LeRagioni.it

Vince Bersani, ma il vero sconfitto è Scalfari

bersaniCon la buona affluenza alle urne delle primarie e, soprattutto, con la netta affermazione di Pierluigi Bersani, tramonta un’epoca.

Non certo quella di Dario Franceschini, che di quest’era si è trovato a essere, come il Pu Yi di Bertolucci, l’ultimo imperatore, investito di un ruolo scomodo e costretto a essere epigono e continuatore delle scelte di chi lo ha preceduto.

Non si chiude con questa votazione neppure la stagione Veltroni, che aveva incarnato lo spirito del partito liquido, ma-anchista, della forza politica che non deve fare i conti con nessuna storia perché è sufficiente voltare pagina, fingere di eliminare con un colpo di spugna qualsiasi passato per candidarsi a guidare il futuro.

Anzi, Veltroni è e rimane l’unico leader possibile per quel Pd così come si era proposto alle scorse primarie. Un partito che anziché scegliere, affianca, che dribbla le questioni politiche con l’estro di un Careca, che si sceglie gli alleati non in base a un’idea di governo, ma una volta individuato il nemico comune. Un partito lontano dagli italiani, imposto come un’unica alternativa a Berlusconi, un partito fatto di loft e conferenze stampa.

Un partito che ha subito il fascino e per certi versi l’egemonia di Largo Fochetti, a partire dal lungo dibattito dell’estate del 2006 sulla fine della socialdemocrazia e della sinistra.

La Repubblica e il suo direttore, Eugenio Scalfari, hanno infatti svolto un vero ruolo di guida politica della segreteria del Pd. Non pensiate che questo sia potuto accadere per una supposta debolezza politica di Veltroni (prima) e Franceschini (poi). Anzi, Scalfari ha rappresentato per tanti versi il collante politico tra il partito e una certa idea di opposizione a Berlusconi. Basterebbe riprendere la registrazione di Ballarò del 21 Ottobre di un anno fa per comprendere il rapporto tra Scalfari e Franceschini (allora vice-Veltroni). Si è così delineata un’opposizione che, fatto singolare per un paese ormai ridotto a pochi partiti, metteva il primo partito della sinistra nella condizione di essere sì di opposizione, ma mai di alternativa.

L’accordo con Di Pietro nasce dagli stessi presupposti, da un malinteso concetto di società civile che svilisce gli strumenti di partecipazione (le sezioni, i circoli, il sindacato) a favore di momenti di assenso acritico.

E’ la storia recente di una fetta della sinistra italiana: così davanti al Raphael, così in piazza Navona più o meno un decennio dopo.

La speranza è che il voto di oggi abbia definitivamente chiarito l’equivoco. Perché gli sfidanti di Bersani, preso atto del risultato del voto tra gli iscritti, avrebbero dovuto ritirarsi dalla competizione e permettere al neo-segretario di insediarsi con qualche settimana d’anticipo.

Invece queste primarie sono state vissute come l’ennesimo tentativo di ribaltare il voto dei militanti a colpi di umore dei simpatizzanti. Una tentazione che ha origini lontane e che ha avuto nei girotondi la stagione più acuta.

Non a caso Franceschini nel rush finale ha incassato la pubblica adesione di Nanni Moretti, che dei girotondi fu uomo simbolo, e allo stesso tempo ha indicato come suo vice designato Touadi, eletto (in questa legislatura, non vent’anni fa) nel partito di Di Pietro. Anche il “non si deve tornare indietro” più volte agitato da Franceschini come argomento a sostegno della propria candidatura, suonava come un pregiudizio etico e un po’ arruffapopoli contro Bersani e i suoi sostenitori. Non ha funzionato.

Ora si tratta di voltare pagina e di ricominciare a fare politica per il Paese. Per farlo bisogna riprendere in mano i fili interrotti della politica del fare, riannodare i rapporti con quella parte di società che chiede alla sinistra una spinta pragmatica e, allo stesso tempo, una visione d’insieme e un’idea di futuro.

