[l'olio di Rino] principio di classe e principio di casta
Dopo 63 anni siamo ancora al punto di analisi: principio di classe e principio di casta.
di Rino Formica
Il 1° maggio 1946 Vittorini scriveva sul Politecnico l’articolo che allego.
Egli si poneva un problema: distinguere le caste dalle classi.
C’è stata in questi ultimi vent’anni una offensiva culturale della destra che ha imposto uno schema:sono crollate le ideologie ed i partiti ideologici; non ci sono più le classi e, quindi, i partiti di classe sono inutili reperti storici.
Ed è così che ci ritroviamo con i grandi contenitori elettorali a vocazione centrista in politica e con la sostituzione delle classi con le caste nel sociale.
Il quadro istituzionale repubblicano partiva dalla considerazione che la società era divisa in classi e che i partiti avrebbero assolto al ruolo di costruttori di una comunità fondata sul lavoro.
Il giudizio sommario prevalente sui partiti attuali è riduttivo e pericoloso: il conflitto non è tra le classi ma è tra le caste nelle quali si entra per cooptazione.
Al posto delle classi vi sono i territori.
Nei due grandi partiti PD e PDL, fiaccati dal rifiuto a pensare, quando si riprenderà il filo di un ragionamento fecondo?
Io sto con Vittorini che così concludeva il suo articolo:
“A noi pare che la chiave di molti misteri moderni stia nell’analisi del principio di casta e del principio di classe, principi che discorrono tra loro, del resto, da grandi età remote”.
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Principio di classe e principio di casta
Elio Vittorini, Il Politecnico, 1 Maggio 1946
Casta significa un circolo chiuso e una società per caste importa la ripartizione della massa umana in schiere geometricamente dimostrabili. Classe significa uno stampo applicato a una sostanza viva e perpetuamente inquieta. Un tempo, anche le scienze naturali amavano costruirsi per caste tagliando netti gli uni dagli altri generi e speci. La teoria dell’evoluzione che nessun naturalista serio discute più, è un affermarsi del concetto di classe su quello di casta, nell’ambito della fisiologia della vita. Noi sappiamo oggi che il cavallo non è stato sempre cavallo e non sarà sempre cavallo; sappiamo anche che non è poi mostruosa l’esistenza di cavalli raglianti, o d’uomini col grugno e l’anima del porco. Tutto ciò rientra in una superiore normalità fisiologica o psicologica. Non per questo si rinuncia a distinguere uomini e porci. Così, riconoscere che un operaio americano può diventare un Ford o anche un Truman non significa porre l’inesistenza delle classi in America: significa solo che gli Stati Uniti non sono l’India nè la diplomazia inglese.
E vorremmo chiederci adesso se la confusione tra “classe” e “casta” non riveli, da parte di certuni, una latente nostalgia d’una società divisa per caste, non più solo per classi. Sembra che qualche liberale creda in una sua intima generosità, nell’atto d’affermare che nell’Italia di oggi, persino nell’Italia di oggi, l’impiegato può diventare banchiere; e le voci aride, le bocche strette che esprimono simili generosità sembrano dire “ma che volete di più? Contentatevi che non ritiriamo anche questo!”. In ogni modo è per noi evidente che la formula più tipica del fascismo è questa: sostituzione, da parte di certi gruppi non esclusivamente “plutocratici”, d’una borghese politica di casta alla borghese politica di classe. Il fascismo si sforzò in qualche modo di “superare le classi”. In verità risaliva, si sforzava di risalire verso le caste. Il suo ideale di statolatria militaresca tendeva a costituire una casta di “vecchie camicie nere”, una casta di “figli del regime”, una casta di ciambellani del re, una casta di sacerdoti alla Schuster, una casta di intellettuali alla Soffici o alla Piovene eccetera eccetera; più “sotto”, la grande casta dei paria da mandare un giorno al macello e intanto da stordire col campionato di calcio. Si può dire che l’ideale fascista si sia spento con 25 aprile in Italia?
