Free press: liberi di leggere?

di Agostino Caruso
Da circa una decina di anni le principali città d’Italia (ma non solo) sono invase da un fenomeno che viene comunemente chiamato free press.
Incuriosisce certamente la grande diffusione che ha ottenuto questa nuova forma di stampa (perché di questo stiamo parlando), ma ridurne il successo riferendolo banalmente alla sua gratuità è non capire il reale appeal dei giornali gratuiti.
Più di 2 milioni di lettori ogni giorno leggono questi quotidiani e la facile reperibilità e la rapida fruibilità li rendono inevitabilmente i primi sostituti delle grandi testate giornalistiche che, a dir la verità, già da prima godevano di una scarsa diffusione nel nostro paese, nonostante la grande popolarità e attenzione data loro in questi mesi dalla consanguinea televisione ( un po’ come l’influenza suina).
Proprio dalla famiglia non ti aspetti un tradimento e proprio per questo l’editoria non ha saputo reagire all’improvvisa ascesa della televisione che, attraverso il culto dell’immagine, ha saputo creare un nuovo paradigma culturale, ma soprattutto un modo nuovo di concepire l’informazione.
Vetusta e un po’ ottusa come l’ultimo Parini (di cui ho un profondo rispetto ndR) la stampa non ha saputo venire incontro alle esigenze di un pubblico che richiedeva un’informazione immediata e aggiornata, e le alternative proposte non erano altro che una minestra riscaldata.
In questo spazio si sono lanciati i giornali gratuiti che con grande freschezza e duttilità si sono ritagliati un posto nel cuore della gente (ma soprattutto il posto non se lo sono ritagliati nel loro conto in banca).
La formula alchemica che ha fatto scoppiare questo virus è molto semplice e sfida i classici dogmi del giornalismo: non più cultura per il popolo ma cultura del popolo.
Si capirà dunque che, crisi dell’editoria italiana a parte, i primi destinatari di questi giornali sono stati quelle persone affamate di informazione – o meglio, di informazioni- che ignorano o che sono ignorate dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione.
La semplificazione del messaggio e in alcuni casi anche la sua mistificazione, il registro linguistico ridotto ed edulcorato dai labirinti della retorica, sono le principali caratteristiche del cosiddetto “linguaggio da bar” che ha la sua principale funzione nell’avvicinare i due fronti su un terreno comune propedeutico ad una pace da entrambe le parti sperata.
Sì, perché sarebbe errato pensare che il problema di fondo sia una presunta avversione verso la lettura del volgar populo che anzi è sempre più interessato, certo con una notevole dose di timidezza, ad acculturarsi (seppur rimanendo nei limiti della decenza).
Questa è però solo la facciata di questo fenomeno e delle sue cause che, in realtà, hanno complesse e profonde radici culturali, economiche e sociali. Una tale analisi richiederebbe molto più spazio e competenze da parte di chi scrive e molto più tempo e pazienza da parte di chi legge e, in tutta franchezza, non sono convinto che teorie struttural-funzionalistiche sulla diffusione dei free press sarebbero di incoraggiamento alla lettura.
Non scrivo certo questo perché reputo svolto appieno il mio compito, ma solo perché spero di non esser incorso in due estremi: da una parte un facile qualunquismo e dall’altro in una pedante forma saggistica.
Sono convinto che la stampa gratuità sia una grande possibilità e, per chi potrebbe averlo dimenticato, è figlia di un retaggio antico che ha le sue più profonde radici proprio nel nostro paese, e oggi come allora non è tanto lo strumento che va analizzato, ma chi lo realizza e chi ne usufruisce.
I principali free press presenti in Italia (tranne dovute eccezioni) non sono una stampa indipendente ma anzi, sono ormai stati fagocitati dai giganti che avevano messo in discussione. Un po’ come se Golia rifiutasse il duello con Davide e decidesse di mangiarlo in un sol boccone: un po’ scorretto e non particolarmente salutare.
Nonostante ciò reputo positivo il modello nato da questi pionieri e penso dovrebbe essere imitato e incoraggiato come forma alternativa (ma non sostitutiva) d’informazione e dibattito.