Potrà farlo Bersani? La sfida è dura e i problemi da affrontare sono moltissimi.

Per ora ci si dovrà limitare ai complimenti per l’ottimo risultato ottenuto e augurargli buona fortuna.

Tra le grane che Bersani dovrà affrontare immediatamente ci sarà il caso Marrazzo. Si potrebbe liquidare in fretta e invece rischia di rivelarsi una perdita di tempo e magari anche di voti. La questione, naturalmente, non sarebbe di competenza del neo-segretario del più grande partito della sinistra se il suo predecessore e parte del gruppo dirigente non si fossero fatti, a più riprese, sedurre dalla campagna scandalistica e accusatoria condotta per un’estate intera dal quotidiano di Scalfari contro Berlusconi. Si fosse fatta politica, anziché perbenismo, ora si avrebbe un problema in meno.

Non è che al posto di Marrazzo sarebbe bene convincere Scalfari a prendersi una pausa?

10 Comments

    Il primo problema (di non facile soluzione) che Bersani dovrà affrontare è come rispondere alla richiesta di rinnovamento del suo elettorato, e superare il patto costitutivo delle correnti del PD, senza provocare gravi e irreparabili fratture. Alla guida del PD non potranno rimanere governatori regionali compromessi (che lo hanno sostenuto), ma nemmeno sindaci (o segretari di federazione) nominati per appartenenza a correnti che lo hanno avversato; e di fronte a scelte dirimenti sui diritti e sulle libertà dei cittadini l’indirizzo del PD, non potrà subire i ricatti che sono già echeggiati in chi dice “Bersani dovrà farsi carico dell’unità del Partito”.

  • Lunedi 26 ottobre ore 13,15: sul sito del PD sono pubblicati i risultati di circa 3.300 dei 10.000 seggi; ieri, lo stesso PD, aveva promesso di render pubblici i risultati definitivi entro la notte di Domenica. E’ lecito sospettare che anzichè contare i voti, li stiano concordando. La partenza non è delle migliori, visto che anche il confronto Marino-Franceschini, serve a inquadrare l’indirizzo politico del nuovoPD.

  • Non sono d’accordo con varie cose scritte:
    Nel Paese c’è un grande scollamento tra Sezioni e Cittadini… Se qui non si è manifestata è perché l’Apparato ha presentato un candidato “Bersani” che comunque piace… A Firenze per le Primarie non era andata così..l l’Apparato avrebbe prodotto un candidato diverso da quello che la gente ha dimostrato di volere…
    Quindi le Primarie sono un valore perché portano ricchezza…
    Anche perché al voto non vanno solo gli iscritti ma vanno (o andrebbero) anche chi ha affollato Piazza Navona o le piazze del V-Day e che oggi come oggi non danno il loro voto a B. ma purtroppo nemmeno al PD proprio perché lontani dall’Apparato…
    Meditate sul numero dei votanti alle ultime elezioni… sempre meno… e sempre meno i voti al centrosinistra… vorrà dire qualcosa?

  • Credo che si debba affrontare tempestivamente il tema dell’assetto dei gruppi dirigenti a livello locale: non si tratta di mortificare l’autonomia della realtà regionali, ma è necessario – con la duttilità e la flessibilità richieste – restituire al PD un ruolo omogeneo su tutto il territorio nazionale. In Sicilia, per esempio, è possibile favorire una convergenza su uno dei candidati che di fatto hanno sostenuto Bersani? O si preferisce confondere la giusta esigenza di una gestione il più possibile condivisa del partito con pratiche di lottizzazione (una regione a te e una a me)?

  • Ore 17,20: il sito del PD è sempre fermo ai risultati di 3.300 circoli: per avere qualche informazione in più bisogna cercare sul sito di Repubblica (4.200 circoli, sempre troppo pochi); intanto Rutelli (che aveva previsto una forte affermazione di Marino e forse i risultati veri li conosce) dichiara a Vespa che lascerà il PD non da solo per andare con Casini non da subito: abbiamo un novello nè-nè.

