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Omofobie preferenziali

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La vicenda della normativa anti-omofobia è finita come è finita. Non è dato sapere se il Pdl promuoverà una legge anti-omofobia accollandosene il merito o se semplicemente l’agenda politica della maggioranza conoscerà altri sviluppi.

Non ci sembra utile ripercorrere il percorso della proposta di cui la deputata del PD Paola Concia era madrina. Ci interessa il day after. Perché certo quella votazione ha messo in luce più di un tallone d’Achille dell’attuale assetto del PD.

E’ umanamente comprensibile la delusione della Concia quando dichiara “che si vergogna di fare parte di questo Parlamento”. Ma il problema non è tutto lì.

Il nodo della questione viene al pettine quando Franceschini pone il problema della permanenza della Binetti nel PD. Quest’ultima difende la propria libertà di coscienza e di voto. Bel rompicapo cinese. La Concia o la Binetti? Franceschini, segretario a tempo e con una certa probabilità a scadenza, non sa come districarsi. La Binetti, da parte sua, procrastina la decisione riguardo alla sua permanenza nel PD a dopo le primarie.

Ma diciamocela tutta: nessuno si è davvero sorpreso del voto della Binetti, che è stata coerente con se stessa e con quanto sempre sostenuto. Lo stesso si può dire per la Concia: coerenza cristallina.

Ma chi ha deciso di nominare deputate (perché con l’attuale sistema si viene eletti per il posto in lista) Binetti e Concia in nome del “ma anche” e del “tutto e il suo contrario”? La segreteria Veltroni di cui Franceschini era vice e alter ego. Ora si stupisce che gli opposti non si abbraccino. Era prevedibile.

A futura memoria: se i deputati vanno nominati, meglio farlo con un criterio che risponda, sia pure nel rispetto del pluralismo, alle scelte politiche del partito. E per farlo serve fare delle scelte politiche. Se poi si vuole che i cittadini siano chiamati davvero a scegliere i loro rappresentanti, l’unica è introdurre le preferenze. La vera fobia della seconda repubblica.

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