E uno storico acuto potrebbe aggiungere a questo punto come l’atteggiamento della borghesia italiana intorno al 25 luglio ’43, confrontato con quello del proletariato, formi una caratteristica prova del prevalere di interessi di “casta” sugli interessi di “classe”. Un’intima intuizione degli interessi di classe della borghesia italiana avrebbe portato quest’ultima -tutto sembra dirlo- a una partecipazione attiva alla lotta per la liquidazione intera del fascismo, per la rottura dell’alleanza con Hitler, per il grande riscatto del paese attraverso la guerra immediata contro Hitler. Invece, la borghesia e i partiti della borghesia si inchinarono alle leggi straordinarie e al la guerra continua di Badoglio, perchè subivano il complesso d’inferiorità d’un minacciato interesse di casta. La borghesia italiana più che il rischio fisico della guerra contro i tedeschi temette il rischio antigerarchico della comunione patriottica col proletariato ( per la prima volta in Italia era il proletariato a dar l’accento della realtà patriottica). Quante esitazioni e viltà nella borghesia – con molte degne eccezioni – fino al 25 aprile ’43, e quanto risentimento, subito dopo la liberazione, contro i partigiani vivi d’uno slancio popolare!
Bisogna insistere: la borghesia non obbediva così a degli interessi di classe. L’interesse di classe della borghesia italiana corrispondeva già all’opinione di quei borghesi che volevano accettare la comunione col proletariato, la solidarietà nuova del popolo. Solo così la borghesia italiana si sarebbe aggrappata a una possibilità futura di dialettica borghese senza bisogno di tuffare il capo nell’acqua santa di De Gasperi o nei sofismi, nell’intelletualismo di Saragat. Ma la borghesia italiana era ancora cieca agli interessi di classe, si preoccupava solo degli interessi di casta. Voleva difendere il suo miserabile disprezzo del proletariato. Sognava nuovi cieli araldici, una nuova età arida e chiusa, confortata dal dominio incontrollato delle imprese e dal gusto della poltrona a teatro, della domenica al pèsage a San Siro, del decoro epicureo-professionale. La borghesia nazionale avesse poi preferito una guerra atomica all’accordo fra “occidente” ed “oriente” (al contrario, ogni buon testimone assicura che la media borghesia americana terrore e disgusto d’una sempre meno probabile guerra atomica). Nacque così la fortuna dell’Uomo qualunque, nacquero così i giornali sullo stile del Corriere Lombardo, felici di agitar titoli sconciamente erotizzati di catastrofi. E’ chiaro come si tratti d’uno spirito di casta: quali interessi di classe potrebbero soddisfarsi d’una nuova e più feroce rovina del mondo, con la conseguenza d’una forse secolare incapacità e ricostruire?
Il Politecnico ha la seria intenzione di riprendere il discorso e di studiare la verità moderna delle classi, e il futuro che essa sembra annunciare, futuro in netta contraddizione con lo spirito di casta e con la stessa sopravvivenza classica. Per concludere, oggi servirà rammentare che sul piano internazionale l’ideale fascista della casta si è espresso soprattutto nel razzismo. Razze privilegiate, razze di paria…Il fascismo, bassamente opportunistico in Italia e avido di transazioni provinciali, finì necessariamente col subire il razzismo hitleriano per la spinta, ormai passiva e intrisa d’un fetore di morte, del suo “ideale” di casta. Possiamo dire che sul piano internazionale anche le democrazie anglosassoni siano immuni dal germe razzista? Churchill naturalmente no. E Truman, e Byrnes, e il buon Attlee e Bevin? Anche questo potrà prestarsi a un utile studio specializzato, in un prossimo numero del Politecnico, e forse a un confronto col cosiddetto “imperialismo” dell’Unione Sovietica. A noi pare che la chiave di molti misteri moderni stia nell’analisi del principio di casta e del principio di classe, principi che discorrono tra loro, del resto, da grandi età remote.

è preoccupante che tra i migliori spunti dell’attuale politica siano dati da un ottantenne.
(una lama ancora affilata Formica)
Al di là degli ideologismi si scontrano due visioni di società una che tende all’equaglianza con un minor libertà e una che propugna l’interesse particolare, con più libertà, a scapito della coesione sociale.
Il raggiungimento dell’equilibrio tra equaglianza e libertà è un obiettivo, tendendo ad una una societè in cui vi è coesione sociale, non elevate differenze fra i primi e gli ultimi, e capacità di convivere nelle diversità, dove la libertà di ciascuno è limitata dalla libertà degli altri.