  • bravo Tomaso Greco,
    se hai avuto modo di leggere già il mio articolo di lancio di Labouratorio, capisci bene che vai nella direzione giusta…

    All’articolo voto 10

  • Premesso che, pur anon avendo ancora mai votato per il PD, questa volta, a differenza di due anni fa, sono andato a votare per le elezioni del segretario del PD, e per Marino in particolare, il giudizio su queste elezioni interne del PD è, a mio parere, troppo liquidatorio; per due motivi.

    In primo luogo, le critiche, legittime e condivisibili, nei confronti del PD, impediscono di cogliere la differenza di queste elezioni rispetto a quelle che incoronarono Veltroni nel 2007. Stavolta i tre candidati incarnavano opzioni politiche diverse e queste elezioni non sono state una pura formalità. Agli iscritti e ai simpatizzanti è stato chiesto di contribuire a delineare il profilo politico del PD, e non soltanto di avallare una scelta che era già stata fatta. Altro che “momento di assenso acritico”!

    In secondo luogo, l’autore dell’articolo cade in contraddizione. Da una parte, lamenta che il PD ricorra al “pubblico indistinto dei simpatizzanti”; dall’altra, sostiene che gli altri due candidati avrebbero dovuto sovvertire in corsa, e svuotare, le regole prestabilite, ritirandosi dopo la consultazione tra gli iscritti. Critica la consultazione degli interessati alle sorti del PD come antidemocratica ma, al tempo stesso, propugna un’alterazione di quelle stesse regole democratiche che, giuste o sbagliate che fossero, il PD comunque si era dato.
    Non vedo proprio come una simile forzatura avrebbe potuto aumentare la fiducia nel ristabilimento del principio democratico nel funzionamento interno di un partito.

    Infine, è particolarmente fastidioso il disprezzo nella capacità di giudizio di quei cittadini che hanno ritenuto giusto andare a votare in queste elezioni interne del PD, visti come poveri dementi che voterebbero lasciandosi trascinare dall’”umore del momento”. Certo, noi siamo poveri idioti, a differenza dei leader a vari livelli e di coloro che, come l’autore dell’articolo, ci propinano le loro raffinate analisi.ei nostri leader.

    Noi non sappiamo ragionare, vero?

  • Caro Stefano Valenti, queste primarie non sono affatto state un momento di “assenso acritico”, anzi, hanno segnato la discontinuità con i tanti episodi in cui il popolo della sinistra è stato chiamato solo a ratificare scelte già prese (o meglio, ad applaudire).
    Il problema è l’idea, cavalcata da parte dei detrattori di Bersani, di poter ribaltare con il voto delle primarie (quindi anche dei simpatizzanti) la volontà espressa dalla maggioranza degli iscritti al partito. Si può governare un partito allargandolo rispetto alla sola base degli iscritti, anzi, direi che oggi è un’esigenza. Ma non mi sembra nè possibile nè auspicabile un partito governato contro i propri iscritti e militanti, contro le persone che dedicano parte del proprio tempo e delle proprie energie alla vita del partito. Questa mi sembra la strumentalizzazione più pericolosa e il colpo di mano non riuscito. Iscritti e simpatizzanti non si sono prestati e hanno dato forza al nuovo segretario, mostrando allo stesso tempo la realtà di un partito con posizioni plurali.
    Come vedi, gli elettori delle primarie hanno dimostrato senso di responsabilità. Forse qualcuno ha cercato di far leva su quella che definisci una (presunta) incapacità di giudizio per condizionare il risultato delle consultazioni. Come vedi, non ha funzionato. Ti posso assicurare, non il sottoscritto.

  • Evidentemente ho peccato di ingenuità; non avendo colto certi aspetti “tattici” delle elezioni, ho frainteso, almeno in parte, il contenuto dell’articolo.

  • Ora aspettiamo da Bersani qualche idea su come recuperare quella vasta area di gente che votava PSI e che non vota in quanto non si identifica in questo centro sinistra ciarlatano ed urlante (girotondi…)..

Leave a Reply