LeRagioni.it

Dite quello che volete, ma la riforma Gelmini non sembra male

univL’università e più in generale il sistema universitario è uno di quegli argomenti che periodicamente dividono il Paese. Le discussioni proliferano, accesissime perché (quasi) tutti gli italiani pensano di avere una soluzione valida per ciascuno dei tanti problemi che affliggono le università della penisola (che, è bene ricordare, sono da adeguare ai tempi, ma hanno fino ad oggi registrato punte di eccellenza notevoli) e così la polemica rimbalza dalle commissioni parlamentari alle sale d’attesa dei rettorati, dalle Camere alle pagine dei quotidiani e dalla carta stampata ai bar dove, tra un cappuccino e un cornetto, il confronto si fa tanto più serrato quanto più si ha la consapevolezza che, nel bene o nel male, la situazione è destinata a non cambiare.

In realtà l’esistente è silenziosamente dilaniato dalla calma piatta, da un clima di immobilismo dove le carriere dei giovani ricercatori o aspiranti tali, spesso in realtà sulla soglia dei quarant’anni, non conoscono particolari evoluzioni.

Ogni tanto arriva qualche scandalo, che viene preso a pretesto per estendere una situazione anomala locale alla situazione nazionale. Segreti di pulcinella sbandierati ai quattro venti, cavalcati per questa o per quella causa e poi riposti nell’armadio dei luoghi comuni.

Il vero scandalo, infatti, è non aver messo mano con tempismo a una riforma universitaria seria, profonda, meritocratica e moderna.

Il centrosinistra non l’ha fatta quando era al governo e men che meno ha provato ad avanzare una proposta dai banchi dell’opposizione.

Ora tocca al centrodestra e molti tra coloro che avrebbero dovuto pungolare la sinistra (e non lo hanno fatto) arricciano il naso: come si permette la destra di toccare le università?

Brava invece la Gelmini a pensare una riforma larga dell’università, pensata per non essere un rattoppo buono a ritardare l’implosione di un sistema universitario che ormai mostra qualche cedimento e il suo volto agé.

Non me ne vogliano gli studenti dell’onda che avevano, lo scorso anno, convogliato un dissenso forte più verso il governo Berlusconi che contro una proposta specifica (che nei fatti non era stata avanzata): messi di fronte all’opportunità di una controproposta avevano formulato una carta di principi vaghi (anche se in buona parte condivisibili), senza specificare quali potessero essere le fonti di rifinanziamento.

La riforma sembra avere molti passaggi di buon senso, come l’eliminazione (o l’accorpamento) dei corsi di laurea a bassissima frequentazione, l’attenzione ai bilanci, un nuovo sistema di concorsi, per dirne alcuni.

Soprattutto sembra lodevole il tentativo di premiare il merito nella ricerca (finalmente!) e di ringiovanire il corpo docente. Al 3+3+tempo indeterminato spetterebbe di spezzare il sortilegio della precarietà che ha colpito, in assenza di un intervento della politica, una generazione e forse più di nuove leve della scienza.

Soprattutto verrebbe meno, per chi si avvicina alla ricerca con un dottorato o con una borsa, la sensazione di essere in una “terra di nessuno” in cui la sua carriera dipende da una serie di fortunate circostanze. Legare le carriere alla produzione scientifica e alla didattica (compreso il giudizio degli studenti che ne sono fruitori) non è un provvedimento né liberista né statalista: è un atto dovuto, inevitabile se si guarda al resto d’Europa.

In un intervista al Tempo la Gelmini lancia una proposta di collaborazione con il retrogusto della sfida: “Bersani collabori”.

E Bersani non si sottragga, offra la collaborazione per l’iter parlamentare che è tutto fuorché scontato e che potrebbe stravolgere la base di partenza, facendosi carico di due modifiche sostanziali: la prima riguarda la riforma dei CdA degli atenei, perché fatta così, al netto della retorica sulla privatizzazione delle università, rischia di creare situazioni complesse, diventare una fucina di conflitti d’interesse (ve la immaginate una casa farmaceutica che deve decidere sui progetti della facoltà di farmacia o di medica?) e mettere a rischio la terzietà delle strutture; la seconda riguarda gli investimenti, perché se la Gelmini ha ragione quando sostiene che ottimizzando la spesa si recuperano fondi importanti per lo sviluppo e l’innovazione, è anche vero che a costo pressoché zero una vera riforma non si può fare, perché se è vero che (di tanto in tanto) spendiamo male per l’università, è anche vero che spendiamo poco, troppo poco, in rapporto al PIL, almeno rispetto ad altri paesi europei.

Serve una svolta che permetta di guardare a un futuro di qualità per la ricerca italiana, e la riforma Gelmini è di gran lunga meglio dell’immobilismo ammantato di retorica compassionevole e a buon mercato. La sinistra prenda nota e, se possibile, rilanci.

3 Comments

Leave a Reply