta strumentale presentata alla camera (faccio un banale esempio) che, sfruttando biecamente la situazione, voleva aprire alle unioni gay o tutelare solo una minoranza, quando invece le minoranze devono essere e sono già tutte tutelate.”
Gli auspici finali ormai in questo reportage sulla destra sono diventati tradizionali. Il Presidente della Giovane Italia cosa si auspica per questa città e per questo Paese?
“Prima di essere il Presidente della Giovane Italia, sono un semplice ragazzo romano di ventidue anni . Faccio questa premessa perché, quando si chiede a qualcuno che fa della politica la sua vita, ci si aspetta sempre una risposta nel linguaggio comune della politica, che spesso ha la fastidiosa consuetudine di essere poco chiaro. Io invece, quando posso, preferisco la via della semplicità. Il mio unico auspicio, che in sé racchiude lo scopo stesso della politica, è che si faccia un passo avanti verso l’ottenimento di quello che noi, forse romanticamente, chiamiamo ancora il “bene comune”.


















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