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Testacoda: Baarìa contro Barbarossa

In questa stagione cinematografica sono usciti due film di cui è impossibile non parlare. Ma torniamo alla fine dell’estate. Forse ricorderete l’affondo di Brunetta sulle sovvenzioni pubbliche alle pellicole, la reazione di attori e registi, ma soprattutto il riaccendersi delle polemiche, che debuttarono probabilmente nel 1895 al Grand Café del Boulevard des Capucins di Parigi, sul tema della politica nel cinema, e ancor di più della politica cinematografica. Terminati i consigli per gli acquisti (o per le spese) la sala sprofonda nel buio per pochi interminabili secondi, fino a quando il panno bianco non prende vita e catalizza l’attenzione con le prime immagini. La proiezione è cominciata. E qui finiscono le analogie tra Baarìa, ultimo lavoro di Tornatore, e Barbarossa di Martinelli.

A dirla tutta, un’altra analogia si potrebbe trovare: i due film cercano di raccontare un pezzo d’Italia legandolo a un territorio, a delle storie, intrecciando su fatti reali storie romanzesche e personaggi probabili.

Il primo racconta la Sicilia a cavallo della seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di Peppino, interpretato da Francesco Scianna, dirigente locale del PCI. Ci mostra una terra in rapido cambiamento, dove le trasformazioni dei costumi si incrociano con i destini umani, la miseria, inevitabilmente, con la fatica della terra, con il rapporto con il bestiame, con una socialità a tratti violenta e a tratti benevola.

Il secondo ci trasporta nella Lombardia del dodicesimo secolo, quella di Alberto di Giussano, del Barbarossa e della Lega (quella originale, per intenderci).

Il richiamo politico è forte ed è presente in tutti e due i film a confronto. Tornatore manda in scena un partito comunista al netto del sovietismo, in cui emerge il rapporto affettivo e acritico del regista verso una storia, quella del comunismo italiano e in particolar modo del PCI in Sicilia, che finisce per essere la vera protagonista nel film. Un partito comunista attaccato dai conservatori e dai latifondisti a destra e dal movimentismo degli anni ’60 a sinistra (validissima e pedagogica la definizione di riformismo che il regista ci regala “riformista è chi ha capito che a forza di battere la testa contro un muro si rompe la testa e non il muro”).

Passando a Barbarossa, la politica ha caratterizzato il film di Martinelli sin da prima del lancio: il trailer presentato in pompa magna alla festa della Lega Nord, l’anteprima al Castello Sforzesco alla presenza di Berlusconi e una nutrita rappresentanza ministeriale, fiumi di inchiostro sulla Padania, l’impegno personale di Bossi nel divulgare il film.

Certo, si capisce tanta attesa per il primo film di propaganda padana di massa e, se da un lato viene da sperare che sia l’ultimo, dall’altro verrebbe da dare a Martinelli un’altra chance.

Il risultato di questa prima fatica è, infatti, un’ubriacatura di tracotante padanismo e di approssimazione storica, condita da effetti speciali stucchevoli e da dialoghi fuoriposto anche in una fiera di paese.

Cercando di salvare il salvabile, si potrebbe dire che Barbarossa è una parodia maldestra di Attila con Abatantuono.

Qualche appunto si può fare anche a Tornatore per aver rappresentato in modo caricaturale e inutilmente forzato i rapporti tra PCI e PSI (rimarrà purtroppo memorabile la scena in cui nella sezione comunista si parla con toni cimiteriali di un militante passato ai socialisti), salvo poi ad inscrivere, qualche fotogramma dopo, quattro socialisti brutalmente uccisi nella storia comunista. Se si vogliono fare distinguo, storicamente poco coordinati con il momento politico che si racconta nel film, si facciano fino in fondo. Per il resto è un film delicato, lungo ma mai noioso, da vedere accarezzando con gli occhi i colori, i panorami, i volti e maledicendo il cinema tutto per la sua incapacità di trasmettere profumi e odori, ma solo, per i più fortunati, di riesumarne la memoria.

Ma torniamo a Pontida. Il film, costato quasi 30 milioni di euro, si potrebbe lasciar cadere nel dimenticatoio, se non fosse stato finanziato in buona parte da soldi pubblici (RAI e Ministero), alla faccia della polemica brunettiana. Il colmo è che rischia di deludere anche i militanti in camicia verde che sullo schermo non potranno evitare di notare che Milano si vede a singhiozzo e che il film stato girato in Romania (per ridurre i costi, dicono, ma quanto sarebbe costato girare nel pavese questa pellicola?).

Baarìa è un valido rappresentante del cinema d’autore italiano, con i suoi pregi e i suoi difetti ormai storicizzati. Barbarossa è una testimonianza del cinema di una nazione inventata di sana pianta sulle rive paludose del dio Po e se sul televisore certi difetti possono passare inosservati, sul grande schermo sono lampanti come il sole delle Alpi.

1 Comment

    Baarìa…ogni giorno che passa mi riprometto di andarlo a vedere, e poi mi dimentico! :D la prossima settimana o mai più! :P

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